Papà era diverso. Papà aveva dovuto lottare. La lotta aveva lasciato dei segni sul suo viso, ma erano segni buoni, segni di forza. E la sua serenità era diversa da quella del fratello James. Non era venuta così, spontaneamente. Papà aveva dovuto lottare e sudare per conquistarla, esattamente come si doveva sudare e lottare per avere un buon raccolto da un campo povero. Era qualcosa che si poteva avvertire, quando si era con lui, ed era una cosa bella, una cosa che si sarebbe desiderata anche per sé.
Ma era possibile? Si poteva rinunciare a tutti i misteri e a tutte le meraviglie del mondo? Era possibile non vedere mai tutte quelle cose, né desiderare di vederle? Era possibile soffocare l’ansia e la speranza di udire una voce dal nulla, una voce che usciva da una scatoletta quadrata?
In gennaio, subito dopo Capodanno, ci fu una vera e propria tempesta di ghiaccio, durante un sabato sera. Il lunedì mattina Len si mise in cammino per andare a scuola quando il sole era appena sorto, e ogni albero, ramo, ed erba intirizzita erano rivestiti di una brillante gloria di gelo. Si attardò sulla strada, contemplando i boschi familiari diventati strani e risplendenti come una foresta di vetro… una visione molto più rara e affascinante della coltre di neve che ricopriva spesso i rami, trasformando il paesaggio in una bianca distesa abbagliante… ed era tardi quando attraversò la piazza del villaggio, passando davanti al monumento di pietra eretto in memoria dei caduti di tutte le guerre dai cittadini di Piper’s Run. Un tempo sulla pietra c’era stata un’aquila di bronzo, ma ora non rimaneva altro che un grumo di metallo corroso che ricordava due artigli. Anch’esso era rivestito di ghiaccio, e il terreno era scivoloso, infido. Sui gradini della casa del signor Nordholt era stata cosparsa della cenere Len salì i gradini, arrivò sulla veranda, ed entrò nella casa.
La stanza era ancora fredda, malgrado l’allegro scoppiettare del fuoco nel camino. Aveva il soffitto molto alto, e doppie porte ugualmente alte, e lunghe finestre, così che entrava più freddo di quanto il fuoco potesse eliminarne. I muri erano imbiancati, con molte decorazioni di legno lucido, di grana grossa. Gli studenti erano seduti su rozze panche, prive di schienale, con lunghi tavolini davanti. Erano disposti in ordine di altezza, i più piccoli davanti, i più alti dietro, le ragazze da un lato, i ragazzi dall’altro. Erano ventitré in tutto. Ognuno aveva una lavagnetta liscia, un gessetto, e uno straccio per cancellare, e tutto quello che veniva loro insegnato, a eccezione dell’aritmetica, veniva dalla Bibbia.
Quella mattina sedevano tutti immobili, con le mani in grembo, e ognuno cercava di confondersi nella stanza come un coniglio nella siepe, per non farsi notare. Il signor Nordholt era in piedi davanti a loro: era un uomo alto e magro, con la barba bianca e un’espressione di gentile fermezza che spaventava solo i più piccoli. Ma quella mattina il signor Nordholt era in collera. Era furibondo, lo si vedeva fiammeggiare di sdegno, e i suoi occhi dardeggiarono Len con uno sguardo di fronte al quale egli cercò di farsi più piccolo. Il signor Nordholt non era solo. C’erano anche il signor Glasser, il signor Harkness, il signor Clute, e il signor Fenway, che costituivano la legge e il consiglio di Piper’s Run, e che ora sedevano rigidamente in fila, osservando con occhi tempestosi gli studenti.
«Se ora il signor Colter vorrà avere la cortesia di occupare il proprio posto, gli saremo riconoscenti,» disse gelido il signor Nordholt.
Len scivolò al suo posto nell’ultimo banco, senza fermarsi a togliersi la pesante giacca e la sciarpa che gli circondava il collo. Rimase seduto là, cercando di farsi piccolo piccolo, di assumere un’aria innocente, chiedendosi cosa fosse successo per produrre una simile tempesta, e pensando con un senso di acuta colpa alla radio.
Il signor Nordholt disse:
«Per tre giorni, a Capodanno, io sono stato ad Andover, per fare visita a mia sorella. Non ho chiuso a chiave la porta, andandomene, perché non è mai stato necessario chiudere le porte contro i ladri, a Piper’s Run».
La voce del signor Nordholt era soffocata da un’intensa emozione, e Len ebbe la certezza che doveva essere accaduto qualcosa di veramente brutto. Ripensò frettolosamente alle sue azioni di quegli ultimi tre giorni, ma non trovò niente che gli potesse essere imputato.
«Qualcuno,» annunciò con voce sepolcrale il signor Nordholt, «Si è introdotto in questa casa, durante la mia assenza, e ha rubato tre libri».
Len s’irrigidì. Ricordò le parole che aveva detto Esaù, qualche tempo prima: «Abbiamo bisogno di un libro…».
«Questi libri,» proseguì il signor Nordholt, «Appartengono alla comunità di Piper’s Run. Sono libri anteriori alla Distruzione, e perciò insostituibili. E non servono per uso ozioso o indiscriminato, perciò desidero che siano immediatamente restituiti».
Si fece in disparte, e allora si alzò il signor Harkness. Era un uomo piccolo e massiccio, con le gambe arcuate per avere camminato per tutta la vita dietro a un aratro, e la sua voce aveva un tono rauco, gutturale. Durante le riunioni, era lui a recitare, sempre, le preghiere più lunghe. Egli guardò le file di banchi con due piccoli occhi d’acciaio che usualmente erano amichevoli come quelli di un cane.
«Ora,» disse il signor Harkness, «Rivolgerò una domanda a ciascuno di voi, a turno. Vi chiederò se avete preso i libri oppure no, o se sapete chi li abbia presi. E non voglio menzogne o false testimonianze».
Si avvicinò all’angolo di sinistra e cominciò, camminando lungo i banchi. Len ascoltò i monotoni No, signor Harkness che gradualmente si avvicinavano a lui, e sudò copiosamente, e cercò di sciogliere il nodo freddo che gli bloccava la lingua.
Dopotutto lui non sapeva che si trattasse proprio di Esaù… non poteva averne la certezza. «Non dirai falsa testimonianza», aveva detto il signor Harkness, e darsi un’aria colpevole quando non lo si era, in fondo, era come prestare falsa testimonianza. Inoltre, se avessero fatto delle ricerche troppo accurate, se la loro attenzione si fosse concentrata su di lui, avrebbero potuto scoprire…
Gli occhi e l’indice di Harkness si puntarono su di lui
«No,» disse Len, «No, signor Harkness».
Gli sembrò che tutte le colpe e le paure del mondo pesassero e vibrassero in quelle semplici parole, ma il signor Harkness non indugiò, e passò a interrogare il ragazzo vicino a Len. Quando giunse in fondo all’ultimo banco, disse:
«Benissimo. Forse voi tutti dite la verità, forse no. Lo scopriremo. Ora vi dirò questo: se voi vedete un libro che non appartiene alla persona che lo usa, dovete venire subito da me, o dal signor Nordholt, o dai signori Glasser, Clute e Fenway. Dovete chiedere ai vostri genitori di comportarsi allo stesso modo. Avete capito bene?»
«Sì, signor Harkness».
«E ora, preghiamo. O Dio, che conosci tutte le cose, perdona il bambino o l’uomo che ha violato il Tuo comandamento che proibisce di rubare. Accompagna la sua anima in modo che si allontani dai sentieri del male, e imbocchi la via dell’onestà, e preparalo a sopportare con rassegnazione il castigo…».
Ritornando a casa, Len arrischiò una puntata nei boschi, correndo per compensare la maggiore distanza da percorrere. Il sole aveva sciolto una piccola parte dell’armatura di ghiaccio che aveva avvolto ogni cosa, ma lo scintillare era ancora vivido, e il riverbero gli faceva dolere gli occhi, e il terreno era una lastra di ghiaccio, scivoloso e infido. Quando raggiunse il vecchio albero cavo era stanco, ansava pesantemente, e tremava in tutto il corpo per la fatica.
C’erano tre libri nel cavo dell’albero, avvolti in uno straccio di tela, accanto alla radio, all’asciutto e al sicuro. Le copertine e la carta all’interno lo affascinarono, con i colori sbiaditi che colpivano l’occhio, e la trama inconsueta al tatto. In quei libri c’era qualcosa di strano e indefinibile… qualcosa che li rendeva singolarmente simili alla radio.
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