«Gran Dio!», mormorò. «Sono isterico, questa notte!» Allontanò da sé il calco e si chinò nuovamente sulle carte. «Se potessi almeno identificare quel maledetto carattere!» Si mise a succhiare la matita, aggrottando la fronte. «I creatori del disco riuscirono ad annientare quei demoni, un tempo, e la loro scoperta può riuscirvi ancora!» Le sue spalle curve si eressero risolutamente. «Vediamo... se il carattere alfa rappresenta veramente l’unità...»
Fu tutto quello che disse. Perché il rettile aveva scagliato la testa sottile tra il volto dell’uomo e il piano della scrivania. Tre volte il lunghissimo corpo si avvolse attorno all’uomo, poi, stringendo le spire, si tese con tutta la sua forza verso il campo magnetico della probabilità favorevole.
Il volto affinato e smunto di Spivak si contrasse in un’espressione di orrore. Dietro le lenti, i suoi occhi sembravano prossimi a scoppiare. Aprì la bocca per urlare, ma un colpo secco infertogli dalla dura testa del rettile lo paralizzò alla gola. Il fiato gli usciva in un sibilo dal petto, che cedeva sotto la stretta terribile.
Con le mani ad artiglio cercò di puntellarsi al tavolo per alzarsi in piedi. Ma le spire si strinsero ancora di più e il torace dell’uomo s’incavò in modo impressionante. Le dita brancicanti, in un ultimo sforzo frenetico, afferrarono il disco di gesso e lo scagliarono debolmente contro le costole di Barbee. Il freddo urto del suo tocco e l’odore intollerabile annebbiarono il serpente, le cui spire palpitanti si rilassarono un poco.
Ma ormai il povero Nick era già morto. Il disco gli cadde dalle dita inerti e si spezzò sul pavimento. La lupa corse verso la finestra:
«Presto! Quain si sta svegliando.»
Barbee le corse accanto e si accinse a dissolvere la materia della finestra; ma la lupa scosse la testa sottile.
«No. Dobbiamo riuscire ad aprire la maniglia. Non ci sono persiane e Spivak era sonnambulo, quando si trovava in condizioni di estrema stanchezza. E questa notte sembrava sfinito. È questo il circuito magnetico delle probabilità che ho trovato per aiutarti a ucciderlo.»
Finalmente, dopo un lungo affaccendarsi con le zampe e le zanne, mentre il rettile cercava di aiutarla usando la dura testa come leva, la lupa riuscì a far girare la maniglia e ad aprire la finestra con uno schianto che fece sussultare Quain. Questi si mosse pesantemente sulla branda.
«Nick», mormorò confusamente, «che diavolo sta succedendo?»
Ma non si levò e la lupa avvertì:
«Non può svegliarsi ora... ciò spezzerebbe il circuito».
L’aria limpida e fredda che irrompeva dalla finestra dissolse in parte il fetore che li stordiva con la forza di uno stupefacente. Il rettile fu in grado di trascinare il corpo stritolato di Spivak presso la finestra.
«Presto!» La lupa era imperiosa. «Gettalo giù! Dobbiamo andarcene di qua prima che Quain si svegli... e io devo fare ancora qualcosa di molto difficile, per le mie zampe.»
Balzò sulla scrivania, con la leggerezza di un essere alato, e cercò di stringere la matita che la mano di Spivak aveva abbandonato pochi minuti prima. Barbee avrebbe voluto sapere che cosa stava tentando di scrivere, ma un gemito di Quain nel sonno lo riscosse. Con uno sforzo indescrivibile, riuscì a far precipitare la massa di carne e ossa stritolate oltre il davanzale della finestra. Ma le sue spire dovettero scivolare su una goccia di sangue, perché il suo corpo perse la presa che lo manteneva sull’orlo della finestra, e cadde a sua volta. Udì dietro di sé l’ansiosa ingiunzione della lupa:
«Fuggi di qua, Will!... prima che Quain si svegli!».
Il suo lunghissimo corpo nero precipitò giù, nel vuoto, per nove piani d’altezza, ardentemente teso verso il rifugio — ora — di quell’altro suo misero corpo addormentato a Glennhaven.
Udì, in basso, il tonfo sordo e netto dei resti di Spivak che si abbattevano sul viale di cemento ai piedi della torre. E continuò a precipitare a sua volta, finché non si abbatté — e il mutamento fu questa volta repentino, indolore — presso il suo letto a Glennhaven, comunissimo bipede, istupidito dal sonno.
La testa gli doleva per il gran colpo dato per terra nel cadere dal letto. Si levò ritto, barcollando. Aveva un bisogno imperioso di bere qualcosa di forte. Lo stomaco era sconvolto, sembrava svolazzare per la stanza, e tutto il corpo era in preda a un sordo indolenzimento. Glenn, si disse, gli avrebbe detto, senza dubbio, che lui era rotolato per terra scivolando dai cuscini su cui s’era sostenuto per leggere, e che tutto quello spaventevole sogno era nato poi dal suo tentativo, inconscio e probabilmente d’origine alcoolica, di spiegare in qualche modo la caduta.
Intorpidito, tremante e pieno d’orrore per la certezza che quanto aveva sognato fosse vero, Will Barbee rimase qualche minuto in piedi accanto al letto, nelle tenebre.
Finalmente, con un rauco sospiro d’infelicità si decise ad accendere la luce e a guardare l’orologio. Erano le due e un quarto. Tese la mano verso gli indumenti che aveva lasciato sulla seggiola, spogliandosi, ma l’infermiera aveva dovuto ritirarli mentre dormiva, perché trovò solo la vestaglia rossa e le pantofole dalla suola di feltro.
Sempre tremante, e ricoperto di sudore, si coprì alla meglio, e premette il bottone del campanello. Poi, impaziente, ciabattò fuori della camera per andare incontro all’infermiera del turno di notte, un’atletica e bonaria signorina Hellar, piuttosto matura.
«Oh, signor Barbee, ma io credevo che fosse addormentato!»
«Devo vedere Glenn!», le disse, frenetico. «Subito!»
La larga faccia da lottatrice dell’infermiera si illuminò di un sorriso impietosito, mentre la sua voce mascolina cercava di farsi carezzevole:
«Ma certo, signor Barbee... Perché non se ne torna intanto a fare un po’ di nanna, mentre noi cerchiamo di tei...».
«Madama», la interruppe Barbee in tono di feroce sarcasmo, «non è questo il momento di farmi vedere la vostra tecnica di imbonimento dei pazzi furiosi. Forse sono pazzo e forse non lo sono, non lo so ancora, ma pazzo o sano, devo parlare subito a Glenn. Dove si trova?»
L’infermiera Hellar si rannicchiò su se stessa, come se si trovasse sul quadrato, davanti a un temibile avversario.
«E cerchi di non fare la furba», le consigliò Barbee guardandola con occhi sfavillanti. «Può darsi che lei sappia trattare a meraviglia i pazzi comuni, ma il mio caso è specialissimo, capisce?»
Gli parve di vederla assentire di malavoglia, e non poté fare a meno di aggiungere: «Chi sa come si metterà a correre, quando mi trasformerò in un sorcio enorme, tutto nero!».
La donna cominciò a indietreggiare lentamente, un poco pallida, ora.
«Voglio solo parlare a Glenn per cinque minuti, ma subito!», aggiunse con un urlo improvviso. «E se Glenn troverà da ridire, me lo metta in conto.»
«Temo che verrà una nota piuttosto salata», osservò l’infermiera, «se sono questi i suoi sistemi!»
Barbee la guardò sorridendo, e improvvisamente si buttò a terra a quattro gambe.
«Buono, buono!», ammonì la donna, nervosamente. «Ora le mostro il suo alloggio.»
«Brava la mia ragazza!» E si rialzò sulle due gambe.
L’infermiera Hellar si fece prudentemente da parte, e volle che la precedesse per il corridoio e giù per le scale... e Barbee ebbe la sgradevole sensazione che la donna credesse realmente alla possibilità che lui si trasformasse in un enorme topo nero. Dalla porta sul retro dell’edificio, l’infermiera gli indicò la palazzina di Glenn immersa nelle tenebre, e fu manifesto che la forte Hellar trasse un sospiro di sollievo, quando lui si avviò da solo verso la palazzina.
Delle luci si accesero al piano superiore ancor prima che Barbee giungesse davanti alla porta, segno che l’infermiera aveva telefonato prima. Il soave e altissimo psichiatra in persona venne ad aprire, avvolto in una lussuosa vestaglia di gusto piuttosto barbarico.
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