Jack Williamson - Il figlio della notte

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Il figlio della notte: краткое содержание, описание и аннотация

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Il ritorno dalla Mongolia della spedizione del celebre professor Mondrick segnerà forse l’inizio di un’era nuova nella storia dell’umanità. Perchè in una certa cassa che gli esploratori portano dal deserto di Gobi sono contenute le prove di una guerra spietata e segreta, che si combatte da innumeri millenni. E il campo di battaglie è il subcosciente stesso della razza umana, dove il Maligno sembra sferrare i suoi colpi più mortali e insidiosi. Perchè il genere umano, ha scoperto Mondrick, è un ibrido: il sangue dell’Homo sapiens è, ormai, contaminato da quello dell’Homo lycanthropus, l’antichissima razza caina… Ma la scoperta di Mondrick esige le sue vittime e un orrendo pericolo minaccia di nuovo l’umanità. Le forze del male sono scatenate e gli angeli ribelli tentano ancora una volta di rialzare il capo. Metapsichica e psicocinesi sono le strane scienze a cui questo romanzo senza precedenti nella letteratura del “soprannaturale” sembra ispirarsi. E’ un romanzo che non si dimentica!

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«Dovevo restituirti una cosa, April.» Lei lo guardò, incuriosita, e non parve notare il tremito della sua mano, mentre Barbee si frugava in tasca e ne traeva la spilla di giada, che le offerse poi sulla palma madida.

Lanciò un piccolo grido di delizia: «Oh, Will, la mia spilla perduta! La spilla di famiglia che mi aveva dato la zia Agatha! Non puoi immaginare quanto mi faccia piacere riaverla!».

Si mise a far girare la piccola lupa per le dita, e parve al giornalista che il minuscolo occhio di malachite lo guardasse ammiccando per un istante.

«Dove l’hai trovata?», gli chiese.

Barbee avvicinò il volto a quello della ragazza, guardandola nel bianco degli occhi:

«Nella tua borsa», rispose duro e reciso. «Infissa nel cuore di un gattino strangolato.»

Il corpo lungo e sottile di April rabbrividì nella vestaglia verde, come in finto orrore.

«Che cosa orribile! Sembri stranamente morboso, oggi, Will!» Lo scrutò con occhi limpidi. «Davvero, a guardarti meglio, si direbbe che non stai affat­to bene. Vorrei sbagliarmi, ma ho l’impressione che tu beva più di quanto il tuo organismo possa sopportare.»

Lui assentì con amarezza, pronto ad ammettere la sua disfatta nel gioco che stavano giocando; ammesso che la ragazza stesse giocando con lui una strana partita, e non fosse tutto immaginazione da parte sua.

«E la zia Agatha dov’è oggi?», domandò.

«È partita.» Alzò le belle spalle in un piccolo gesto di voluta indifferenza. «Dice che l’inverno qui a Clarendon la fa riammalare di sinusite ed è voluta tornare in California. L’ho accompagnata all’aereo ieri sera.»

Barbee, ritto davanti al divano, barcollò lievemente, e April gli si fece vici­na, piena di sollecitudine.

«Davvero, Barbee», gli disse, «non credi che faresti bene ad andare da un medico? Io conosco bene il dottor Glenn, e so che ha rimesso completamen­te in sesto una quantità di alc... di gente che beveva troppo.»

«Non ti fare scrupoli», ribatté Barbee con asprezza, «dammi pure dell’alco­lizzato, perché tanto è quello che sono.» Si avviò incerto verso la porta. «Forse hai ragione. È la semplice risposta a tutti i miei dubbi, la più semplice e convincente... Credo che andrò proprio a farmi visitare da Glenn.»

«Ma non andartene subito», pregò April, correndogli innanzi, per mettersi davanti alla porta... e ancora lui ebbe l’impressione che zoppicasse impercet­tibilmente, proprio con la stessa caviglia che le doleva nel sogno. «Non ti sei mica offeso, vero?», aggiunse con dolcezza. «Il mio voleva solo essere un consiglio, nello spirito più amichevole.»

Ma il senso della sua stanchezza, della sua inettitudine a ogni cosa, anche a risolvere l’enigma di April Bell, e il desiderio insopprimibile di lei, così remo­ta e beffarda, lo spinsero ad andarsene, a fuggire di là pieno di vergogna.

«Vieni un momento in cucina», gli stava dicendo. «Lascia che ti faccia una tazza di caffè e prepari un po’ di colazione per tutti e due, se hai voglia di mangiare qualche cosa. Ti prego, Will... un po’ di caffè ti farà bene.»

Ma lui scosse il capo quasi con rabbia, non voleva che lei si facesse beffe di un vinto, gongolasse sulla sua anima tormentata.

«No», disse. «Devo andare.»

Doveva avere notato l’espressione con cui Barbee aveva visto il numero di Fortune e l’astuccio dei sigari presso la poltrona che aveva pensato apparte­nesse a Troy.

«Almeno, accetta un sigaro», lo pregò con soavità. «Li tengo per gli amici.»

Si mosse con la sua grazia felina verso l’astuccio e questa volta Barbee fu certo che zoppicasse; e impulsivamente le domandò: «Ti sei fatta male alla caviglia?».

«Sì, ho inciampato per le scale, dopo avere accompagnato mia zia all’aero­porto.» Alzò le spalle, offrendogli l’astuccio dei sigari aperto. «Nulla di gra­ve, a ogni modo.»

Era grave, invece, e la mano magra di Barbee cominciò a tremare sulla scatola dei sigari con una tale violenza che April dovette prendere lei uno dei neri e forti Perfectos e spingerglielo fra le dita. Mormorando qualche pa­rola di ringraziamento, si avviò incespicando verso la porta.

Ma nonostante il suo turbamento era riuscito a leggere il monogramma in­ciso sull’astuccio d’oro: una P e una T intrecciate. E il sigaro era della stessa marca straniera che Troy gli aveva offerto ultimamente dopo averlo chiama­to nel suo ufficio.

Barbee aprì la porta a fatica, cercò di allontanare dal proprio volto l’espres­sione di amaro risentimento che sentiva e si voltò per salutare la ragazza. Lei lo stava guardando, ritta sulla soglia, col fiato sospeso. Forse la luce oscura dei suoi occhi era soltanto pietà, ma lui vi scorse uno scintillio segreto di sarcasmo. La vestaglia verde s’era dischiusa ancora un po’, rivelando la pelle candida, e la sua bellezza lo ferì come una lama che gli attraversasse le carni. Le pallide labbra di lei gli rivolsero un piccolo sorriso, mentre gli dicevano:

«Will, non te ne andare! Ti prego, Will...».

Ma lui se n’era andato. Non poteva sopportare la pietà che vedeva, o il sarcasmo che immaginava; quel grigio mondo di dubbio e di sconfitta e di sofferenze era diventato troppo forte per lui.

Per le scale, scaraventò il sigaro per terra e lo stritolò sotto il piede, e senza preoccuparsi dell’uomo dietro il banco, giù nel vestibolo, uscì dalla porta col suo passo barcollante. Sì, pensò ad alta voce, forse ha ragione, forse l’unica cosa da fare è andare dal dottor Glenn.

Non aveva nessuna simpatia per istituti psichiatrici e simili, ma Glenn godeva fama nazionale e il giovane dottor Archer Glenn, come già suo padre, era riconosciuto come un eminente pioniere della nuova psichiatria. Time ,ricor­dò Barbee, aveva dedicato tre colonne alle sue ricerche nel campo della cor­relazione tra anomalie fisiche e anomalie psichiche e alle sue brillanti inno­vazioni, quando prestava servizio nella Marina durante la guerra, alla rivolu­zionaria tecnica psichiatrica della narcosintesi.

Come già il padre, Glenn, sapeva Barbee, era un convinto materialista. Il vecchio Glenn era stato grande amico del famoso Houdini, e fino alla morte la sua passione dominante era stata l’osservazione e lo smascheramento dei falsi medium, astrologi e veggenti d’ogni specie.

Il figlio continuava la campagna paterna: Barbee era stato a sentire varie sue conferenze per conto dello Star ,conferenze in cui il giovane scienziato aveva attaccato ogni culto pseudoreligioso fondato su spiegazioni pseudo­scientifiche del soprannaturale.

La mente, secondo il motto di Glenn, non era che una funzione squisita­mente corporea. Quale migliore alleato?

13.

La clinica sorgeva a qualche distanza dalla strada, riparata da una gaia cor­tina di foglie giallo-rosse dell’autunno, mentre i suoi vari edifici apparivano bianchi e severi al di là del fogliame. Barbee, vedendoli, cercò di scacciare la sensazione di angoscia che sempre provava alla vista di qualunque edificio che potesse ricordargli un manicomio. Quelle austere fortezze, si disse, era­no cittadelle di sanità ed equilibrio contro gli ignoti terrori della mente.

Fermò la macchina nello spazio ricoperto di ghiaia dietro l’edificio princi­pale e si avviò a passo rapido lungo un lato dell’edificio verso l’ingresso. Guardando attraverso la siepe altissima che cingeva il prato che si stendeva dall’altra parte, Barbee scorse una paziente camminare eretta fra due infer­miere vestite di bianco. Rimase col fiato mozzo.

La paziente era Rowena Mondrick.

Vestita d’un pesante abito nero a protezione dai rigori dell’aria, portava guanti neri e una sciarpa nera sui capelli bianchissimi. Le sue lenti brune parvero fissarsi minacciosamente sul giornalista. Barbee ebbe l’impressione che sussultasse e si fermasse per un istante.

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