«Scappa, Will!» La voce della lupa gli giunse dalle tenebre. «O ti accuseranno di averla uccisa. Raggiungimi a casa mia, al Trojan Arms; e insieme ci recheremo dal Figlio della Notte!»
Improvvisamente, il panico s’impadronì di lui. Semiaccecato dalle luci della macchina vicinissima, ormai, ritornò con un salto dietro il volante e premette il bottone della messa in moto. Il motore rombò obbediente, e allora lui cercò di fare marcia indietro, per staccarsi dal parapetto. Ma il volante non voleva girare. Si precipitò nuovamente fuori, nel bagliore bianchissimo del faro, e vide che il parafango s’era ripiegato contro la ruota.
Cercò con le deboli mani tremanti, di raddrizzare quel maledetto parafango; ma le mani gli scivolavano, il metallo era duro e tagliente. Alla fine, cedette.
L’altra macchina venne a fermarsi immediatamente contro la sua.
«Ma, signor Barbee!» La voce seccata che proveniva da dietro il fulgore accecante dell’altra macchina era quello del dottor Bunzel. «Vedo che ha avuto un piccolo incidente!»
Barbee, frugando disperatamente sotto il parafango, constatò finalmente che il pneumatico non lo toccava più. Senza rispondere, tornò in gran fretta sulla macchina, tremando di terrore e di emozione.
«Un momento, signor Barbee!» Udì un rumore di passi frettolosi sull’asfalto. «Lei ha diritto a essere trattato con la massima cortesia possibile finché rimane nostro ospite a Glennhaven, ma non dovrebbe ignorare che non può condursi come in un albergo, salvo permesso speciale del dottor Glenn. Temo che saremo costretti a...»
Barbee non si curò di ascoltare oltre. Tra un fracasso di ferraglia e di vetri triturati ingranò la marcia indietro, cozzò violentemente contro l’altra auto, sterzò, ripartì a tutto acceleratore, spinto da una paura mostruosa, frenetica. Udì per un istante la voce di prima che urlava:
«Barbee!... si fermi...».
I fari dell’altra macchina erano scomparsi, e lui, scansando per miracolo il corpo per terra e slittando per un istante su qualcosa di viscido, rombava ora a tutta velocità sul ponte.
L’altra macchina non poteva più inseguirlo. Calcolò che, costretto a tornare a piedi a Glennhaven, Bunzel non avrebbe potuto telefonare alla polizia prima di mezz’ora. Ma all’alba tutta la polizia di Clarendon si sarebbe lanciata alla ricerca di un pazzo furioso, che, affetto da mania omicida, correva le campagne in vestaglia rossa su una vecchia macchina chiusa macchiata di sangue.
La disperata solitudine di chi precipita negli abissi del cosmo s’impadronì di lui mentre guidava la sua traballante automobile nella notte. Solitudine, disperazione, orrore. Qual era la realtà? Quale la sua allucinazione? L’universo intorno a lui era divenuto improvvisamente incomprensibile. E nessuno a cui rivolgersi, a cui chiedere aiuto!
Quando fu nei pressi dell’università, fermò la macchina in una viuzza secondaria, dietro un vasto deposito di legnami, e si avviò zoppicando verso la casa di Sam Quain. Albeggiava.
Dominò l’impulso frenetico di mettersi a correre e di nascondersi in un’altra viuzza, nel vedere un ragazzino con un pacco di giornali venirgli incontro in bicicletta, gettando un giornale ripiegato davanti a ogni porta. Cercando di darsi l’aria di un abitante del rione, appena alzato e uscito sulla soglia a dare un’occhiata al tempo, si fermò sull’orlo del marciapiede, frugandosi nelle tasche della vestaglia in cerca di spiccioli per il giornale.
«Lo Star ,signore?»
Barbee annuì:
«Tieni il resto».
Il ragazzino gli porse una copia e ne gettò un’altra verso la porta alle sue spalle, poi si allontanò pedalando; ma non senza avere lanciato, prima, un’occhiata penetrante alla vestaglia rossa.
In gran fretta, Barbee aprì il giornale e i neri caratteri del titolo lo colpirono come una mazzata:
UNA MALEDIZIONE PREISTORICA
O UN ASSASSINO IN CARNE E OSSA FA LA SUA TERZA VITTIMA
Nicholas Spivak, 31 anni, antropologo dell’Istituto di Ricerche, è stato trovato cadavere stamane ai piedi della torre dell’Istituto, mentre una finestra era aperta al nono piano della torre. Il cadavere è stato trovato da due guardie speciali, assunte dall’Istituto dopo che la morte aveva colpito due altri scienziati della Fondazione nel corso della settimana.
Una maledizione preistorica perseguita forse i membri della spedizione tornati recentemente a Clarendon dai tumuli della Mongolia? I membri superstiti della spedizione smentiscono qualsiasi voce relativa a cose particolarmente misteriose che avrebbero dissotterrato dai presunti luoghi d’origine del genere umano, in quello che è oggi il deserto dell’Ala-shan, ma la morte di Spivak porta ora a tre il numero delle vittime tra coloro che parteciparono alla spedizione.
Si cerca il dottor Samuel Quain, altro membro dell’Istituto, per informazioni in merito alla morte di Spivak, a quanto dichiarano il capo della polizia Oscar Shay e lo sceriffo T.E. Parker, secondo i quali la sua testimonianza dovrebbe gettare nuova luce sulle bizzarre coincidenze dei precedenti decessi.
Ridendo della teoria relativa alla maledizione, Shay e Parker hanno lasciato intendere che una cassa dipinta di verde, portata dagli esploratori dall’Asia, potrebbe contenere una spiegazione meno misteriosa, ma più sinistra, dei tre decessi. Si ritiene che Quain fosse solo con Spivak nella stanza della torre, da cui le autorità di polizia dichiarano che cadde o fu gettato, schiacciandosi al suolo.
Il giornale sfuggì tra le dita intirizzite di Barbee. Pure, Quain non poteva essere l’assassino. Era impensabile.
Un assassino, tuttavia, doveva pur esserci. Con la morte di Rowena, ormai le vittime salivano a quattro. Un cervello spietato sembrava essere all’opera, spietato e fornito di poteri soprannaturali: il cervello, ovviamente, del Figlio della Notte. Ammesso che questo nome celasse veramente un’entità pensante.
Incerto ormai su tutto e su tutti, Barbee si affrettò per le quiete viuzze verso la casa di Sam, cercando di aver l’aria di chi ritiene che una passeggiata mattutina in una svolazzante vestaglia rossa sia la cosa più naturale di questo mondo.
Eppure il mondo esterno, nel suo risvegliarsi al primo mattino autunnale, aveva un’aria quanto mai normale e credibile. Come il sorriso allegro che gli rivolse l’uomo in tuta, in attesa col pacchetto della colazione presso la fermata dell’autobus, un muratore, probabilmente, si disse Barbee.
Ma, ragionò Barbee allontanandosi a passo sempre più rapido, incalzato dai suoi fantasmi, la città, così tranquilla e normale e reale, in verità si nascondeva sotto l’illusoria parvenza di un velo dipinto. La sua atmosfera lievemente assonnata celava orrori misteriosi, troppo terrificanti perché una mente sana potesse considerarli. Anche il muratore che gli aveva sorriso, col suo pacchetto della colazione sotto il braccio, quello stesso muratore poteva essere il Figlio della Notte.
Nora venne ad aprirgli, con gli occhi rossi per la veglia e le lacrime. Era mortalmente pallida, e la sua tonda faccia lievemente lentigginosa esprimeva lo sconvolgimento in cui si trovava.
«Oh, Will!», esclamò affettuosamente. «Come mi fa piacere che tu sia venuto! Dio, che notte è stata mai questa!» Ma nel vederlo a sua volta così sconvolto e disperato in quella strana acconciatura, gli fece un pallido sorriso di conforto. «Anche tu hai l’aria stanca, Will! Vieni in cucina, ti verso una tazza di caffè...»
La seguì in cucina col cuore gonfio di gratitudine. Batteva i denti dal freddo.
«Sam è in casa?», domandò ansioso. «Ho assoluto bisogno di parlargli.»
Lei lo guardò con occhi dolenti.
«No, non c’è», rispose laconicamente.
«Strano, ho visto davanti alla porta la giardinetta della Fondazione», osservò. «Credevo che Sam fosse in casa.»
Читать дальше