La cieca strinse fermamente le labbra.
«Che cosa cercava realmente Mondrick nell’Ala-shan?» Barbee sapeva che lei non intendeva rispondere, ma continuò, come spinto da una forza sovrumana: «Che cosa hanno riportato lui e Sam in quella cassa verde? Chi può aver voluto la loro morte?».
Lei si ritrasse di scatto, scuotendo la testa.
«Basta, signore», intervenne severamente l’infermiera, «non spaventi la signora! Se vuole veramente parlare al dottor Glenn, l’ingresso è laggiù.»
Le due infermiere si avviarono, sostenendo la povera cieca.
«Ma chi sono questi nemici segreti?», insistette Barbee seguendole di qualche passo. «Questi assassini nell’ombra? Chi vuole uccidere Sam?»
Lei si divincolò tra le forti braccia che la tenevano, voltandosi verso di lui.
«Non lo sai proprio, Will Barbee?» E la sua voce lacerata gli parve orrenda come la sua faccia. «Possibile che proprio tu non lo sappia?»
Poi con dolce violenza le due infermiere la portarono via per il prato.
Barbee, sconvolto e disperato, tornò verso l’apertura della siepe, cercando di non pensare alle parole di Rowena, sperando contro se stesso che Glenn potesse aiutarlo.
Nel tempio freudiano, la sacerdotessa sottile ed esotica lo accolse col suo sorriso fascinoso. Ma alla notizia che Barbee voleva vedere Glenn senza appuntamento, si mostrò contrariata e disse che il professore era anche questa volta terribilmente occupato.
Barbee scosse il capo e cercò di parlare con la voce più normale possibile.
«Senta», disse, «è urgente che io veda il dottor Glenn per una visita personale. È una cosa... personale.»
Il sorriso della sacerdotessa era una carezza venuta dal lontano oriente.
«Ma c’è il dottor Bunzel, allora», tubò la vestale. «È il nostro diagnostico. E il dottor Dilthey, dirigente del servizio neuropatologico. Sia l’uno che l’altro...»
Barbee scosse il capo:
«No», disse. «Ascolti: dica al dottor Glenn che sono venuto per vederlo. Dica semplicemente che ho aiutato una lupa bianca ad ammazzare il cane della signora Mondrick. Sono certo che troverà il tempo di ricevermi.»
La sacerdotessa si dedicò al suo centralino telefonico e un minuto dopo i suoi occhi si volgevano luminosi su Barbee:
«Il professore sarà lieto di riceverla fra un minuto», annunciò con una voce di velluto liquido. «L’infermiera Graulitz l’accompagnerà.»
L’infermiera Graulitz era una bionda muscolosa, dalla faccia equina e gli occhi duri e limpidi come il cristallo. Il cenno del capo con cui salutò il giornalista era una fredda sfida, come se intendesse dargli una medicina molto cattiva e costringerlo a dire che era squisita. Barbee la seguì per un lungo corridoio silenzioso fino a un piccolo studio.
Con una voce roca che ricordava la sirena di un rimorchiatore nella nebbia, la donna gli rivolse una serie di domande: quali malattie aveva avuto, chi avrebbe pagato la sua nota ospedaliera, quanto beveva di solito. Scrisse le risposte su un cartoncino e gli fece firmare un modulo che lui non tentò nemmeno di leggere. Mentre Barbee firmava, la porta si aprì alle sue spalle.
La donna si alzò e disse col suo vocione ronfante e soffocato: «Il professore è pronto per riceverla».
Il celebre psichiatra era un bell’uomo, molto alto, con neri capelli ondulati e occhi nocciola lievemente fissi. Porse a Barbee una mano abbronzata dal sole e ben curata, sorridendo cordialmente. Guardandolo, Barbee ebbe l’impressione fuggevole di averlo conosciuto intimamente in passato e poi di averlo dimenticato. Impressione, pensò, che doveva dipendere dal fatto di essere venuto a sentire molte sue conferenze e di averne parlato sul giornale.
«Buongiorno, signor Barbee», disse Glenn con voce profonda, stranamente riposante. «Di qua, prego.»
Il suo studio era lussuosamente semplice, con due grandi poltrone di pelle, un divano con un foulard immacolato sul cuscino, orologio, portacenere e vaso di fiori su un tavolinetto, alti scaffali pieni di opere mediche e copie della Psychoanalytic Review. Dalle persiane socchiuse si godeva la vista del fiume e delle sue rive boscose e dell’autostrada, là dove si piegava a formare un’ansa.
Barbee sedette, muto e a disagio.
Glenn sedette a sua volta e si mise a battere una sigaretta, con noncuranza, sull’unghia del pollice. Emanava da lui un’aria di fiducia e di serenità, quanto mai rassicuranti.
«Fuma?», disse Glenn. «E quali sarebbero i suoi disturbi?»
Prendendo coraggio dalla calma dell’uomo, Barbee annunciò in tono drammatico:
«Stregoneria!».
Glenn non parve né sorpreso né impressionato; aspettava il resto, semplicemente.
«O sono stato stregato», riprese Barbee disperatamente, «oppure vuol dire che sto perdendo la ragione.»
Glenn esalò una nube di fumo leggero.
«Mi racconti le cose per benino, se crede.»
«La cosa è cominciata lunedì sera, all’aeroporto», iniziò Barbee, prima cautamente, poi con un senso crescente di benessere. «Quella ragazza dai capelli rossi ha attaccato discorso, mentre aspettavo l’arrivo dell’aereo della spedizione Mondrick...»
Raccontò della morte improvvisa di Mondrick, del gattino strangolato e dell’inesplicabile paura che i superstiti sembravano avere della cassa portata dalla spedizione. Descrisse il sogno in cui aveva corso la città sotto forma di lupo in compagnia di April Bell e in cui il cane Turk era morto... Spiando il volto di Glenn, Barbee poté scorgervi soltanto un interesse professionale di calma simpatia.
«E questa notte, dottore, ho fatto un altro sogno. Mi sembrava di essere una tigre dai denti a sciabola... tutto era straordinariamente reale. Quella ragazza era ancora con me, e mi dava istruzioni su quello che dovevo fare. Abbiamo seguito la macchina di Rex Chittum sulle colline, e io ho ucciso Rex sul passo di Sardis Hill.»
Parlandone, quel sogno gli sembrava meno orribile. Un po’ della calma di Glenn sembrava essere passata nel suo stato d’animo.
Riprese, con un lieve tono di distacco: «Ora, Rex è morto esattamente come io ho sognato di ucciderlo». Disperatamente, scrutò il volto dello psichiatra. «Mi dica, dottore, come è possibile che sogno e realtà combacino così perfettamente? Crede proprio che io possa avere ucciso Rex Chittum questa notte sotto la suggestione di un maleficio occulto, o sono già impazzito del tutto e non me ne sono ancora reso conto?»
Con molta precisione, Archer Glenn congiunse insieme le punte delle dita.
«Ci vorrà tempo, signor Barbee.» E la sua testa bruna annuì gravemente. «Sì, parecchio tempo. Io le proporrei di fermarsi qui a riposare per qualche giorno. Ciò permetterà al nostro corpo sanitario di occuparsi di lei nelle migliori condizioni possibili.»
Barbee si alzò atterrito dalla poltrona.
«Ma, che cosa mi dice dei miei sogni?», gracidò con voce strozzata. «Ho veramente commesso le cose che ho creduto di sognare? Oppure sono pazzo?»
Glenn rimase immobile a guardarlo coi suoi placidi occhi sonnolenti, fino a quando il giornalista non ricadde a sedere nella sua poltrona.
«Le cose che avvengono, spesso non sono così importanti come l’interpretazione che il nostro cervello, più o meno inconsciamente, tende a darne.» La voce profonda di Glenn risuonava con indolente noncuranza. «C’è un punto tuttavia del suo racconto che mi sembra molto significativo: ogni incidente che ha menzionato, dal fatale attacco d’asma di Mondrick alla disgrazia di cui è rimasto vittima Chittum... la stessa morte del cane della signora Mondrick... hanno una spiegazione naturale perfettamente logica.»
«È proprio questo che mi fa diventare matto», rispose Barbee, cercando di scoprire la minima reazione sotto la maschera di deliberata indifferenza dello psichiatra. «Tutto potrebbe essere pura coincidenza... ma lo è? Ma come posso avere saputo della morte di Chittum prima che qualcuno me lo dicesse?»
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