Jack Williamson - Il figlio della notte

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Il figlio della notte: краткое содержание, описание и аннотация

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Il ritorno dalla Mongolia della spedizione del celebre professor Mondrick segnerà forse l’inizio di un’era nuova nella storia dell’umanità. Perchè in una certa cassa che gli esploratori portano dal deserto di Gobi sono contenute le prove di una guerra spietata e segreta, che si combatte da innumeri millenni. E il campo di battaglie è il subcosciente stesso della razza umana, dove il Maligno sembra sferrare i suoi colpi più mortali e insidiosi. Perchè il genere umano, ha scoperto Mondrick, è un ibrido: il sangue dell’Homo sapiens è, ormai, contaminato da quello dell’Homo lycanthropus, l’antichissima razza caina… Ma la scoperta di Mondrick esige le sue vittime e un orrendo pericolo minaccia di nuovo l’umanità. Le forze del male sono scatenate e gli angeli ribelli tentano ancora una volta di rialzare il capo. Metapsichica e psicocinesi sono le strane scienze a cui questo romanzo senza precedenti nella letteratura del “soprannaturale” sembra ispirarsi. E’ un romanzo che non si dimentica!

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Ma già aveva ripreso la sua passeggiata dignitosa e fiera, tra le due infer­miere, come se fosse sola. Colto da una pietà devastante, Barbee sentì il bisogno invincibile di parlarle: la sua mente malata, si disse, poteva ancora contenere le risposte alle mostruose domande che lo tormentavano. La veri­tà, pensò, avrebbe potuto liberare entrambi.

La cieca e le due infermiere si stavano allontanando da lui ora, si dirigeva­no a passo lento verso il gruppo di alberi che formava una specie di boschet­to presso il fiume. Corse loro dietro, col cuore che gli martellava nel petto.

«...il mio cane?», stava dicendo Rowena, la voce colma di angoscia. «Non mi è permesso nemmeno chiamare il mio povero Turk?»

Una delle due infermiere, la più alta, le prese il braccio ossuto.

«Può chiamarlo, signora Mondrick, se lo desidera», le rispose pazientemen­te, «ma non servirà a nulla, mi creda. Le abbiamo già detto che il cane pur­troppo è morto, e che quindi sarà meglio per lei non pensarci più.»

«Non è vero!», rispose Rowena con voce querula, acuta. «Non ci credo, e ho bisogno d’avere il mio cane qui con me. Vi prego di chiamare al telefono la signorina Ulford e dirle a mio nome di mettere un avviso su tutti i giornali promettendo una ricompensa molto elevata.»

«Non servirà a nulla», ribatté sempre con molta dolcezza l’infermiera più alta, «perché un pescatore ha trovato il corpo del cane ieri mattina nel fiume, presso il ponte della ferrovia. Ha portato il collare d’argento alla polizia. Glielo abbiamo detto ieri sera, non ricorda?»

«Me lo ricordo, ma io ho bisogno lo stesso del mio povero Turk, che mi protegga quando verranno per assassinarmi durante la notte.»

«Oh, non ha più nulla da temere, ora», la rassicurò con voce allegra l’infer­miera. «Qui non verrà nessuno a farle del male.»

«Sono venuti una volta e verranno ancora!», ribatté Rowena con voce che l’esasperazione rendeva stridula. «Vogliono impedirmi di avvertire Sam Quain, e io devo farlo a ogni costo.»

Si fermò bruscamente, afferrandosi con le tenaci dita sottili al braccio del­l’infermiera. Barbee si fermò alle loro spalle, non per soprendere le sue pa­role, ma perché il colpo di quanto aveva sentito lo aveva raggelato: Turk era infatti morto, nel suo primo sogno.

«La prego, infermiera», stava ora implorando la cieca. «Telefoni subito al dottor Sam Quain, Istituto Ricerche Antropologiche, e gli dica di venire su­bito qui da me.»

«Sono desolata, signora Mondrick, lo sa bene», disse dolce e paziente l’in­fermiera, «ma è impossibile: il dottore dice che non può vedere nessuno, finché non starà meglio. Se solo volesse rilassare un poco i nervi, riposare e aiutarci a farla guarire al più presto, il dottor Glenn le permetterà di vedere chiunque...»

«Ma non abbiamo tempo! Ho paura che ritornino questa notte per uccider­mi, e io devo parlare a Sam!» Si volse torcendosi le mani all’infermiera. «Perché non mi accompagna all’Istituto, lei stessa, ora?»

«Conosce anche lei il regolamento, signora Mondrick: non possiamo...»

«Sam la ricompenserà largamente!», ansimò disperata Rowena. «E sarà lie­to di spiegare tutto ai dottori... perché il mio avvertimento gli avrà salvato la vita, e non solo la sua vita... Presto, chiami un tassi, noleggi una macchina, rubiamone una!»

«Possiamo mandare al dottor Quain un suo biglietto, signora...»

«No!», sibilò Rowena. «Un biglietto non servirebbe a nulla!»

Barbee fece un passo innanzi e aprì la bocca per parlare. Le due infermiere gli voltavano ancora le spalle, ma Rowena s’era voltata e lui poteva ora fis­sare le lenti nere e il volto contratto della povera cieca. Pieno di compassio­ne, Barbee si sentì gli occhi colmi di lacrime.

«Ma perché, signora Mondrick?», diceva l’infermiera. «Quale pericolo può minacciare il dottor Quain?»

«Un uomo di cui si fida», singhiozzò la cieca.

Queste parole arrestarono Barbee un’altra volta. Anche se avesse voluto parlare, la gola serrata spasmodicamente glielo avrebbe impedito. Cominciò a ritirarsi in silenzio sul prato umido, ascoltando senza volere.

«Un uomo che lui crede amico», ribadì Rowena.

L’infermiera che non aveva ancora parlato guardò l’orologio e fece un cen­no alla compagna, che annuì.

«Abbiamo camminato parecchio, signora Mondrick», disse l’infermiera alta, «e ora è tempo di rientrare. Lei sarà stanca e farà bene a schiacciare un pisolino. Se ha ancora intenzione di parlare al dottor Quain, il dottor Glenn le permetterà di telefonargli, oggi nel pomeriggio.»

«No», singhiozzò la cieca. «Non servirebbe a niente.»

«Ma perché? Non ha un telefono?»

«Sì, e anche tutti i nostri nemici lo hanno. Tutti quei mostri che fingono di essere uomini. Ascoltano tutto quello che dico e intercettano le mie lettere. Turk era stato abituato a riconoscerli al fiuto, ma ora Turk è scomparso. E il mio caro marito è morto. Non è rimasto nessun altro di cui possa fidarmi, tranne Sam Quain!»

«Di noi può fidarsi, signora Mondrick», disse l’infermiera in tono affettuo­so. «Ma ora dobbiamo proprio rientrare.»

«Va bene», disse Rowena, «andiamo.»

Si volse, come rassegnata, ma bruscamente si liberò con uno strattone delle due donne, colte di sorpresa, e si mise a correre via per il prato. «Signora Mondrick, che cosa fa! Via, non deve fare così!»

Le due ragazze si misero a inseguirla, ma la poveretta correva con un’agilità incredibile. Per qualche istante parve guadagnare terreno e Barbee pensò che potesse raggiungere il gruppo d’alberi presso il fiume. Aveva quasi di­menticato che Rowena era cieca, ma a un tratto la povera donna inciampò nel sostegno di un innaffiatoio automatico e cadde bocconi sul prato.

Le due infermiere accorsero e l’aiutarono a rialzarsi, e tenendola per le braccia con dolce fermezza si avviarono verso l’edificio centrale. Barbee fu preso da un desiderio imperioso di fuggir via, quando vide le tre donne veni­re verso di lui, perché la follia di Rowena risolveva anche troppo l’enigma dei suoi sogni; ed era stato colto dal terrore che gli ispirava la frenetica luci­dità intravista sotto l’apparente pazzia della cieca.

«Buongiorno, signore», gli disse l’infermiera alta, squadrandolo incuriosita e tenendo Rowena più saldamente che mai. «Desidera qualche cosa?»

«Ho lasciato ora la mia macchina nel parcheggio della clinica», disse Barbee indicando col mento lo spiazzo dietro l’edificio. «E vorrei vedere il dottor Glenn.»

«È al di là della siepe che dovete andare», sorrise l’infermiera al suo errore evidente, «dove c’è il viale che gira intorno alla palazzina. E dia il suo nome alla signorina alla porta.»

Barbee non la udì nemmeno, intento a osservare Rowena, che si era irrigi­dita al suono della sua voce e ora se ne stava muta e immobile fra le due infermiere, come gelata dal terrore.

Gli occhiali neri erano caduti, o si erano spezzati, quando aveva inciampa­to, e ora le sue occhiaie spente e straziate aggiungevano una nota di orrore alla sua pallida faccia terrificata.

«Sono Will Barbee.» Non voleva più parlarle, ora; aveva sentito anche trop­po per la sua curiosità, ma non poté fare a meno di chiederle con la sua voce strozzata: «Dimmi, Rowena, che cosa devi dire a Sam Quain?».

Ritta davanti a lui, gli spenti occhi colmi di un orrore immobile, la cieca fu scossa da un tale brivido, che le due infermiere credettero che volesse fuggi­re nuovamente, e le strinsero le braccia con maggior forza. La sua bocca livida si aprì come per un urlo, ma non ne uscì suono alcuno.

«Dimmi, Rowena, perché quel leopardo nero ti aggredì in Nigeria?» Questa domanda gli era uscita dalla bocca nel modo più inatteso, senza che se ne rendesse conto. «E che specie di leopardo era?»

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