La sergente della Riserva Nyla Sambok non era più sergente e non faceva più parte della Riserva, come ormai nessun altro. L’esercito americano e quello sovietico erano stati sciolti dalle forze di pace delle Nazioni Unite intervenute al completo. Tuttavia portava ancora l’uniforme, sporca e lacera. Non aveva nient’altro da indossare. Era seduta sulla banchina della stazione di Indianapolis, in attesa del treno merci che forse l’avrebbe riportata dalle parti di casa sua, e poteva sentire la voce della radio a transistor dell’ex capitano seduto su una valigia poco distante. Stavano ancora ripetendo l’unico e breve messaggio che l’intero pianeta aveva ricevuto in spiegazione dei fatti accaduti: Abbiamo prelevato tutte le persone uscite dal loro paratempo, insieme ai vostri scienziati che si occupavano di ricerche sulla fisica paratemporale. Le installazioni in cui queste venivano effettuate sono state rese radioattive. In futuro, studi ed esperimenti in tale campo non verranno permessi. Nyla Sambok l’aveva già imparato a memoria. Desiderava soltanto che si fossero decisi a intervenire prima. Il lancio di missili da parte dei russi, grazie a sommergibili dei quali gli americani avevano ignorato l’esistenza, non era stato del tutto devastante. Tuttavia le testate atomiche avevano spazzato via Miami, Washington, Boston, San Francisco e Seattle. I satelliti americani, dei quali i russi avevano ignorato l’esistenza, avevano cancellato Leningrado, Mosca, Kiev, Tiflis, Odessa e Bucarest. L’opinione prevalente era che il peggio fosse passato, visto che il calcolo delle conseguenze sembrava escludere la possibilità del temuto inverno nucleare. Sarebbero occorsi mesi, però, prima che la gente lo sapesse.
Data: 11-110 111-111, mo 1-010, da 1-100
Ore: 1-000, mn 1-111 — Nicky DeSota
Mary Wodczek, la pilota del dirigibile da carico, interruppe il mio pisolino mentre sorvolavamo Scranton, o almeno quella che una volta era stata Scranton. — Sveglia, pigrone! — chiamò, dalla cabina di prua. — Fra un’ora siamo a New York.
Le gridai un ringraziamento e mi tirai fuori dalla cuccetta, con un brivido. I locali dell’equipaggio nei dirigibili erano mantenuti a quella che si supponeva una temperatura sopportabile, ma non era certo quella di Palm Springs. Intanto che cercavo d’infilarmi sotto la doccia Mary chiamò ancora, per assicurarsi che fossi sveglio: — Sai che dovremo essere di nuovo in volo prima del tramonto, vero?
— Con te volerei anche di notte, dolcezza — risposi. Mi giunse la sua risata amichevole, poi chiuse la porta. Prima che mi venisse la pelle d’oca trovai la forza di cacciarmi nello sgabuzzino della doccia. Non era fredda come avevo temuto. Era però poco più calda dell’aria, e non mi dispiacque affatto venirne fuori e rivestirmi, pronto per affrontare anche quella nuova giornata.
Era un giorno festivo per il collettivo agricolo, il che mi consentiva di prendermi un po’ di vacanza… e nello stesso tempo di utilizzare il weekend per guadagnarmi un extra da mettere da parte. Per quanto lo chiamassimo il toddy-ott di ooty-pod, celebravamo tuttavia il dodici Ottobre col nome di Columbus Day. O almeno, lo celebrava la maggior parte di noi. Non potevate aspettarvi che gli arabi e gli africani, presenti in buon numero nelle nostre aree coltivate più esterne, e abituati alle loro festività, dessero qualche importanza alla scoperta dell’America. Per loro il Columbus Day era un’altra delle bizzarrie di noi americani. L’etiope che sovrintendeva al nostro sistema di pompaggio mi aveva chiesto in che giorno usavamo decorare l’albero di Pasqua per il Columbus natalizio.
Per la maggior parte comunque eravamo nativi degli Stati Uniti, e Gatti quasi tutti. Intendo Gatti di quelli non volontari. La comunità agricola era stata messa in piedi, all’inizio, da quei coloni piuttosto nomadi venuti dal miscuglio di diciotto o venti paratempi associati, ma costoro non erano portati a stanziarsi stabilmente in una zona. Quando i Pety-Deepies arrivavano loro se ne andavano, a fare altre cose che consideravano più interessanti in quel nuovo mondo.
Quella situazione mi si addiceva benissimo. Al Desert Agricultural Consort eravamo perciò tutti uguali. Ciò non significa che qualcuno di loro sapesse qualcosa dell’America-Tau, la mia America. Non avevo ancora trovato una sola persona che avesse mai sentito nominare la Lega per la Morale. Loro non avevano mai avuto d’intorno magnati arabi con le zampe su ogni grossa fonte di denaro: lì i soli arabi facevano parte del collettivo, esattamente come me. Non c’erano leggi che proibissero gli alcolici ai minori di trentacinque anni, né che punissero l’aborto e la contraccezione, e a nessuno passava per la testa di dirvi fino a che punto la vostra pelle doveva essere coperta o scoperta (fatte salve le leggi di natura, ovviamente. Nessuna persona sana di mente si esponeva in modo eccessivo al sole della California, in estate).
Nei primi tempi, fra me e me, avevo dato il nome di Eden a quel mondo nuovo. Gli si adattava abbastanza bene. E anche se non avevo mai supposto d’essere portato per la vita agricola, non rimpiangevo il tempo in cui facevo il sensale d’ipoteche nella zona di Chicago.
Ciò che rendeva migliore la situazione, naturalmente, era il fatto che grazie alla mia esperienza passata potevo stare alla larga dai lavori pesanti, a parte quando capitava che un raccolto dovesse essere mietuto con urgenza assoluta. Studiare l’aritmetica binaria m’era costato molte notti insonni, ma una volta impratichito ero stato in grado di prendere in mano tutti i problemi finanziari del collettivo. Era una solida attività lì nel nostro Consorzio, e la gente aveva imparato a fidarsi di me e a rispettarmi. Gli era dispiaciuto vedermi partire per New York proprio in quel giorno.
Non molta gente, in passato, aveva provato dispiacere nel vedermi partire.
Così, mentre il dirigibile s’abbassava lentamente di quota sulle paludi deserte del New Jersey e ricontrollavo le cassette di avocado e di lattuga, i miei pensieri erano già al momento in cui sarei tornato a casa. La mia vera casa. Quella alla periferia di Palm Springs.
Ero molto vicino a tutto ciò che avevo sognato da ragazzo. Ero stato un bambino molto religioso… avevo forse altra scelta? La Lega per la Morale aveva acquistato una gran forza, specie nei sobborghi di Chicago. Volevo essere buono. Soprattutto ciò che volevo era evitare d’essere arso vivo per l’eternità nelle orride fiamme dell’Inferno, dove (così mi prometteva ogni domenica il Reverendo Manicote) sarei senza dubbio finito se avessi bevuto, marinato la scuola domenicale o fatto il bagno a petto indecentemente nudo. Di tanto in tanto egli faceva anche menzione del Paradiso. Esso appriva una specie di Tahiti alla mente di un bambino di sei anni: sapevo che era là, ma non vedevo molte probabilità di riuscire a visitarlo di persona… almeno, non senza un buon avvocato che mi consentisse di filtrare fra le maglie della legge. Voglio dire, come poteva Iddio darmi il lasciapassare ignorando il carico di peccati che a sei anni mi portavo addosso? Avevo detto delle bugie. Sgraffignavo monetine dal barattolo in cui mia madre teneva i soldi. Non sempre ubbidivo a quel che mi dicevano i grandi. Oh, ero proprio un discolo, certo! Ma spesso facevo sogni a occhi aperti su quel che avrei visto del Paradiso, se fossi riuscito a sbirciare oltre il muro di cinta. E quello che sognavo non era molto dissimile dalla vita nel Desert Agricultural Consort, perfino riguardo al fatto che (come il Reverendo Manicote, accigliatissimo, una volta mi aveva risposto) non c’era modo di fidanzarsi o sposarsi in Paradiso. Questo era risultato abbastanza vero per me anche in California. Le donne non mancavano — erano il quarantadue per cento della popolazione — ma quasi tutte erano venute per raggiungere i loro mariti o fidanzati, cosicché ne restava una percentuale molto ristretta a disposizione degli scapoli come me.
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