Jack Williamson - Il figlio della notte

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Il figlio della notte: краткое содержание, описание и аннотация

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Il ritorno dalla Mongolia della spedizione del celebre professor Mondrick segnerà forse l’inizio di un’era nuova nella storia dell’umanità. Perchè in una certa cassa che gli esploratori portano dal deserto di Gobi sono contenute le prove di una guerra spietata e segreta, che si combatte da innumeri millenni. E il campo di battaglie è il subcosciente stesso della razza umana, dove il Maligno sembra sferrare i suoi colpi più mortali e insidiosi. Perchè il genere umano, ha scoperto Mondrick, è un ibrido: il sangue dell’Homo sapiens è, ormai, contaminato da quello dell’Homo lycanthropus, l’antichissima razza caina… Ma la scoperta di Mondrick esige le sue vittime e un orrendo pericolo minaccia di nuovo l’umanità. Le forze del male sono scatenate e gli angeli ribelli tentano ancora una volta di rialzare il capo. Metapsichica e psicocinesi sono le strane scienze a cui questo romanzo senza precedenti nella letteratura del “soprannaturale” sembra ispirarsi. E’ un romanzo che non si dimentica!

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Barbee disfece la sacca e si mise a preparare il caffè; su un piccolo fornello, fece arrostire la pancetta, e aprì una scatola di fagioli.

Servendosi d’una pietra piatta come di tavola, Quain mangiò e bevve avida­mente. S’era posto tra Barbee e la cassa, e mangiava con la rivoltella a porta­ta di mano. I suoi occhi iniettati di sangue, gonfi di stanchezza, andavano senza posa da Barbee a una curva della strada, visibile ai piedi della parete rocciosa.

Il temporale si andava addensando sempre più minaccioso. I tuoni si face­vano ancora più fragorosi e frequenti, e raffiche di vento rabbiose portavano fin dentro la caverna gelide gocce di pioggia. Fra poco una pioggia dirotta, si disse Barbee, avrebbe sommerso le piste chiudendoli in trappola in quella caverna. Finalmente Quain ripulì il suo piatto di stagno e Barbee disse ansio­so:

«Bene, Sam... dimmi, dunque».

«Lo vuoi proprio sapere?» I febbrili occhi di Quain continuavano a scrutar­lo. «Quando avrai saputo, ne sarai ossessionato, Barbee. Il mondo si trasfor­merà anche per te in un coacervo di orrori. Finirai per nutrire innominabili sospetti per ogni amico che hai... se sei innocente come sostieni di essere. Sapere quello di cui sei curioso potrà forse ucciderti.»

«Voglio sapere», disse Barbee.

«Sarà il tuo funerale.» Quain aveva ripreso la rivoltella. «Ricordi che cosa disse Mondrick lunedì sera all’aeroporto, quando fu assassinato?»

«Dunque, Mondrick fu assassinato?», osservò Barbee dolcemente. «Me­diante un gattino nero... strangolato, vero?»

La faccia non rasata di Quain divenne ancora più livida. I suoi occhi si dilatarono in un’espressione di orrore, fissando Barbee, e la sua mano puntò la grossa rivoltella verso il giornalista, mentre con voce rauca Sam chiedeva:

«Come l’hai saputo?».

«Ho visto il gattino. Molte cose orribili sono accadute, che non riesco a capire... ecco perché ho dubitato di avere perduto la ragione.» Guardò la cassa alle spalle di Quain, forse perché il lucchetto scintillava nell’ombra come se fosse d’argento. «Ricordo le ultime parole di Mondrick: “Fu centomila anni fa...”.»

Un’altra raffica di vento e pioggia penetrò nella grotta, facendo rabbrividere Barbee nel vecchio maglione di Sam che Nora gli aveva dato. E quando il tuono si fu calmato, Quain disse: «Ci fu un tempo in cui gli uomini vivevano tutti in caverne come questa. Un tempo in cui gli uomini erano dominati da un terrore così ossessionante da riflettersi ancor oggi nei miti e nelle super­stizioni di ogni terra e nei sogni segreti di ogni uomo. Perché quei nostri lontanissimi antenati erano perseguitati e ossessionati da un’altra e più anti­ca razza semi-umana, che Mondrick volle chiamare Homo lycanthropus » .

«Uomo-lupo mannaro?»

«Sì, o uomo lupo. Mondrick volle chiamarli così, per certe particolari carat­teristiche delle ossa, del cranio, dei denti... caratteristiche che si possono no­tare ogni giorno.»

Barbee ripensò agli strani scheletri che il serpente e la lupa avevano visto in quella strana camera della torre. Ma si guardò bene dal farne cenno: sapeva che Sam Quain lo avrebbe ucciso.

L’acqua entrava ora nella caverna, e Sam trascinò la sua preziosa cassa in un angolo più riparato.

«Ma quella razza rivale non aveva nulla di scimmiesco», riprese. «Il sentiero dell’evoluzione non procede sempre salendo: i Cromagnon, per esempio, erano esemplari umani migliori di quelli che si possono trovare oggi. L’albe­ro della famiglia umana ha sviluppato bizzarre diramazioni... e quella razza di stregoni», Barbee non poté fare a meno di sussultare, «devono essere stati i nostri più strani cugini.»

La pioggia ora cadeva con un’intensità diluviale con una specie di rombo ininterrotto.

«Per risalire alle vere origini di quella tragedia razziale, bisogna andare an­cora più lontano nel tempo, ad almeno mezzo milione di anni fa e anche più... alla prima delle due più importanti ere glaciali del Pleistocene. La pri­ma era glaciale con i suoi intermezzi di clima meno rigido durò quasi centomila anni, e creò il popolo degli stregoni.»

«E avete trovato le prove di ciò nell’Ala-shan?», mormorò Barbee.

«Parzialmente. Sebbene l’altopiano del Gobi non fosse mai stato completa­mente invaso dai ghiacci... le sue zone desertiche divennero umide e fertili durante le epoche glaciali ed è là che i nostri antenati neolitici ebbero la loro rapida evoluzione. La razza degli stregoni discendeva da un tipo affine di ominidi rimasti prigionieri dei ghiacci nelle regioni più elevate a sud-ovest, verso il Tibet. Mondrick ne trovò resti in una caverna, che aveva scavato prima della guerra, oltre la catena dei Nan-shan. Quello che noi trovammo sotto quei tumuli funebri del deserto, durante l’ultima spedizione, completa la storia, costituendone inoltre un capitolo piuttosto impressionante.»

Barbee fissava come distratto i pesanti fili della pioggia.

«Quelle tribù rimaste prigioniere dei ghiacci seppero affrontare la sfida del ghiacciaio. Ogni secondo i ghiacciai si facevano più alti e minacciosi e la selvaggina era sempre meno numerosa e gli inverni divenivano sempre più duri. O adattarsi alle mutate condizioni o morire. Le tribù seppero sviluppa­re, col lento passar dei millenni, nuovi poteri mentali.»

Barbee ripensò al Principio di Indeterminazione di Heisenberg, e al circuito che collegava la mente alla materia attraverso il controllo delle probabilità.

«Davvero?», disse. «Quali poteri?»

«Non è facile precisare. Cervelli morti non lasciano fossili nel terreno, capi­sci. Ma Mondrick era convinto che avessero lasciato tracce nei miti, nel lin­guaggio e nelle superstizioni. Studiò per molti anni questi ricordi razziali e ha potuto ottenere maggiori prove dopo che ebbero inizio gli esperimenti della Duke University in parapsicologia e metapsichica.»

Barbee si sbalordì talmente che rimase a guardare Quain a bocca aperta.

«Quei nomadi intrappolati dai ghiacci sopravvissero», continuò Quain, «avendo sviluppato poteri che permisero loro di predare i loro più fortunati cugini della zona del Gobi. Telepatia, chiaroveggenza, virtù profetiche... tutti questi poteri certamente. Mondrick tuttavia era convinto che essi possedes­sero un dono più sinistro.»

Barbee si accorse di respirare a stento.

«Le prove in questo senso sono quasi universali. Quasi ogni popolo primiti­vo è ancora ossessionato dalla paura del loup garou ,in un aspetto o nell’al­tro: di una creatura, cioè, apparentemente umana che può assumere la forma della belva più feroce della località, per assalire e predare l’uomo. Questi stregoni, secondo Mondrick, appresero a lasciare i loro corpi ibernanti nelle caverne elette a domicilio, correndo le distese ricoperte di ghiacci, come lupi, orsi o tigri... per andare a caccia di selvaggina umana.»

Barbee fu lieto di non avergli parlato dei suoi sogni.

«E così, in questo loro modo diabolico, quegli ominidi circondati dal gelo risposero alla sfida della natura e conquistarono il ghiacciaio. Verso la fine della glaciazione di Mindel — 400.000 anni fa, come tutto tende a provare — avevano praticamente conquistato il mondo. In qualche migliaio di anni i loro terribili poteri avevano sopraffatto ogni altra specie del genere Homo. Tuttavia l’ Homo lycanthropus non sterminò le razze conquistate, meno che nelle Americhe. Solitamente lasciavano vivere i superstiti, come loro schiavi e loro cibo. Avevano imparato ad amare il gusto del sangue umano, senza il quale non potevano più vivere.»

Barbee ricordò la gioia con cui la tigre aveva affondato le zanne terribili nella gola di Rex Chittum e l’orrore che lo colse fu tale che temette di non poterlo nascondere a Quain.

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