Edward Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10: краткое содержание, описание и аннотация

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Quando gli uomini vivono sommessi ad una tirannide interna, invano si rallegrano della lor nativa independenza; ma l'Arabo personalmente è libero, e per qualche rispetto gode i beni sociali senza rinunciare a' dritti della natura. In ogni tribù, la gratitudine, la superstizione, o la fortuna sollevarono una famiglia particolare sopra dell'altre. Le dignità di Scheik e d'Emir si trasmettono in modo invariabile a questa razza eletta; ma l'ordine di successione è precario e poco determinato, e al personaggio più degno o più avanzato d'età in quella nobile famiglia si conferisce l'officio semplice, ma rilevante, di terminare coi suoi consigli le liti, e di guidare coll'esempio la bravura della nazione. Fu permesso ancora ad una donna valente e coraggiosa di comandare a' concittadini di Zenobia 33 33 Saraceni… mulieres aiunt in eos regnare. ( Expositio totius Mundi , p. 3, in Hudson, t. III). Il regno di Mavia è famoso nella Storia ecclesiastica (Pocock, Specim. , p. 69-83). . Dalla momentanea unione di più tribù risulta un esercito: quando è durevole, una nazione; e il Capo supremo, l'Emir degli Emiri, che inalbera davanti a loro la sua bandiera, può dagli stranieri considerarsi per un re. Se i principi Arabi abusano d'autorità, ne sono presto puniti dalla diserzione de' sudditi, accostumati ad un reggimento dolce e paterno. Non è frenato da verun vincolo il lor coraggio; liberi ne sono i passi; il deserto è per tutti: non sono congiunte le famiglie fra loro che per un contratto naturale e volontario. La popolazione dell'Yemen, più docile, ha tollerato la pompa e la maestà d'un monarca, ma se, come fu detto, non poteva il re uscire del palazzo senza porre a repentaglio la vita 34 34 Μη εξειναι εκ των Βασιλειων, non uscire della reggia , dicono Agatarcide ( De mari Rubro , p. 63, 64, in Hudson, t. I), Diodoro di Sicilia (t. I, l. III, c. 47, p. 215), e Strabone (l. XVI, p. 1124); ma sono tentato a credere che sia una di quelle fole popolari, o di quegli strani accidenti che dalla credulità degli scrittori si spacciano sovente per un atto costante, per un costume, o per una legge. , dovea la forza del suo governo essere in mano de' Nobili e de' magistrati. Nelle città della Mecca e di Medina si vede, in mezzo dell'Asia, la forma o piuttosto la realtà d'una repubblica. L'avolo di Maometto e i suoi antenati in linea retta compariscono nelle operazioni al di fuori, e nell'amministrazione interna come principi del loro paese: pure l'impero loro, come quello di Pericle in Atene, e de' Medici in Firenze, era appoggiato all'opinione che avevasi della loro sapienza e integrità: il poter loro si divise col patrimonio, e lo scettro passò dagli zii del Profeta al ramo cadetto della tribù de' Koreishiti. Adunavano il popolo nelle grandi occasioni, e poichè non si guida il genere umano se non per la forza o la persuasione, ne viene che l'uso e la celebrità dell'arte oratoria presso gli Arabi è la più chiara pruova della lor libertà pubblica 35 35 Non gloriabantur antiquitus Arabes, nisi gladio, hospite, et ELOQUENTIA (Sephadius, apud Pocock, Specimen , p. 161, 162.) Solo co' Persiani avevano comune il dono della parola; e gli Arabi sentenziosi avrebbero probabilmente sdegnato la schietta e sublime dialettica di Demostene. . Ma il semplice edifizio della lor libertà era ben diverso dalla struttura dilicata e artificiale delle repubbliche greche e romana, ove ogni cittadino aveva una parte indivisa de' dritti civili e politici della Comunità. In un sistema di società men complicato, gode la nazione Araba la libertà, perciò che ciascheduno de' figli suoi aborre dal sottomettersi vilmente alla volontà d'un padrone. Il cuore dell'Arabo è guernito delle austere virtù del coraggio, della pazienza e della sobrietà; coll'amore per la independenza vien contraendo l'abitudine di dominare sè stesso, e la tema del disonore sbandisce da lui lo spavento pusillanime delle fatiche, de' pericoli, della morte. Il suo contegno denota la gravità del suo pensare; parla adagio, e il suo discorso è sensato e conciso; ride poco, e non ha altro gesto che quello di accarezzare la propria barba, rispettabile simbolo della virilità; pieno del sentimento di sè medesimo, tratta leggermente gli eguali, e senza soggezione i superiori 36 36 Debbo rammentare al lettore che d'Arvieux, d'Herbelot, e Niebuhr dipingono co' più vivi colori i costumi e il governo degli Arabi, e che da diversi passi della vita di Maometto pigliano luce queste materie. . La libertà dei Saraceni sopravvisse alla conquista del lor paese; ebbero i primi Califi a soffrire la franchezza ardita e familiare dei sudditi; salivano in cattedra a persuadere e ad edificare la congregazione, e solamente dopo che fu trasferita la sede dell'impero su le rive del Tigri, introdussero gli Abassidi l'altero e magnifico cerimoniale delle Corti di Persia, e di Bisanzio.

Volendo studiare le nazioni e gli uomini, conviene investigare le cagioni che tendono ad accostarli o a disgiungerli, che restringono o estendono, addolciscono o inaspriscono il carattere sociale. Segregati dal rimanente degli uomini, s'abituarono gli Arabi a confondere le idee di forestieri e di nemici, e la povertà del suolo diffuse fra loro un principio di giurisprudenza, che sempre ammisero, e posero in pratica. Pretendono che nel comparto della Terra, gli altri rami della gran famiglia abbiano avuto in sorte i climi ubertosi e felici, e che la posterità di Ismaele, proscritta e dispersa, abbia il dritto di rivendicare, coll'artificio e colla violenza, quella parte d'eredità che le fu ingiustamente negata. Secondo l'osservazione di Plinio, le tribù Arabe sono dedite al ladroneccio del pari che al traffico, assoggettano a contribuzioni o a spoglio le caravane che attraversano il deserto, e sin da' tempi di Giobbe e di Sesostri 37 37 V. Il primo capitolo di Giobbe, e si rammenti la lunga muraglia di mille e cinquecento stadi eretta da Sesostri cominciando da Pelusio sino ad Eliopoli (Diodoro di Sicilia, t. 1, l. I, p. 67). A quel tempo i re pastori aveano soggiogato l'Egitto sotto nome di Hycsos (Marsham, Canon. chron. , p. 98-163, ec.) , furono i lor vicini le vittime di loro rapacità. Se un Beduino vede da lungi un viaggiatore solitario, gli corre addosso furiosamente, gridando: «Spogliati: tua zia (mia moglie) è senza veste». Se quegli si sottomette subito, ha diritto alla clemenza dell'Arabo; ma la menoma resistenza lo irrita, e il sangue dell'assalito debbo espiare quello che sarebbe stato versato per la difesa. Chi spoglia i passeggeri da sè solo, o con pochi compagni, è trattato da ladro, ma le imprese d'una truppa numerosa prendono qualità di guerra legittima ed onorata. Le disposizioni violente d'un popolo armato così contro il genere umano s'erano inviperite per l'abito di saccheggiare, d'assassinare, di far vendette approvate da' costumi domestici. Nell'odierna costituzione dell'Europa, il dritto di far pace o guerra appartiene a pochi principi, e ancora più pochi son quelli che in fatto esercitano questo dritto; ma poteva impunemente ogni Arabo, ed anche con gloria, volgere la punta della sua chiaverina contro un concittadino. Qualche somiglianza d'idiomi e di usanze erano quel solo vincolo che congiugneva queste tribù in Corpo di nazione, ed in ogni Comunità era impotente e muta la giurisdizione del magistrato: dalla tradizione si ricordano mille e settecento battaglie 38 38 Ovvero, secondo altro calcolo, mille e dugento (d'Herbelot, Bibl. orient. , p. 75). I due storici che hanno scritto su le Ayam-al-Arab , le battaglie degli Arabi, viveano nei secoli nono e decimo. Due cavalli furono il motivo della famosa guerra di Dahes e di Gabrah, che durò quarant'anni, e passò in proverbio (Pocock, Specimen , p. 48). accadute in que' tempi di ignoranza che precedettero Maometto: per l'animosità delle fazioni civili più acerbe facevansi le ostilità, e il racconto in prosa o in versi d'un'antica contesa bastava a riaccendere le stesse passioni nei discendenti delle popolazioni nemiche. Nella vita privata, ogn'uomo, o per lo meno ogni famiglia, era giudice o vindice della causa propria. Quella delicatezza d'onore che valuta più l'oltraggio che il danno, avvelena mortalmente ogni lite degli Arabi; facilmente s'offende l'onore delle lor mogli e delle lor barbe: un atto indecente, un motto frizzante non può espiarsi altramente che col sangue del reo, e tanto è paziente il lor odio nel temporeggiare, che aspettano per mesi ed anni l'occasione di vendicarsi. I Barbari di tutti i secoli hanno ammesso un'ammenda o un compenso per l'omicidio, ma nell'Arabia hanno i parenti del morto l'arbitrio d'accettare la soddisfazione, o di praticare colle proprio mani il diritto di rappresaglia. La loro rabbia giugne alla sottigliezza di ricusare anche la testa del nemico, di sostituire un innocente al colpevole, di rovesciare la pena sul migliore e sul più ragguardevole degli individui di quella razza di cui si dolgono. Se perisce per lor mano, sono esposti essi pure al pericolo delle rappresaglie: vanno ad accumularsi insieme l'interesse e il capitale di questo sanguinario debito, per modo che i Membri delle due famiglie passano i giorni a tendere, e a temere agguati, e tante volte occorre un mezzo secolo a saldare finalmente questa partita di vendetta 39 39 Niebuhr ( Description , p. 26-31) espone la teorica e la pratica moderna degli Arabi nel vendicare l'assassinio. Si può riscontrare nel Coran (c. 2, p. 20; c. 17, p. 230), colle osservazioni di Sale, l'indole più rozza dell'antichità. . Siffatta inclinazion micidiale, che non conosce nè pietà, nè indulgenza, è stata peraltro temperata dalle massime dell'onore, che vuole in ogn'incontro privato una specie d'eguaglianza d'età e di forza, di numero e d'armi. Prima di Maometto, celebravano gli Arabi un'annua solennità per due o quattro mesi, durante la quale, dimenticando le nimicizie straniere o domestiche, lasciavano religiosamente in riposo le armi, e questa tregua parziale ci offre meglio l'idea delle loro abitudini di anarchia e di ostilità 40 40 Procopio ( De bell. Pers. l. I, c. 16) assegna i due mesi di pace verso il solstizio estivo; ma gli Arabi ne contan quattro , il primo mese dell'anno, il settimo, l'undecimo, e il duodecimo, e pretendono che in una lunga serie di secoli non sia mancata questa tregua che quattro o sei volte (Sale, Disc. prélim. , p. 147-150, e Note sul nono Capitolo del Corano, p. 154, etc.; Casiri, Bibl. hispano-arabica , t. II, p. 20, 21). .

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