«Grazie, Will... Richiamerò subito Sam, per metterlo sull’avviso». E con rinnovata protesta che le saliva dall’anima: «Ma non è stato lui!».
Barbee ritornò stancamente nella sua camera, si tolse vestaglia e pantofole e si gettò spossato sul letto. Cercò di riaddormentarsi, ma era pervaso da una strana irrequietezza. Il ricordo del sogno lo ossessionava. Dovette suonare per l’infermiera e farsi dare un sonnifero, ma non si addormentò, ed era ancora sveglio, quando udì il sussurro della lupa bianca.
«Will!... Mi senti, Will Barbee?»
«Ti sento, April», mormorò lui, in preda al torpore. «Buona notte, amore.»
«No, Will!» La lupa aveva di nuovo il suo tono imperioso. «Devi tramutarti ancora questa notte, perché un altro compito ci attende.»
«No, basta!», protestò Barbee. «Non voglio più sognare, e poi so benissimo che non ti sento in realtà, che il tuo richiamo non esiste.»
«Oh, Barbee, non cercar d’ingannare te stesso... Lo sai bene che i tuoi non sono sogni. Ora ti prego di stare calmo e di ascoltarmi.»
«No, non ti ascolto e non sognerò più, non voglio più sognare.»
E agitava la testa sul cuscino, come per liberarla di lei e della sua ossessione.
La voce della lupa squillò imperiosa nella sua mente come una frustata.
«Will! Devi ascoltarmi, tramutarti nuovamente e raggiungermi! Subito! E assumi la forma più spaventosa che puoi! Abbiamo un nemico molto più terribile di Spivak da combattere.»
«Quale nemico?»
«La cieca! Quella donna non è più nella clinica, dove nessuno bada alle sue farneticazioni. È scappata, Will, per andare ad avvertire Sam Quain!»
Barbee sentì un brivido gelido correre lungo la spina dorsale, come quando gli si rizzava il pelo sul collo sotto la forma di lupo. Ma era umano ora, sentiva la carezza delle lenzuola sulla sua pelle d’uomo, e i rumori della clinica, lontani, soffocati, col suo ottuso udito umano: i passi distanti dell’infermiera Hellar, il russare d’un dormiente nella stanza accanto, un telefono che suonava con una certa impazienza, frequentemente:
«Ad avvertire Sam? E di che?», domandò, semiaddormentato.
Il sussurro della lupa sembrò a sua volta carico di terrore: «Rowena conosce il nome del Figlio della Notte!».
Con un sussulto, Barbee aprì gli occhi, e levando il capo un poco sul cuscino per guardarsi intorno vide una lama di luce gialla filtrare nella stanza sotto la porta dal corridoio, scorse il pallido rettangolo evanescente della finestra. Era ancora umano, del tutto umano, ed era sveglio.
Pure, il suo roco sussurro non poté fare a meno di chiedere: «Ma chi è questo misterioso cospiratore, che tanta paura faceva a Mondrick, questo tenebroso messia, il Figlio della Notte? Qual è il suo vero nome?».
«Will, non lo sai ancora?» E c’era l’antica sfumatura beffarda nella domanda.
Un’ira improvvisa lo colse: «Lo so, chi è», disse con impazienza. «È il tuo buon amico Preston Troy!»
E rimase in attesa d’una risposta che non venne.
Era solo nella sua stanza, desto e immutato. Poteva udire il frettoloso ticchettio del suo orologio e vederne il quadrante fosforescente, che segnava le quattro e quaranta. L’alba era lontana di due ore buone, ma lui non intendeva addormentarsi fino a che non avesse visto la luce del sole. Non osava...
«No, Barbee», il lieve sussurro lo fece sobbalzare ancora una volta, «il Figlio della Notte non è Preston Troy, ma tu devi meritarti la conoscenza del suo nome. E puoi farlo questa notte stessa, uccidendo Rowena Mondrick.»
Lui s’agitò rabbiosamente sul letto.
«Macché!», protestò. «È chiusa qui dentro, sotto chiave, con un esercito di infermiere che fa buona guardia. Ed è cieca, oltre tutto!»
«Eppure, la tua cieca è fuggita, e in questo momento sta dirigendosi verso Sam, per avvertirlo. Presto, Barbee. Assumi la forma più spaventosa, armati di artigli spietati, di zanne invincibili, perché dobbiamo ucciderla, prima che faccia giorno!»
«No!», urlò Barbee, e poi abbassò la voce per timore che l’infermiera potesse udirlo. «Ho finito, April Bell! Finito d’essere lo strumento dei tuoi piani demoniaci... di assassinare i miei amici... ho finito anche con te!»
«Davvero, Barbee? Eppure...»
Rabbrividendo, riuscì a levarsi, e quel tenue sussurro si spense. Il suo furore e la sua apprensione avevano spezzato quella terribile trama di illusione, quel miraggio; né lui aveva la minima intenzione di fare del male alla povera Rowena, nel sonno o in stato di veglia.
Si pose a passeggiare per la camera sulle gambe malferme, sempre anelando per un po’ di fiato, madido di gelido sudore. Il mostruoso sussurro era veramente cessato. Si fermò presso la porta, tendendo l’orecchio per assicurarsene. Tutto quello che poté udire fu un lieve russare singhiozzante e sommesso, interrotto ogni tanto da un gorgoglio soffocato: era l’ometto barbuto, che la sera prima aveva rovesciato la scacchiera della dama, il quale dormiva i suoi sonni agitati dall’altra parte del corridoio.
Aprì cautamente la porta. Qualcuno urlava, in una parte lontana della dipendenza. S’udivano anche voci di donna, stridule, eccitate. Un rumore di passi affrettati. Lo sportello di un’automobile che si chiudeva con uno schianto rabbioso. E poi il ronzio d’un motore che si accendeva, lo stridere dei freni, mentre la macchina, partita a tutta velocità, risaliva il viale in curva verso il cancello d’ingresso. Rowena Mondrick era veramente fuggita: la certezza di questo lo colpì con la fredda precisione di un pugno in piena faccia.
Forse, come il soave Glenn gli avrebbe poi indubbiamente spiegato, il suo subcosciente turbato aveva semplicemente interpretato tutti i rumori soffocati di allarme e di ricerca della fuggitiva come prolungato sussurro della lupa bianca.
Silenziosamente, Barbee calzò le pantofole e s’infilò la vestaglia, non dimenticando di cacciarsi nelle tasche il portafogli e le chiavi. Non distingueva più che cosa fosse realtà e illusione. Non avrebbe saputo chiarire a Rowena quale pericolo la minacciasse: non osava prestare fede a quel sussurro. Ma questa volta intendeva prendere parte attiva a qualunque cosa dovesse succedere: e non come sicario del Figlio della Notte.
Il corridoio era deserto, e lui corse silenziosamente fino alle scale, dove si fermò al suono rabbioso della voce del dottor Bunzel: «Farà bene a trovarla», diceva a un’infermiera. «Era affidata alla sua sorveglianza, specialissima sorveglianza. E lei sapeva che aveva già tentato di scappare.» Un’intonazione di scherno parve raddolcirgli la voce. «Non sarà passata attraverso il muro, vero?»
«È proprio quello che si penserebbe, dottore», rispose la voce tremula e smarrita di una ragazza. S’udì una specie di ruggito da parte del dottor Bunzel. «Voglio dire, dottore, che non riesco a capire da dove sia uscita.»
«Perché?»
«Povera signora!» La ragazza sembrava sul punto di scoppiare in lacrime. «Era in grande agitazione fin dalla passeggiata di ieri mattina. E non voleva dormire, pregava e ripregava che la lasciassi andare dal dottor Quain. Poi, verso mezzanotte, i cani dei dintorni si sono messi a ululare e la povera signora Mondrick ha cominciato a lanciare urla terribili. Sembrava che non volesse più cessare. Il dottor Glenn aveva ordinato di farle un’iniezione, se ce ne fosse stato bisogno, e io pensai che non era più il caso di attendere. Sono andata a prepararla e quando sono tornata, un minuto dopo, era scomparsa.»
«Perché non ha dato l’allarme prima?»
«Ho voluto assicurarmi che non si fosse nascosta nella corsia comune.»
«Bisogna organizzare ricerche sistematiche. La signora è gravemente sconvolta e ho paura di quello che può commettere, abbandonata a se stessa.»
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