E intanto la lupa ululava.
Lo stava chiamando, ma lui aveva paura di andare. Si mise a passeggiare nervosamente per la stanza, e un altro suono, ancora più debole dell’ululato, lo fermò di colpo. Era l’urlo di una donna, soffocato, ma non lontano, monotono e terrificante, l’urlo di una donna in preda al terrore e alla disperazione: era la voce di Rowena Mondrick.
Richiuse in fretta la finestra e se ne andò a letto col libro, cercando di sprofondarsi nella lettura, di non udire più nulla, né la voce di Rowena, né il richiamo della lupa bianca, scacciando il sonno che gravava su di lui, sempre più torpido. Ma le parole si confondevano sotto i suoi occhi e il mondo fantasmagorico che lo attendeva lo attirava, con le sue immense possibilità, rispetto alla tetraggine e allo squallore di quello in cui viveva... A un tratto cedette: spense la luce, per abbandonarsi alla sua nuova realtà. Il libro gli cadde di mano...
Ma lui non aveva più mani. Scivolò via dalla forma penosa e vuota che giaceva abbandonata, respirando appena, sul gran letto bianco. Lasciò che il suo lunghissimo corpo fluisse sopra il tappeto, e sollevò la testa piatta e triangolare verso la finestra.
Cadde sul prato sottostante, in un viluppo di spire possenti, e corse strisciando e ondulando, rapidissimo, verso gli alberi che nereggiavano presso il fiume.
La lupa bianca gli venne incontro trotterellando fuori da un folto di salici, coi lunghi occhi obliqui fosforescenti d’una luce verde. Il rettile saettò la nera lingua sottile a sfiorarle il muso fresco e umido, e le scaglie lucenti del suo corpo compatto ondularono di voluttà all’estasi di quel bacio mostruoso.
«Era per i troppi dacquari, dunque», sibilò, «che mi facesti credere la tua favola sulla stregoneria?»
La lupa rise, con la rosea lingua penzolante da una parte delle fauci.
«Non tormentarmi più», pregò lui. «Sai che mi stai facendo lentamente impazzire?»
Lei gli lambì il muso piatto affettuosamente.
«Sei sbigottito, lo so... i primi risvegli sono sempre molto penosi, fino a quando non hai imparato bene.»
«Fuggiamo via di qua», propose lui, mentre un brivido passava ondulando sulle sue scaglie. «Rowena Mondrick sta urlando, là, nella sua stanza. Non posso sopportare quella voce. Voglio scappare via da lei e da tutta questa incertezza...»
«Stanotte abbiamo un altro lavoro da fare, Will. Tre dei nostri più pericolosi nemici sono ancora in vita... Quain, Spivak e la cieca. La cieca l’abbiamo ridotta dove non può fare nulla di più pericoloso che urlare, ma Spivak e Quain sono ancora all’opera, e stanno imparando, si preparano a usare l’arma nascosta nella cassa.»
Barbee avrebbe voluto protestare, ma cedette subito alla volontà di April. Nello splendido ridestarsi dall’incubo orrendo della sua vita quotidiana, tutti i valori si tramutavano, capovolgendosi. Avvolse nelle due ultime spire del suo corpo la forma sottile della lupa, fin quasi a soffocarla.
«Tu vuoi la morte di tutti i miei ex amici», sibilò. «Ma se un giorno un dinosauro ti sorprenderà tra le braccia di Prestron Troy, non venirmi a piangere poi la sua sorte.»
Allentò la stretta delle sue spire, e la lupa si scrollò il bianco mantello con disdegno.
«Non osare toccarmi, rettile!»
Si tese ancora verso di lei:
«Dimmi, che cosa rappresenta Preston per te?».
D’un balzo, lei si sottrasse alle terribili spire.
«Perché vuoi saperlo?» E le candide zanne della lupa si scoprirono come in un sogghigno. «Andiamo ora. Cose più importanti ci attendono.»
Le ondulazioni del suo lunghissimo corpo spinsero Barbee in avanti accanto a lei, in fremiti fluenti di forza. La frizione delle scaglie lucenti sulle foglie cadute sollevava dal suolo un sommesso brusio. Il serpente procedeva agevolmente al fianco della lupa, la testa triangolare sollevata all’altezza di quella di lei.
Il mondo notturno era stranamente diverso ora per lui. Il suo fiuto non era più così sottile come era stato quand’era lupo, né la sua vista così acuta come da tigre. Poteva udire il dolce mormorio del fiume, tuttavia, e il fruscio dei roditori nei campi e tutti gli impercettibili suoni degli animali e degli uomini addormentati nelle fattorie presso le quali passavano.
Clarendon, a misura che vi si avvicinavano, divenne una terrificante cacofonia di motori, di freni stridenti, di clacson, di radio a tutto volume, di abbaiar di cani e di voci umane.
La luce splendeva al nono piano della torre grigiastra dove Quain e Spivak combattevano la loro guerra segreta contro il Figlio della Notte; e un fetore indistinto ma percettibilissimo aleggiava nell’aria.
La porta sbarrata si dissolse davanti alla coppia mostruosa e in breve furono nel vestibolo fortemente — e, per loro, penosamente — illuminato. Il fetore era molto più intenso là dentro, ma Barbee sperò che il rettile potesse resistervi meglio di quanto non avesse fatto il lupo.
Due uomini dagli occhi duri e penetranti, troppo anziani per i maglioni universitari che indossavano, sedevano giocando a carte al banco delle informazioni presso gli ascensori. Mentre la lupa e il gran rettile passavano silenziosi, uno dei due uomini di guardia sbatté nervosamente sul tavolo le carte spiegazzate che aveva in mano e si tastò la grossa pistola d’ordinanza che aveva sull’anca sotto la giubba.
«Abbi pazienza, Jug, ma non riesco a distinguere i fiori dalle picche, stasera...» La sua voce si abbassò, roca. «Di’ quello che vuoi, ma questo servizio all’Istituto mi sta rovinando il sistema nervoso. Sembrava buono, in principio... venti dollari al giorno solo per non far entrare nessuno... ma non mi piace più come prima!»
L’altro raccolse il mazzo di carte.
«Perché, Charlie?»
«Ma non senti?» E l’omaccione tese l’orecchio. «Tutti i cani di Clarendon si sono messi a ululare, e io non posso fare a meno di chiedermi che diavolo stia succedendo. Questi professori dell’Istituto hanno paura di qualche cosa, ed è strano, a pensarci, il modo in cui se ne sono andati il vecchio Mondrick e Chittum. Quain e Spivak hanno l’aria di chi sa di essere il prossimo della lista. Non so che cosa abbiano in quella cassa misteriosa, ma non vorrei metterci sopra gli occhi per quaranta milioni!»
Jug affondò lo sguardo nelle ombre lontane del corridoio, oltre la lupa e il serpente che scivolavano entro l’edificio, e lui pure, inconsciamente, si toccò la grossa pistola al fianco.
«Venti dollari al giorno son venti dollari al giorno, Charlie, e tu ti stai suggestionando... Ma vorrei saperne anch’io qualche cosa di più. Non che io creda alle stupidaggini, che dicono le donnette, di qualche maledizione dissotterrata in quelle vecchie tombe in Mongolia, no, ma qualcosa devono avere trovato!»
«Io non lo so e non lo voglio sapere!», disse Charlie. «Su, dai le carte. Meno ci pensiamo, a questa faccenda, e meglio è!»
Sebbene i due uomini volgessero spesso, senza volerlo, ma con strana insistenza, gli occhi verso le ombre in fondo al vestibolo, non videro la lupa e il serpente sostare davanti alla porta, chiusa a chiave, delle scale, fino a quando una parte di questa si dissolse per lasciarli passare; e continuarono, annoiati e impazienti insieme, la loro partita.
Il serpente seguì la lupa per otto piani di scale immerse nelle tenebre. Il terribile sentore, dolciastro, ributtante e putrido, s’era fatto più denso a mano a mano che la coppia saliva, tanto che a un certo punto la lupa dovette fermarsi, come davanti a una barriera atroce.
L’immane rettile proseguì la sua rapida marcia ondulante. Un’altra porta, davanti a Barbee, divenne un denso rettangolo di nebbia, e la testa triangolare del serpente si volse a chiamare la lupa, riluttante a seguirlo nel fetore delle camere del nono piano.
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