Jack Williamson - Il figlio della notte

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Il figlio della notte: краткое содержание, описание и аннотация

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Il ritorno dalla Mongolia della spedizione del celebre professor Mondrick segnerà forse l’inizio di un’era nuova nella storia dell’umanità. Perchè in una certa cassa che gli esploratori portano dal deserto di Gobi sono contenute le prove di una guerra spietata e segreta, che si combatte da innumeri millenni. E il campo di battaglie è il subcosciente stesso della razza umana, dove il Maligno sembra sferrare i suoi colpi più mortali e insidiosi. Perchè il genere umano, ha scoperto Mondrick, è un ibrido: il sangue dell’Homo sapiens è, ormai, contaminato da quello dell’Homo lycanthropus, l’antichissima razza caina… Ma la scoperta di Mondrick esige le sue vittime e un orrendo pericolo minaccia di nuovo l’umanità. Le forze del male sono scatenate e gli angeli ribelli tentano ancora una volta di rialzare il capo. Metapsichica e psicocinesi sono le strane scienze a cui questo romanzo senza precedenti nella letteratura del “soprannaturale” sembra ispirarsi. E’ un romanzo che non si dimentica!

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Una di quelle camere era stata attrezzata con banchi metallici, strumenti, provette e tutto l’occorrente per le più disparate analisi chimiche. Le esala­zioni brucianti dei reagenti erano sommerse dal fetore mortale che emanava da un pizzico di polvere grigia, messa ad asciugare su un filtro di carta. Quel­la stanza era silenziosa, a eccezione del gocciolio lento di un rubinetto, ma tanto la lupa quanto il serpente arretrarono davanti al tanfo.

«Vedi?», Barbee sentì che April gli diceva, «i tuoi ex amici stanno tentando di analizzare quell’antico veleno nella speranza di annientarci.»

La camera attigua era un museo di scheletri articolati, appesi candidi a so­stegni metallici. Barbee si guardò intorno a disagio coi suoi neri occhi di rettile. Riconobbe le ossa abilmente riconnesse dell’uomo moderno e delle moderne scimmie antropomorfe e le bianche ricostruzioni di tipi scimmieschi di ominidi quali l’uomo chelleano, quello musteriano e il prechelleano. Altri reperti lo lasciarono perplesso; le ossa ricostituite erano troppo sottili, i den­ti nel sogghigno del teschio troppo aguzzi, i teschi stessi troppo lisci e allun­gati.

Evidentemente Quain e Spivak prendevano misure e calcolavano rapporti, alla ricerca di elementi che permettessero loro di colpire il nemico.

L’altra camera ancora era immersa nelle tenebre e nel silenzio. Grandi mappe a colori illustravano i continenti moderni e quelli del passato; i margini dei ghiacciai delle epoche glaciali erano tracciati come linee di un campo di battaglia. Entro vetrine di cristallo, si vedevano i quaderni di appunti e i diari di Mondrick.

La lupa a un tratto emise un lieve ringhio e Barbee si accorse che i suoi occhi verdastri fissavano un largo frammento di arazzo medievale, chiuso in una cornice di vetro e appeso sopra la scrivania, come se si trattasse di un tesoro speciale.

Il disegno sbiadito mostrava un gigantesco lupo grigio che spezzava tre cate­ne che lo imprigionavano, per balzare su di un vecchio barbuto con un solo occhio.

Studiando meglio l’antico tessuto, Barbee nel lupo riconobbe Fenris, demo­ne della mitologia scandinava. Il vecchio Mondrick aveva una volta analizza­to il mito antichissimo, paragonando la demonologia vichinga a quella greca. Generato dal malefico Loki e da una gigantessa, il lupo gigante Fenris aveva continuato a crescere fino a quanto gli dèi impauriti lo avevano incatenato. Fenris aveva spezzato due catene, ma la terza aveva magicamente resistito fino al terribile giorno di Ragnaròk, quand’era riuscito a liberarsi per aggre­dire Odino, signore degli dèi, rappresentato come un gran vecchio con un occhio solo.

La lupa bianca aveva digrignato i denti e si ritraeva ora dalla tappezzeria sfilacciata.

«Perché? Dov’è il pericolo che ci minaccia?», volle sapere Barbee.

«Là, in quel tessuto e nella storia che narra... e in tutti i miti delle guerre e delle alleanze fra dèi, uomini e giganti, che la maggior parte del genere uma­no crede siano soltanto fiabe e leggende. Mondrick aveva capito troppe cose e noi l’abbiamo lasciato vivere troppo.»

Fiutò ancora l’odore nauseabondo, d’una putredine dolciastra.

«Dobbiamo agire subito! Prima che questi due maledetti scoprano tutto quello che Mondrick e sua moglie sapevano, e trasformino questo luogo in un’altra trappola per noi!» Rizzò le lunghe orecchie ad ascoltare. «Vieni, Barbee... i tuoi ex amici sono dall’altra parte del corridoio.»

Attraversarono il corridoio immerso nelle tenebre, e il lungo serpente stri­sciò dinanzi a lei attraverso la parte inferiore di un uscio chiuso a chiave. Ma poi sussultò, levando la nera testa in allarme, alla vista di Sam Quain e Nick Spivak.

La lupa lo raggiunse, beffarda: «Siamo in tempo, credo. Questi sciocchi non devono avere scoperto l’identità del Figlio della Notte, e la cieca non deve essere riuscita a comunicare con loro, per avvertirli di circondarsi di argento. Ora potremo porre fine a questi mostri umani e salvare così il Figlio della Notte».

I due uomini chiusi nella cameretta non parvero molto mostruosi a Barbee. Nick Spivak scriveva, stancamente semisdraiato sulla scrivania. Alzò la testa quando Barbee lo guardò, con un soprassalto nervoso. Dietro le lenti spesse, i suoi occhi erano iniettati di sangue, febbrili, spiritati, e la faccia livida dalla stanchezza era coperta da una barba di qualche giorno.

Sam Quain dormiva su una branda lungo il muro. Era così sfinito che anche nel sonno la sua faccia era stirata e contratta per la stanchezza. Da sotto le coperte sporgeva il braccio robusto, a stringere una delle maniglie di cuoio della cassa, anche nel sonno.

La cassa era sempre chiusa col lucchetto. Barbee fece uno sforzo mentale, a tentoni, verso il suo contenuto, e sentì quel massiccio rivestimento d’argento all’interno del ferro e del legno della cassa: una barriera che gli fece scorrere un freddo brivido lungo le spire. Indietreggiò già in preda a un vago males­sere, annebbiato dal fetore immondo che emanava la cassa. La lupa gli si accucciò vicino, spaventata e in preda al malessere.

Sempre alla scrivania, Spivak fissava coi suoi poveri occhi arrossati Barbee, ma non parve vedere né il serpente né la lupa. Rabbrividendo un poco, come di freddo, riprese infine il suo lavoro.

Barbee gli fluì vicino, sollevando la lunga testa piatta per guardare di sopra la sua spalla magra e curva. Vide le dita tremanti di Spivak girare distratta­mente il frammento stranamente conformato di un osso ingiallito dal tempo. Vide poi l’uomo prendere un altro oggetto sulla scrivania, e uno sgradevole torpore irrigidì le sue spire.

Quell’oggetto era di gesso bianco. Sembrava il calco di una pietra a forma di cuore, profondamente incisa. Una parte dell’orlo ricurvo dell’originale do­veva essere stato appiattito dall’usura; doveva essersi spezzato, vide Barbee, e un pezzetto ne mancava. Il fetore dolciastro che ne emanava come una nube era così potente che dovette ritrarre la testa nera di scatto.

«Dev’essere un calco della Pietra», spiegò la lupa, barcollando sulle zampe. «E la Pietra stessa deve trovarsi in quella cassa... col segreto che annientò la nostra specie inciso su di essa e protetto da quell’intollerabile emanazione. Non possiamo arrivare alla Pietra stanotte... ma penso che potremo impedire al tuo amico di leggere l’iscrizione.»

Barbee si eresse come una nera colonna arabescata per vedere meglio sulla scrivania: Nick Spivak aveva ricopiato tutte le iscrizioni dal disco di gesso strofinando una matita su morbida carta gialla. Ora cercava di decifrarle, indubbiamente, perché i bizzarri caratteri eano sparsi in file e colonne su varie pagine, frammisti ad appunti e quadri sinottici in caratteri comuni.

«Sei fortissimo questa notte, Barbee», anelò la lupa. «Posso vedere una si­cura probabilità di morte per Spivak... un campo magnetico a cui tu puoi attingere...»

Digrignò improvvisamente le zanne. «Uccidilo! Uccidilo finché esiste il nes­so!»

Rigidamente, penosamente, Barbee si costrinse a immergersi di nuovo nella nuvola di fetore letale che aleggiava intorno al calco di gesso. Spinse poi le spire ricoperte di scaglie verso l’uomo sfinito intento a scrivere, perché quel­l’uomo era un nemico del Figlio della Notte e tutto era cambiato, ormai. Nessuna cosa più, della sua vita diurna, era importante.

Importava solo la sua nuova potenza, l’atteso arrivo del Figlio della Notte e l’amore della lupa dagli occhi verdi.

Nervosamente, Nick Spivak, messi da parte i suoi appunti, studiava ora at­traverso una lente il calco di gesso, come per cercare un errore fatto nel rilevare l’iscrizione. Crollò il capo, accese una sigaretta e la schiacciò subito nel portacenere. Infine si volse a guardare con la fronte aggrottata Sam Quain addormentato sulla branda.

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