«Dunque, signor Barbee?»
«È successo un’altra volta!», annunciò il giornalista in tono tragico. «Ho fatto un altro di quei sogni, e so che non si tratta semplicemente di un sogno. Questa volta ero un serpente. E ho ammazzato... Nick Spivak!» Tacque un istante per riprender fiato. «Deve chiamare la polizia. Lo troveranno morto sotto una finestra aperta al nono piano della torre dell’Istituto... e l’assassino sono io!»
Barbee si asciugò la fronte madida, scrutando ansiosamente il volto del medico per scoprirne le reazioni. Lo psichiatra batté due o tre volte le pesanti palpebre sui sonnolenti occhi nocciola e si strinse nelle spalle sotto la vestaglia sontuosa. Sorrise appena, con simpatia, buttando indietro la bruna testa ricciuta, e in quel momento, ancora una volta, parve a Barbee di averlo già conosciuto, in epoche chi sa quanto remote.
«Come», fece Barbee, «non vuole? Non vuole telefonare alla polizia?»
Con molta calma, Glenn scosse il capo:
«No, non possiamo farlo».
«Ma Nick è morto, le dico! Era mio amico!»
«Non siamo precipitosi, signor Barbee!» E Glenn alzò le forti spalle mollemente. «Se non si trova nessun cadavere, avremo dato una seccatura alla polizia per niente. Se si dovesse trovare un cadavere, potremmo trovarci in difficoltà a spiegare come lo abbiamo saputo...» La sua faccia abbronzata s’illuminò d’un sorriso cordiale. «Io, vede, sono un materialista convinto... ma gli uomini della polizia sono materialisti brutali!»
Barbee batteva i denti:
«Crede che io... abbia assassinato realmente Nick Spivak?».
«No davvero», rispose la voce sedativa di Glenn. «La Hellar mi assicura che lei è stato profondamente addormentato fino a pochi minuti fa. E poi vedo un’altra possibilità molto interessante, che potrebbe spiegare il suo sogno.»
«Sì?» E Barbee trattenne il fiato. «Quale?»
Glenn batté ancora le palpebre insonnolite.
«Lei ha cercato recentemente di risolvere un mistero che circonda, nella vita reale, la condotta del suo vecchio amico Quain e dei suoi colleghi. Consciamente, non è riuscito a trovare una soluzione attendibile, ma l’inconscio, non dimentichiamolo, è spesso molto più astuto di quanto noi ordinariamente sospettiamo.»
Deliberatamente, congiunse le punte delle dita insieme.
«Inconsciamente, signor Barbee, può aver sospettato che Nick Spivak sarebbe stato gettato da una certa finestra questa notte. Se il suo sospetto dovesse coincidere più o meno con la realtà, la polizia potrebbe avere trovato il suo corpo là dove lei ha sognato che sia caduto.»
«Assurdo!», lo interruppe Barbee rabbiosamente. «Ma se con lui c’era soltanto Sam!»
«Appunto! Appunto!» E la testa ben modellata dello psichiatra s’inclinò due o tre volte, come a dire: “ Non te l’avevo detto?”. «Il suo inconscio respinge l’idea che Sam Quain possa essere un assassino... e anche il suo modo di respingerla così veemente fa pensare che inconsciamente lei desideri che Sam Quain muoia per avere ucciso.»
Barbee levò un pugno nocchiuto e peloso.
«Basta con queste assurdità», gracidò più rauco che mai. «Tutto questo... tutto questo è diabolico!» Fece un passo innanzi, ansando, in cerca di un po’ di fiato. «È pazzesco. Le ho già detto, dottore, che Sam Quain e sua moglie sono due miei vecchi amici.»
Dolcemente, il medico domandò:
«Tutti e due?».
«Ma la pianti!», urlò Barbee, stringendo di nuovo i pugni. «Le proibisco... di dirmi simili cose!»
Glenn si ritrasse con una certa premura verso l’anticamera illuminata.
«Un consiglio, signor Barbee.» Sorrise ancora in modo disarmante, e annuì ancora. «La sua violenta reazione mi rivela che è stato toccato un punto molto sensibile, nascosto dentro di lei, ma non vedo la necessità di parlarne ulteriormente ora. E se dimenticassimo tutti i nostri problemi per questa notte e ce ne tornassimo a letto?»
Barbee si calmò e ficcò i pugni nelle capaci tasche della vestaglia rossa.
«D’accordo, dottore», disse stancamente. «Mi scusi per averla disturbata a quest’ora.» Stava per andarsene, ma a un tratto si voltò, colto da un pensiero improvviso. E con voce bassa e rotta, soggiunse in tono disperato: «Ma lei sbaglia di grosso, dottor Glenn: la donna che amo è April Bell».
Con un lieve sorriso sardonico, Glenn chiuse la porta.
Lentamente, Barbee tornò nella notte verso la sua stanza, dove solo due o tre finestre erano vagamente illuminate. Gli sembrava strano camminare su due gambe soltanto, vedendo sagome informi con miopi occhi d’uomo, inconsapevole di tutti gli odori e i sentori dei suoi sogni.
Glenn, si disse, era un ciarlatano, se non peggio. Nessuno psichiatra serio poteva essere di lingua tanto disinvolta. Era vero, lo ammetteva, una volta era stato innamorato di Nora, prima che sposasse Sam. Forse era andato a trovarla più spesso di quanto fosse giusto nei lunghi periodi delle assenze di Sam, ma le rivoltanti conclusioni di Glenn erano assurde.
Quanto al telefonare alla polizia, doveva riconoscere che Glenn aveva ragione; e non poté fare a meno di rabbrividire alla sua diabolica insinuazione che Sam avrebbe potuto essere accusato del delitto. Doveva provvedere in qualche modo.
L’atletica Hellar gli permise con una certa apprensione di servirsi del telefono del suo ufficio, e lui chiamò Nora. Lei venne a rispondere subito, come se fosse stata in attesa di una telefonata, e la sua voce sembrava già piena di paura.
«Sam ha un apparecchio telefonico all’Istituto, vero?», le disse Barbee in risposta alla sua domanda angosciata. «Nora, ti prego, chiamalo immediatamente. Sveglialo, se dorme: e digli di cercare subito Nick Spivak.»
«Perché, Will?», chiese lei con voce che sembrava sul punto di venir meno.
«Perché ho motivo di ritenere che possa essere accaduto qualcosa a Nick. E credo che ora anche Sam si trovi in grave pericolo.»
Per un lungo, lunghissimo istante, Nora non disse nulla. Barbee poteva udire il suo incerto respiro affannoso all’altro capo del filo e il ticchettio dell’orologio sulla scrivania, presso l’apparecchio telefonico. Alla fine, lei domandò con voce soffocata dall’emozione:
«Ma tu, Will, come lo sai?».
«Oh, fa parte del mio mestiere, Nora», le rispose a disagio. «Informazioni confidenziali, sai, tutti i cronisti sono organizzati in questo senso... Ma allora, già sapevi?»
«Sam aveva appena finito di telefonare, quanto tu hai chiamato. Era disperato, Will... sembrava che avesse quasi perduto la ragione.»
«Ma... ma che cosa è successo a Nick?»
«È caduto dalla finestra!» La voce della donna suonò come squarciata dall’orrore. «Dalla finestra del loro laboratorio privato, all’ultimo piano della torre. Sam dice che è morto sul colpo.»
L’orologio continuava a ticchettare calmo e regolare.
«Ma hai detto che potrebbe capitare qualche cosa anche a Sam. Che cosa, Will?»
«Lui e Nick erano soli nel laboratorio, no? E custodivano qualcosa che a quanto sembra ha grande valore in quella cassa che hanno portato dalla Mongolia. Due degli uomini che sapevano che cosa fosse sono già morti... e la loro scomparsa rischia di assumere una fisionomia poco chiara, ora che anche Nick è morto... capisci?»
«No, Will!», gridò Nora al telefono. «Non è possibile!»
«La polizia penserà che Sam abbia ucciso Nick per quello che è contenuto nella cassa. È continueranno a pensarlo fino a quando non sapranno che cosa c’è, in quella cassa... Ma vedrai che Sam non vorrà dirlo.»
«Ma non è stato Sam!», gridò spasmodicamente Nora. «Lo sai anche tu che Sam non potrebbe mai fare una cosa simile!»
Il ticchettìo dell’orologio sulla scrivania faceva pensare a onde lente sulla morta superficie del silenzio. Alla fine, la voce sfinita di Nora risuonò ancora nel microfono:
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