Leigh Brackett - La città proibita

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La città proibita: краткое содержание, описание и аннотация

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La storia di Len Colter e di suo cugino Esaù, può essere la storia dei nostri nipoti. Len Colter viveva in un piccolo paese rurale degli Stati Uniti, dove per legge, dopo la distruzione, era stata proibita la costruzione di città e la diffusione del sapere nelle sue forme piú avanzate. Due generazíoní prima era caduta sulle loro città la grande Distruzione, provocata dalla conoscenza scientifica dei segreti della natura. Lo spaventoso flagello era stato interpretato dalle coscienze terrorizzate come il castigo di Dio per l’orgoglio e i peccati dell’uomo. I due giovani, spinti dal desiderio delle «cose vecchie», delle quali sentivano parlare con nostalgia dai nonni: le automobili, gli aeroplani, le case con ogni comfort, le città in una fantasmagoria di luci, e ossessionati dai discorsi sentiti di nascosto sulla esistenza di una città sopravvissuta, si mettono su di un sentiero aspro e difficile. Incontreranno l’amicizia, e la delusione, l’amore e la morte, la fame e la sete, la lotta contro le intemperie e contro la propria coscienza: ma andranno alla ricerca della città del loro sogno. Len, dal carattere piú complesso, sostiene la lotta píú aspra ed è salvato piú volte, non solo materialmente dall’amicizia di Hostetter, il mercante, che rappresenta il legame ideale tra il mondo lasciato da Len e il mondo nuovo. E sarà Hostetter che ricondurrà Len di fronte alla realtà e lo costringerà a una decisione.

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In alto, a cassetta, sedeva il signor Hostetter, che impugnava orgogliosamente le redini, la barba fluente nel vento, e il cappello e gli abiti ricoperti della polvere bruna della strada.

Len disse:

«Ho paura».

«Perché diavolo hai paura?» domandò Esaù. «Non devi andare, no?»

«E forse neppure tu dovresti andare,» borbottò Len, guardando il ponte di legno che tremava, mentre il carro vi passava sopra ondeggiando, con un grande fragore. «Non credo che sia così facile».

Era giugno, e tutt’intorno le foglie lucide e verdi risplendevano. Len ed Esaù erano fermi vicino a Piper’s Run, proprio ai confini del villaggio, dove la ruota del mulino pendeva inerte nell’acqua, e i martin pescatori saettavano come frecce di fiamma azzurra. La piazza del villaggio era a meno di cento metri di distanza, e là vi era riunita tutta la cittadinanza, tutti coloro che non erano troppo piccoli, o troppo vecchi, o troppo malati per essere portati fuori. C’erano amici e parenti venuti da Vernon e da Williamsfield, da Andover e da Farmdale e da Burghill, e dalle fattorie solitarie sul confine della Pennsylvania, che erano più vicine in linea d’aria a Piper’s Run che a qualsiasi altro villaggio della loro regione. Era la festa delle fragole, il primo grande avvenimento sociale dell’estate, nel quale persone che non si vedevano dalla prima nevicata dell’inverno potevano incontrarsi e parlare e rimpinzarsi allegramente, seduti all’ombra colorata sotto gli olmi.

Una frotta di ragazzi si era messa a correre lungo la strada, incontro al carro. Ora stavano correndo accanto a esso, gridando parole di saluto e domande al signor Hostetter. Le ragazze, e i bambini ancora troppo piccoli per correre, se ne stavano ai margini della piazza, e agitavano le braccia e chiamavano, le ragazze con le loro cuffie e le lunghe gonne che fluttuavano nel vento tiepido, i bambini che parevano le riproduzioni dei loro padri, in miniatura, con piccoli cappelli bruni e abiti tessuti a mano. Poi tutti cominciarono a muoversi, un’ondata che attraversava la piazza e si avvicinava al carro, che procedeva sempre più lento, e infine si fermava, con i sei grandi cavalli che drizzavano il capo e sbuffavano orgogliosi, come se avessero compiuto una grande impresa a portare il carro fin là, e ne fossero giustamente fieri. Il signor Hostetter agitò la mano e sorrise, e un ragazzo si arrampicò a cassetta e gli mise tra le mani un cestino di fragole.

Len ed Esaù rimasero dov’erano, osservando da una certa distanza il signor Hostetter. Len si sentì pervadere da uno strano brivido, in parte dovuto al senso di colpa che provava per la radio rubata, in parte dovuto a un senso di complicità, perché lui conosceva un grande segreto sul conto del signor Hostetter, e questo segreto lo metteva in disparte, lo isolava dagli altri. C’era qualcosa, però, che gli impediva di sostenere lo sguardo del signor Hostetter.

«Come intendi fare?» domandò a Esaù.

«Troverò il modo».

Il ragazzo stava fissando il carro con un’intensità quasi fanatica. Dalla notte durante la quale avevano udito le voci, Esaù era diventato strano, scontroso, qualcosa che era avvenuto dentro di lui, e non fuori, e a volte Len provava l’impressione di non conoscerlo più, di trovarsi con una persona completamente nuova e diversa e imprevedibile. Andrò laggiù , aveva detto, intendendo parlare di Bartorstown, e da quel momento era stato posseduto da quel pensiero, come un invasato, in attesa dell’arrivo del signor Hostetter.

Esaù prese il braccio di Len, improvvisamente, e strinse forte.

«Non vuoi venire con me?»

Len rimase immobile. Non disse niente per un lungo momento, non batté neppure ciglio, e poi rispose:

«No, non posso». Si scostò da Esaù. «Non adesso».

«Forse l’anno prossimo. Gli parlerò di te».

«Sì, forse».

Esaù cercò di dire qualche altra cosa, ma parve non trovare le parole adatte. Len si scostò di qualche altro passo da lui. Cominciò a salire l’argine, dapprima lentamente, e poi più in fretta, e infine si mise a correre, con gli occhi pieni di lacrime calde, brucianti, e la mente in tumulto, con una voce che gli gridava silenziosamente, Vigliacco, vigliacco, lui va a Bartorstown e tu non hai il coraggio di farlo!

Non si voltò indietro.

Il signor Hostetter rimase per tre giorni a Piper’s Run. Furono i giorni più lunghi e più difficili della giovane vita di Len. La tentazione continuava a mormorargli, insinuante. Puoi ancora andare, sei in tempo. E allora la Coscienza gli additava mamma e papà, la casa e il dovere, e la cattiveria di andarsene, di scappare senza una parola. Esaù non aveva degnato neppure di un pensiero lo zio David e la zia Maria, ma Len non poteva comportarsi allo stesso modo con papà e mamma. Sapeva che la mamma avrebbe pianto, e che papà si sarebbe assunto l’intera colpa, tormentandosi al pensiero di non essere stato capace di educare Len, e questa era la causa maggiore della sua mancanza di coraggio. Non voleva avere la responsabilità di rendere infelici i suoi genitori.

C’era anche una terza voce, in lui. Viveva nell’oscurità, celata dietro le altre, e non aveva nome. Era una voce che non aveva mai sentito prima, e che diceva soltanto, No… pericolo! ogni volta che pensava di andarsene con Esaù dal signor Hostetter. Questa voce si mise a parlare così forte, e con tanta fermezza, senza essere interrogata, che Len non riuscì a ignorarla, e infatti quando tentò di non farci caso si trasformò quasi in una costrizione fisica, simile alle redini di un cavallo, che lo spingeva da una parte o dall’altra, gli imponeva una parola o un’azione, impedendogli di fare qualcosa di definitivo, di compromettersi oltre ogni possibilità di ritorno. Fu il primo incontro attivo con il suo subcosciente, e Len non l’avrebbe mai più dimenticato.

Gironzolò per tutto il tempo per la fattoria, cupo, pensieroso, imbronciato, sotto il peso del suo segreto, sbrigando le diverse faccende e trovando tutte le scuse possibili per non andare in città quando la famiglia vi andava, e la mamma cominciò a preoccuparsi, e lo imbottì di tisane e di consigli. E per tutto il tempo le sue orecchie rimasero tese, vibranti come quelle di un animale dei boschi, in attesa di udire il rumore degli zoccoli di un cavallo sulla strada, in attesa di sentire la voce trafelata dello zio David annunciare che Esaù se ne era andato.

Alla sera del terzo giorno sentì finalmente il rumore di zoccoli di cavalli, zoccoli che si avvicinavano velocemente. In quel momento stava aiutando la mamma a sparecchiare la tavola, e la luce era ancora discreta nel cielo, rosseggiante con riflessi violacei a ponente. I suoi nervi si tesero con un’intensità quasi dolorosa. I piatti diventarono scivolosi e troppo pesanti, nelle sue mani. Il cavallo svoltò all’ingresso, entrando nell’aia, con il carro rumoreggiante sui sassi, e poi un secondo cavallo e un altro carro, e ancora un altro cavallo e un altro carro. Papà andò ad affacciarsi alla porta, e Len lo seguì, con un senso di infinita stanchezza, con una specie di malessere che si era impadronito improvvisamente di lui. Si era aspettato un cavallo e un carro, per l’arrivo dello zio David, ma tre…

Lo zio David era là, certo, e sedeva sul suo carro, ed Esaù era accanto a lui, immobile e bianco come un lenzuolo, e il signor Harkness sedeva dall’altro lato. Il signor Hostetter era sul secondo carro, con il signor Nordholt, il maestro di scuola, e il signor Clute che teneva le briglie. Il terzo carro era occupato dal signor Fenway e dal signor Glasser.

Lo zio David scese dal carro. Rivolse un cenno a papà, che si era già incamminato verso i carri. Il signor Hostetter li raggiunse, e poi il signor Nordholt e il signor Glasser. Esaù rimase seduto dove si trovava. Aveva la testa curva sul petto, e non la alzò. Il signor Harkness fissò Len, che era rimasto fermo sulla soglia. Il suo sguardo era offeso, sdegnato, accusatore, e triste. Len lo sostenne per una frazione di secondo, e poi abbassò gli occhi. Ora si sentiva scosso, il malessere era insostenibile, e c’era freddo, malgrado la tiepida sera di giugno, un gran freddo che pareva quello del bosco quando il ghiaccio aveva rivestito di scintille gli alberi e il terreno. Avrebbe voluto voltarsi e mettersi a correre e fuggire, ma sapeva che sarebbe stato inutile.

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