Edward Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10
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8 8 Si consulti, si legga per intero e si studii lo Specimen Historiae Arabum di Pocock (Oxford, 1650, in 4). Le trenta pagine del testo e della versione sono un estratto delle dinastie di Gregorio Abulfaragio, tradotte poi dal Pocock (Oxford 1663, in 4.) Le trecencinquantotto note sono una Opera classica ed originale sulle antichità dell'Arabia..
Si misura la popolazione dai mezzi di sussistenza, e la vasta penisola dell'Arabia ha forse meno abitatori che una provincia fertile e industre. Gli Icthyofagi 9 9 Arriano indica gl'Icthyofagi della costa d'Hejaz ( Periplus maris Erythraei , p. 12), e li pone ancora al di là di Aden (p. 15.). Pare probabile che le coste del mar Rosso (prese nel senso più largo) fossero abitate da quei Selvaggi anche ai tempi di Ciro; ma stento a credere che vi fossero tuttavia dei cannibali fra loro sotto il regno di Giustiniano (Procopio, De bello Persico l. I. c. 19).
, o popoli che vivon di pesci, andavano un tempo erranti sulle coste nel golfo Persico, dell'Oceano ed anche del mar Rosso a procurarsi quel precario alimento. In sì miserabile condizione, che poco merita il nome di società, quel bruto che si chiama uomo, senz'arti e senza leggi, quasi sfornito d'idee e di parole era superiore di poco al resto degli animali; per lui passavano in una silenziosa obblivione le generazioni ed i secoli, e i bisogni e gli interessi che restringeano l'esistenza del Selvaggio all'angusto margine della costa marittima, gl'impedivano il pensiero di moltiplicar la specie; ma è ben rimota di già quell'epoca in cui la gran masnada degli Arabi si tolse da quella deplorabile miseria, e non potendo il deserto mantener una popolazione di cacciatori, passarono questi subitamente al più tranquillo e più felice stato della vita pastorale. Tutte le tribù erranti degli Arabi hanno le abitudini stesse; nella faccia de' Beduini attuali si rinvengono i delineamenti dei loro avi 10 10 V. lo Specimen Historiae Arabum , di Pocock, p. 2, 5, 86, ec. Il viaggio del Signor d'Arvieux fatto nel 1664 al campo dell'Emir del Monte Carmelo ( Voyage de la Palestine , Amsterdam, 1718) presenta un quadro piacevole ed originale della vita de' Beduini, rischiarato ancora da Niebuhr, ( Description de l'Arabie , p. 327-344), e dal Signor di Volney (t. I. p. 343-385), l'ultimo e il più giudizioso di quanti han pubblicati viaggi nella Siria.
, i quali, al tempo di Mosè o di Maometto, abitavano sotto tende della medesima forma, e guidavano i lor cavalli, i cammelli, le gregge ai fonti ed ai pascoli stessi. Il nostro dominio sugli animali di servigio ci scema le fatiche, accrescendoci le ricchezze, ed il pastor Arabo è divenuto padrone ed arbitro d'un fedele amico, e d'uno schiavo laborioso nel suo cavallo 11 11 Leggansi (nè sarà noiosa la briga) gli articoli impareggiabili sul Cavallo e sul Cammello dell' Istoria naturale del Signor di Buffon.
. Credono i naturalisti che il cavallo sia originario dell'Arabia, ove il clima è il più favorevole non alla statura, ma all'ardenza e alla velocità di questo generoso quadrupede. Il pregio de' cavalli barbari, spagnuoli ed inglesi proviene della mischianza del sangue arabo 12 12 V. sui cavalli arabi il d'Arvieux (p. 159-173), e Niebuhr (p. 142-144). Sulla fin del tredicesimo secolo erano stimati i cavalli di Neged per la sicurezza del piede; quelli dell'Yemen per la forza e per l'utilità dei servigi; quelli di Hejaz per la più bella apparenza. I cavalli europei, che si poneano nella decima ed ultima classe, erano generalmente spregiati per aver troppo corpo e poco ardimento (d'Herbelot Bibl. Orient. p. 339); avean bisogno di adoperare tutto il vigore per portare il cavaliere e la sua armatura.
. Con una cura superstiziosa conservano i Beduini la rimembranza della storia e dei meriti della razza più pura; si vendono carissimi i maschi, ma le femmine rare volte si contrattano, e la nascita d'un nobile poledro è un'occasione di gioia e di congratulazioni fra le tribù. Questi cavalli sono allevati sotto tende in mezzo ai fanciulli arabi, coi quali stanno in un'amichevole famigliarità che nutre in loro abitudini di dolcezza e d'affetto. Non hanno che due andature, il passo e il galoppo; le loro sensazioni non sono mortificate dalle continue percosse della sferza o dello sprone; se ne riserva la forza pei momenti in cui occorre o fuggire, o inseguire; appena sentono la mano, o la staffa si slanciano colla celerità del vento; e se nella rapida corsa il loro amico è rovesciato a terra, nel punto istesso si fermano, e aspettano che il cavaliere risalga in sella. Nelle sabbie dell'Affrica e dell'Arabia, il cammello è un dono del cielo e un animale sacro. Questa robusta e paziente bestia destinata a portare i fardelli può camminar molti giorni senza mangiare e senza bere; il suo corpo, segnato dai marchi di servitù, ha una specie di tasca, o sia un quinto stomaco, che è un serbatoio d'acqua dolce; i grandi cammelli possono soffrire un peso di dieci quintali; e il dromedario d'una struttura più snella e più agevole, precorre il cavallo più agile. E in vita e in morte, quasi tutte le parti del cammello sono profittevoli all'uomo; la sua femmina somministra una quantità considerabile d'un latte nudritivo; quando è in tenera età la carne ha il sapor del vitello 13 13 Qui carnibus camelorum vesci solent odii tenaces sunt diceva un medico Arabo. (Pocock Specimen p. 88.). Maometto stesso, che amava molto il latte della femmina di questo quadrupede, preferiva la vacca, e non ha fatto menzion del cammello; ma il vitto alla Mecca e a Medina era già meno frugale (Gagnier, Vie de Mahomet , t. III. p. 404).
; si ricava dall'orina un sale prezioso; i suoi escrementi suppliscono alle materie combustibili; e il suo lungo pelo, che cade e si rinova ogni anno, lavorato grossolanamente serve al vestire, al mobigliamento e alle tende de' Beduini. Nella stagione piovosa si nutre della poca erba del deserto; negli ardori della state e nella penuria del verno le tribù s'accampano sulla costa del mare, sulle colline dell'Yemen, o ne' contorni dell'Eufrate, e spesse volte si trasferirono, non senza rischio, sino alle sponde del Nilo e ne' villaggi della Siria e della Palestina. La vita d'un Arabo vagabondo è tutta pericolo e miseria; e benchè si procacci talvolta colle rapine, o colle permute, i frutti dell'industria, un semplice particolare in Europa col suo lusso trova godimenti assai più sodi e piacevoli di quelli che possa ottenere il più altiero Emir, ricco d'un armento di diecimila cavalli.
Si osserva per altro una differenza essenziale tra le masnade, o sia orde della Scizia, e le tribù Arabe; parecchie di quest'ultime si adunarono in borgate, e si diedero al traffico e all'agricoltura. Impiegavano una parte del tempo e dell'industria nelle cure del bestiame; tanto in guerra che in pace si mischiavano coi loro fratelli del deserto; e queste utili pratiche procacciarono a' Beduini qualche mezzo da sovvenire a' bisogni, e diedero loro qualche sentore d'arti e di scienze. Le più antiche e più popolate delle quarantadue città dell'Arabia 14 14 Marciano d'Eraclea ( in Perip., p. 16, in t. I ; de Hudson, minor Geograph .) noverava cento sessantaquattro città nell'Arabia Felice. Poca per altro poteva esserne l'estensione, e forse grande la credulità dello scrittore.
, indicate da Abulfeda, appartenevano all'Arabia Felice; le torri di Saana 15 15 Albufeda ( in Hudson, t. III, p. 54) paragona Saana a Damasco: anche oggi è la residenza dell'Iman dell'Yemen ( Voyages de Niebuhr , t. I. p. 331-342). Saana è distante ventiquattro parasanghe da Dafar (Abulfeda, p. 51), e sessantotto da Aden (p. 53).
, e il mirabile serbatoio di Merab erano opera del re degli Omeriti 16 16 Pocock, Specimen , p. 57; Geograph. Nubiensis , p. 52. Meriaba, o Merab, che avea sei miglia di circonferenza fu distrutta dalle legioni d'Augusto (Plinio Hist. nat. VI, 32); e non era per anche risorta nel secolo sedicesimo (Albufeda Descript. Arab. , p. 58).
; ma questa gloria profana era oscurata e vinta da' fasti profetici di Medina 17 17 Il nome di Medina fu dato κατ’ εξοχην, per eccellenza, a Yatreb (la Iatrippa de' Greci), ove risiedeva il Profeta. Albufeda fa il computo (p. 15) delle distanze da Medina per istazioni, o giornate d'una caravana; ne conta quindici sino a Bahrein, diciotto a Bassora, venti a Cufah, venti a Damasco o alla Palestina, venticinque al Cairo, dieci alla Mecca, trenta dalla Mecca a Saana, o Aden, e trentun giorni, o quattrocento dodici ore, sino al Cairo ( Voyages de Shaw , p. 477); e secondo il calcolo del d'Anville ( Mesures itinéraires , p. 99), una giornata di cammino era di circa 25 miglia inglesi. Plinio ( Hist. nat. XII, 32) contava sessanta cinque stazioni di cammelli dal paese dell'incenso (Hadramaüt, nell'Yemen, fra Aden, e il capo Fartasch) sino a Gaza nella Siria. Queste misure possono aiutare la fantasia e dar lume a' fatti.
, non che della Mecca 18 18 Fa d'uopo ricorrere agli Arabi per sapere quel che si può della Mecca (d'Herbelot, Bibl. orient. p. 368-371; Pocock, Specimen , p. 125-128; Abulfeda, p. 11-40). Non essendo permesso a' miscredenti l'entrarvi, i nostri viaggiatori non ne parlano: il poco che ne dice Thevenot ( Voyage du Levant , part. I, p. 490) è tolto dalla bocca sospetta d'un rinnegato affricano. Alcuni Persiani vi noveravano seimila case (Chardin, t. IV, p. 167).
, situate presso il mar Rosso, lontane l'una dall'altra dugencinquanta miglia: era l'ultima di queste città sante conosciuta da' Greci sotto il nome di Macoraba , e la desinenza della parola ne denota la vastità, che peraltro, nell'epoca più florida, non sorpassò mai l'ampiezza, nè la popolazione di Marsiglia. Convien dire che un occulto motivo, forse nato da qualche superstizione, determinasse i fondatori a prescegliere una situazione tanto infelice. Fabbricarono le abitazioni di melma, o di pietra, sopra un piano lungo due miglia circa, e largo d'un miglio, alle falde di tre monti sterili. Il suolo è roccia; l'acqua, non esclusa quella del santo pozzo di Zemzem, è amara o salmastra; i pascoli remoti dalla città, e l'uva che si mangia viene da' giardini di Tayef, che sono lontani sessantasei miglia. Si segnalavano fra le diverse tribù Arabe i Koreishiti che regnavano alla Mecca, per la riputazione, e il valore; ma nel mentre che la trista qualità del terreno era ritrosa all'agricoltura, erano essi collocati in luogo vantaggioso per trafficare. Col mezzo del porto di Gedda, distante solo quaranta miglia, manteneano un'agevole corrispondenza coll'Abissinia, e questo regno cristiano fu il primo asilo de' discepoli di Maometto. Si trasportavano i tesori dell'Affrica a traverso della penisola a Gerrha, o Katif, città della provincia di Bahrein, edificata da' fuorusciti della Caldea, i quali, è fama, impiegarono per materiali una rocca di sale 19 19 Strabone, l. XVI, p. 1110. D'Herbelot ( Bibl. orient. , p. 6.) accenna una di queste case di sale presso Bassora.
. Si conduceano di poi, colle perle del golfo Persico, su le zattere, sino alla foce dell'Eufrate. Giace la Mecca quasi in pari distanza, cioè trenta giornate di viaggio lontana dall'Yemen che le sta a destra, e dalla Siria posta su la sinistra. Quelle caravane posavano il verno nell'Yemen, la state nella Siria, e l'arrivo loro dispensava i vascelli dell'India dalla noiosa e difficile navigazione del mar Rosso. I cammelli de' Koresheiti ritornavano da' mercati di Saana e di Merab, e da' porti di Oman e d'Aden, carichi d'aromi preziosi. Le fiere di Bostra e di Damasco fornivano biada alla Mecca, e lavori dell'industria loro: queste lucrose permute portavano l'abbondanza e la ricchezza nelle contrade di quella città, e i più nobili de' suoi figli accoppiavano l'amor delle armi alla profession del commercio 20 20 Mirum dictu ex innumeris populis pars aequa in commerciis aut latrociniis degit (Plinio, Hist. nat. , VI, 32). Vedi il Koran di Sale, Sura 106, p. 503; Pocock, Spec. , p. 2; d'Herbelot, Bibl. orient. , p. 361; Prideaux, Vie de Mahomet , p. 5; Gagnier, Vie de Mahomet , t. 1, p. 72-120, 126. etc.
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