Jack Williamson - Il figlio della notte

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Il figlio della notte: краткое содержание, описание и аннотация

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Il ritorno dalla Mongolia della spedizione del celebre professor Mondrick segnerà forse l’inizio di un’era nuova nella storia dell’umanità. Perchè in una certa cassa che gli esploratori portano dal deserto di Gobi sono contenute le prove di una guerra spietata e segreta, che si combatte da innumeri millenni. E il campo di battaglie è il subcosciente stesso della razza umana, dove il Maligno sembra sferrare i suoi colpi più mortali e insidiosi. Perchè il genere umano, ha scoperto Mondrick, è un ibrido: il sangue dell’Homo sapiens è, ormai, contaminato da quello dell’Homo lycanthropus, l’antichissima razza caina… Ma la scoperta di Mondrick esige le sue vittime e un orrendo pericolo minaccia di nuovo l’umanità. Le forze del male sono scatenate e gli angeli ribelli tentano ancora una volta di rialzare il capo. Metapsichica e psicocinesi sono le strane scienze a cui questo romanzo senza precedenti nella letteratura del “soprannaturale” sembra ispirarsi. E’ un romanzo che non si dimentica!

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Glenn staccò le punte delle lunghe dita e cominciò a battere un’altra siga­retta sull’unghia del pollice.

«Spesso, signor Barbee, la mente ci inganna. Sotto stimoli di cui non siamo consapevoli, può accaderci di deformare i particolari delle cause e degli ef­fetti. Questi errori di ragionamento non sono necessariamente prova di fol­lia. Freud ha scritto tutto un libro sulla psicopatologia della vita quotidiana.» Indolente, accese la sigaretta con un accendino d’oro. «Vediamo di studiare con calma il suo caso, signor Barbee... senza tentare diagnosi estemporanee. Lei ha speso troppe energie, credo, in un lavoro per il quale non è esatta­mente tagliato. Ha ammesso di bere più di quanto possa assimilare. Deve essersi pur reso conto che una vita di questo genere doveva finire con un collasso, in un modo o nell’altro.»

Barbee s’irrigidì.

«Dunque, lei ritiene che io sia... pazzo?»

Glenn scosse la testa ben fatta.

«Non ritengo nulla di simile, e ho l’impressione che lei attribuisca un peso eccessivamente emotivo al problema della sua sanità mentale, signor Barbee. La mente non è una macchina e le condizioni mentali non sono tutte in bianco e nero. Un certo grado di anormalità mentale è completamente nor­male, infatti... e la vita sarebbe intollerabilmente monotona e piatta senza questa punta di anormalità.»

Barbee ebbe un guizzo di penosa incertezza.

«Per cui», continuò Glenn, imperturbabile, «evitiamo di arrivare a conclu­sioni troppo affrettate, prima di un attento esame fisico e psichiatrico.» Crol­lò il capo, gettando nel portacenere la sigaretta non accesa. «Potrei forse aggiungere, a ogni modo, che la signorina Bell la sconvolge evidentissima­mente... e che lo stesso Freud descrive l’amore come una normale insania.»

«E questo che cosa significherebbe?», domandò Barbee sogguardandolo con diffidenza.

Il medico ricongiunse le punte delle dita. «In tutti noi, signor Barbee», dis­se, «si nascondono sentimenti inconsci di paura e di colpa. Sorgono nell’in­fanzia e danno un’impronta a tutta la nostra vita. Esigono di esprimersi e riescono a farlo in modi che ben di rado potremmo immaginare. Anche l’in­dividuo più sano ed equilibrato cela in sé questi segreti e insospettati motivi. Nel suo caso, per esempio, non crede possibile che, in un periodo in cui i suoi freni coscienti sono indeboliti da una combinazione di estrema stan­chezza, violenta emozione ed eccesso di alcool, questi sentimenti sepolti ab­biano cominciato a trovare espressione attraverso sogni particolarmente vivi­di o addirittura allucinazioni allo stato di veglia?»

Barbee scosse il capo, più che mai a disagio. Un vago risentimento si anda­va impossessando di lui per il modo in cui Glenn aveva di sondarlo così fred­damente.

«Forse», continuò tranquilla la voce profonda dello psichiatra, «lei ha an­che cominciato a sentirsi colpevole, in qualche modo, del disturbo che ha colpito la signora Mondrick...»

«Non direi!», lo interruppe Barbee sgarbato. «Come potrei?»

«La stessa violenza della sua protesta dà valore alla mia supposizione for­tuita.» Il sorriso indolente di Glenn sembrava avere una sfumatura beffarda. «Ci vorrà un po’ di tempo, come le ho già detto, per rintracciare il meccani­smo dei suoi complessi principali. Ma il quadro generale mi sembra già piut­tosto evidente.»

«Cioè?»

«I suoi studi universitari nel campo dell’antropologia debbono averle fornito una vasta conoscenza delle credenze primitive nella magia, nella stregone­ria e nella licantropia. Sfondo clinico sufficiente a spiegare l’insolita direzio­ne assunta dalle manifestazioni della sua fantasia.»

«Può darsi», rifletté Barbee poco convinto. «Ma come può pensare che io possa sentirmi colpevole della malattia della signora Mondrick?»

I sonnolenti occhi nocciola di Glenn divennero a un tratto singolarmente penetranti.

«Mi dica... ha mai desiderato coscientemente di uccidere il dottor Mon­drick?»

«Che cosa?», s’indignò Barbee. «Ma no, mai!»

«Cerchi di ricordare bene», insistette dolcemente il medico. «Eh?»

«No!» s’incaponì Barbee con rabbia. «Perché avrei dovuto desiderare una cosa simile?»

«Mondrick l’ha mai offeso?»

Barbee si agitò un poco sulla poltrona prima di rispondere.

«Anni fa, quand’ero ancora all’università e stavo per laurearmi, Mondrick bruscamente mi divenne ostile. Non ho mai saputo il perché. Mi respinse, quando stava organizzando la sua Fondazione, prendendo invece Quain, Chittum e Spivak. Per parecchio tempo, capisce, gliene ho serbato rancore.»

Glenn assentì, con aria compiaciuta.

«Questo completa il quadro. Lei deve aver desiderato la morte di Mon­drick, inconsciamente, badi, per vendicare l’offesa patita. Ha desiderato di ucciderlo e alla fine quando è morto, lei, in virtù della logica elementare, senza tempo, del subcosciente, si sente colpevole del suo assassinio.»

«Ma non mi sembra», mormorò Barbee innervosito. «I motivi del mio ran­core risalgono a una dozzina d’anni fa, e poi tutto questo non ha niente a che vedere con la malattia della signora Mondrick.»

«Il subcosciente ignora il tempo», gli ricordò Glenn con dolcezza. «E poi io mi sono limitato a dire che forse lei si sente responsabile della malattia della vedova Mondrick. L’improvviso squilibrio della povera signora è ovviamente conseguenza della morte del marito. Se nel subcosciente si sente colpevole di questa, deve con ogni probabilità sentirsi colpevole anche di quanto è occor­so alla vedova.»

«No!» Barbee si alzò ancora una volta, tremando orribilmente. «Non posso sopportare che...»

La bruna testa ben fatta annuì piacevolmente.

«Esatto. Lei non può più sopportare tutto ciò, consciamente. Ed è per que­sto che il complesso di colpa è ricacciato nel subcosciente: dove, tra i suoi ricordi delle lezioni di antropologia impartite dallo stesso Mondrick, trova adattissimi mascheramenti con cui ossessionarla.»

Barbee, sempre ritto davanti al medico, tremando, inghiottì la saliva con uno sforzo.

«Dimenticare non significa sfuggire.» I sonnacchiosi occhi nocciola sembra­vano implacabili. «La mente esige una tassa per ogni adattamento che non riusciamo a fare. C’è una specie di giustizia naturale nei meccanismi del sub­cosciente — o, talvolta, una crudele parodia di giustizia — cieca e inevitabile.»

«Ma quale giustizia? Non vedo...»

«Appunto! Non vede, perché non può tollerar di guardare... ma questo non interrompe l’operazione dei suoi motivi inconsci. Lei si condanna per la fol­lia della signora Mondrick, apparentemente. Il suo senso di colpa rimosso esige una punizione adatta al delitto. Mi sembra che lei stia inconsciamente ordinando secondo certe linee sogni e allucinazioni solo per espiare l’im­provvisa follia di Rowena... anche a costo, in definitiva, del suo stesso equili­brio mentale.»

«No, non capisco», rispose Barbee, scuotendo il capo nervosamente. «E poi anche se capissi, la sua spiegazione non spiegherebbe tutto. C’è ancora il sogno della tigre dai denti di sciabola, con la morte di Rex Chittum. I miei pensieri relativamente alla signora Mondrick c’entrano ben poco con tutto questo, e Rex è sempre stato mio amico.»

«Ma anche suo nemico», ribatté Glenn dolcemente. «Con Quain e Spivak fu scelto per la Fondazione, lei mi ha detto, mentre lei fu respinto. E questo fu un colpo grave. È impossibile che non abbia patito un sentimento di invi­diosa gelosia...»

«Sì, ma non un sentimento omicida!»

«Inconsciamente, sì! L’inconscio non ha princìpi morali. È cieco ed egoista all’estremo. Il tempo non esiste e le contraddizioni non hanno valore, per l’inconscio. Lei ha desiderato il male per il suo amico Chittum, e alla sua morte ha cominciato a sopportare le conseguenze di quel desiderio colpevo­le.»

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