Gli tremavano le mani. Stava ancora cercando di nascondere ciò che teneva tra di esse. Len si fermò dov’era, sorpreso dall’evidente spavento di Esaù.
«Che cos’hai?» domandò.
«Niente. Solo una vecchia scatola.»
Era una misera bugia. Len la ignorò. Silenziosamente, si avvicinò a Esaù, e guardò. L’oggetto aveva la forma di una scatola. Era piccolo, largo solo pochi centimetri, e piatto. Era di legno, ma aveva un aspetto diverso da quello di qualsiasi oggetto di legno che Len avesse visto prima di allora. Sul momento, non riuscì a stabilire quale fosse la differenza, ma c’era, ed era evidente. C’erano delle curiose aperture, e diversi bottoni che sporgevano dai lati, e in un punto c’era un rocchetto di filo infilato in un buco, solo che questo filo era metallico. L’oggetto ronzava e bisbigliava da solo.
Sorpreso, e non poco spaventato, Len domandò:
«Che cos’è?»
«Hai presente quella cosa di cui la nonna parla, a volte? La cosa da cui le voci escono nell’aria?»
«La tivù? Ma quella era grande, e si vedevano delle figure.»
«No,» disse Esaù, «Voglio dire quell’altra cosa, quella che aveva soltanto delle voci.»
Len respirò, un respiro lungo e un po’ rauco, e si accorse di tremare un poco, in tutto il corpo.
«Oh-h!» Allungò un dito, timoroso, e toccò la scatola ronzante, la sfiorò appena, per assicurarsi che fosse veramente là. Poi disse, «Una radio?»
Esaù posò l’oggetto sulle ginocchia, tenendolo stretto con una mano. L’altra mano si mosse fulminea, e afferrò la camicia di Len. Il volto di Esaù era così minaccioso, che Len non tentò neppure di divincolarsi, o di reagire. E poi, non avrebbe resistito in nessun modo, per timore che la radio potesse rompersi.
«Se lo dici a qualcuno ti ammazzo,» disse Esaù. «Lo giuro, che ti ammazzo.»
Lo guardò con tale furiosa insistenza, che Len non dubitò neppure per un momento che egli non stesse parlando seriamente. D’altronde, non si sentì di biasimarlo. Rispose:
«Non dirò niente, Esaù. Davvero… lo giuro sulla Bibbia.» I suoi occhi erano attirati irresistibilmente dalla cosa meravigliosa, spaventosa, magica che Esaù teneva sulle ginocchia. «Dove l’hai trovata? Funziona? Riesci a sentire davvero delle voci?» Si chinò, finché il suo mento fu quasi sulla coscia di Esaù.
Esaù lasciò andare la camicia di Len, e toccò di nuovo la liscia superficie di legno della scatola. Così da vicino, Len poté notare che intorno ai bottoni c’erano dei punti consumati dal contatto delle dita, e che c’era un angolo scheggiato. Questi piccoli particolari diedero improvvisamente il senso della realtà dell’oggetto. Qualcuno l’aveva posseduto e usato per molto, molto tempo.
«L’ho rubata,» dichiarò Esaù. «Apparteneva a Soames, il mercante.»
Quel nervo ormai familiare si contrasse e vibrò nello stomaco di Len. Indietreggiò un poco, e guardò Esaù, e poi si guardò intorno, come se si fosse aspettato di vedere una pioggia di pietre uscire dai bordi dei boschi, pietre scagliate da mani implacabili e invisibili.
«Ma tu come l’hai presa?» domandò, abbassando inconsciamente la voce.
«Ricordi quando il signor Hostetter ci ha fatti salire sul carro, e poi è sceso a cercare qualcosa?»
«Sì, è andato a prendere una cassetta dal carro di Soames… oh!»
«Era nella cassetta. C’erano delle altre cose, credo fossero dei libri, e altri oggetti più piccoli, ma era buio, e non osavo fare rumore. Potevo sentire che si trattava di qualcosa di diverso, come le vecchie cose delle quali la nonna parla a volte. Così l’ho nascosta nella camicia.»
Len scosse il capo, più con stupore che con rimprovero.
«E per tutto il tempo noi pensavamo che tu fossi svenuto. Perché l’hai fatto, Esaù? Voglio dire, come hai potuto indovinare che ci fosse qualcosa d’importante nella cassetta?»
«Be’, Soames veniva da Bartorstown, no?»
«È quanto hanno detto alla predica. Ma…» Len s’interruppe, perché la verità era una logica conseguenza di quelle parole. Tutto fu chiaro, per lui, abbagliante come se una grande luce si fosse accesa improvvisamente nella sua mente. Guardò la radio. «Veniva da Bartorstown. Perciò una Bartorstown esiste. È reale.»
«Quando ho visto Hostetter ritornare al carro reggendo quella cassetta, ho dovuto guardarci dentro, per scoprire che cosa conteneva. Non avrei mai toccato delle monete, o altre cose del genere, ma questa…» Esaù accarezzò la radio, rigirandola con delicatezza tra le mani. «Guarda questi bottoni, guarda come è fatta questa parte. Nessun fabbro di nessun villaggio potrebbe mai fare una cosa simile, Len. Deve essere stata fatta a macchina. Il modo in cui è montata, come è fatta dentro…» cercò di guardare attraverso le aperture della griglia, muovendo la radio in modo che la luce filtrasse all’interno. «Dentro ci sono le cose più strane.» Posò di nuovo la radio. «All’inizio non sapevo che cosa fosse. Lo sentivo soltanto. Ma dovevo averla!»
Len si alzò, lentamente. Camminò sull’argine del fiume, e guardò in basso, osservando le acque’ torpide, lente e per metà coperte di foglie rosse e oro.
Esaù disse, nervosamente:
«Che ti prende? Se vuoi fare la spia, dirò che l’hai rubato insieme a me, dirò che…»
«Non ho intenzione di dire niente, io,» lo rimbeccò Len, con ira. «Tu hai avuto questa cosa per tre settimane, e non mi hai detto niente, e io sono capace di mantenere un segreto.»
«Non osavo dirti niente,» rispose Esaù. «Sei molto giovane, Lennie, e hai sempre dato ascolto a tuo padre.» Aggiunse, con un fondo di verità, «Inoltre, non ci siamo quasi più visti, dalla notte della predica.»
«Non importa,» disse Len. Importava naturalmente, e molto, e lui si sentiva ferito e offeso per la mancanza di fiducia dimostrata da Esaù verso di lui, ma non voleva farlo sapere al cugino. «Stavo solo pensando…»
«Che cosa?»
«Be’, il signor Hostetter conosceva Soames. È andato alla predica per cercare di aiutarlo, e poi ha preso la cassetta dal carro di Soames. Può darsi…»
«Sì,» disse Esaù. «L’ho pensato anch’io. Può darsi che anche il signor Hostetter venga da Bartorstown, e non dalla Pennsylvania, come tutti credono.»
Grandi visioni di spaventose e meravigliose possibilità si aprirono nella mente di Len. Rimase là, sull’argine del Pymatuning, mentre le foglie d’oro e porpora scendevano fluttuando lente, e i corvi ridevano della loro aspra risata piena di scherno, e gli orizzonti si allargarono e brillarono intorno a lui fino a stordirlo. Poi ricordò per quale motivo si trovava là, o meglio per quale motivo papà lo aveva mandato nei campi e nei boschi a meditare, e pensò che solo pochi minuti prima lui aveva fatto la pace con Dio e con il mondo, e che quella sensazione era stata meravigliosa. E adesso era tutto scomparso un’altra volta.
Si voltò, finalmente.
«Riesci a sentire delle voci con questa?»
«Non ho ancora sentito niente,» disse Esaù. «Ma voglio insistere, fino a quando ci riuscirò.»
Tentarono l’impresa per tutto il resto del pomeriggio, girando cautamente i diversi bottoni, uno dopo l’altro. Esaù aveva girato un bottone più del dovuto, altrimenti Len non avrebbe mai sentito il rumore che lo aveva attirato là, e gli aveva fatto compiere quella sconcertante scoperta. Nessuno dei due aveva la più remota idea di come funzionasse una radio, né di quale fosse lo scopo dei bottoni, e delle aperture, e del rocchetto di sottile filo metallico. Potevano procedere soltanto per esperimenti, e quello che riuscivano a captare era il rumore ormai familiare, quello fatto di sfrigolii, sibili, e gracidii. Ma perfino quel suono confuso era per loro un vero prodigio. Era un suono che non avevano mai udito prima, pieno di mistero, e dava la sensazione di grandi spazi invisibili, ed era prodotto da una macchina. Non lasciarono la radio fino a quando il sole non fu così basso sull’orizzonte da riempirli di timore, e costringerli ad andarsene. Allora Esaù nascose con ogni cura la radio nel tronco cavo di un albero, avvolgendola prima in un panno, e assicurandosi che il bottone principale fosse girato fino in fondo, fino a produrre un piccolo scatto, il modo per impedire alla radio di produrre anche il più lieve rumore: il rumore avrebbe potuto attirare l’attenzione di qualche cacciatore, o di qualche pescatore, che fosse passato casualmente di là, ed Esaù non voleva correre questo rischio.
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