Jack Williamson - Il figlio della notte

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Il figlio della notte: краткое содержание, описание и аннотация

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Il ritorno dalla Mongolia della spedizione del celebre professor Mondrick segnerà forse l’inizio di un’era nuova nella storia dell’umanità. Perchè in una certa cassa che gli esploratori portano dal deserto di Gobi sono contenute le prove di una guerra spietata e segreta, che si combatte da innumeri millenni. E il campo di battaglie è il subcosciente stesso della razza umana, dove il Maligno sembra sferrare i suoi colpi più mortali e insidiosi. Perchè il genere umano, ha scoperto Mondrick, è un ibrido: il sangue dell’Homo sapiens è, ormai, contaminato da quello dell’Homo lycanthropus, l’antichissima razza caina… Ma la scoperta di Mondrick esige le sue vittime e un orrendo pericolo minaccia di nuovo l’umanità. Le forze del male sono scatenate e gli angeli ribelli tentano ancora una volta di rialzare il capo. Metapsichica e psicocinesi sono le strane scienze a cui questo romanzo senza precedenti nella letteratura del “soprannaturale” sembra ispirarsi. E’ un romanzo che non si dimentica!

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«Uccidi, ora! Prima che il circuito s’interrompa!»

Rex Chittum si volse ancora, a guardarsi alle spalle con occhi incupiti dal­l’ombra del terrore, e rabbrividì, nel suo pesante cappotto, sebbene non ve­desse le terribili zanne a scimitarra incombere sul suo capo. E un lieve sorri­so gli passò sul volto devastato dalla stanchezza e dalla tensione:

«Ce l’ho fatta!», mormorò. «Sam diceva che il pericolo era...»

«Ora!», sibilò per l’ultima volta April. «Mentre i suoi occhi non guardano la strada!» E Barbee non se la sentì più sulla groppa.

Fulminee, perché il poveretto non soffrisse troppo, le lunghe zanne calaro­no lampeggiando. Rex Chittum gli era stato amico fedele e affettuoso in quel mondo morto, indistinto, del suo passato... di un passato ormai terribilmente remoto. E le zanne squarciarono con feroce determinazione la gola calda dell’uomo.

Le mani si abbandonarono inerti sul volante. La macchina aveva tenuto una velocità troppo elevata, e questo, sentì Barbee, aveva intensificato il campo delle probabilità. I pneumatici fumarono sull’asfalto, sobbalzarono sulla ghiaia ai margini della strada, mentre l’automobile, sbandando, usciva dalla curva strettissima.

Barbee si staccò dalla macchina nell’istante che questa precipitava oltre il ciglio. Rimase ansante, sulle quattro zampe, a guardare giù, nel precipizio. April gli venne accanto, e stettero entrambi a guardare, mentre lei gli si at­taccava al mantello con mani fredde.

L’auto, con le ruote ancora giranti e il motore acceso, fece tre capriole nel vuoto ai loro piedi e infine cozzò contro il pendio roccioso trenta metri più in basso. Con un fragore stridulo, s’appiattì, si spaccò, continuò in varie parti a rotolare, finché andò a sbattere contro un macigno, e là rimase immobile.

«Ecco, Barbee. La polizia non si accorgerà mai che la gola di Rex non è stata squarciata dal parabrezza infranto. Il circuito delle probabilità ha crea­to anche questa combinazione.»

Si scosse i lunghi capelli di fiamma lungo le spalle nude e si chinò a palparsi una caviglia. Il suo volto bianchissimo si contorse in una smorfia di dolore, mentre i suoi lunghi occhi verdi si volgevano a guardare la pallida immagine della luce zodiacale, che cominciava a sorgere nella cava oscurità del passo alle loro spalle.

«Mi son fatta male», mormorò, «e la notte è quasi al termine. Will, dovrai portarmi a casa.»

Barbee s’accasciò presso un macigno, per aiutarla a salire in groppa e ripre­se la strada in senso inverso, fin sul passo e per la lunga discesa che li avreb­be riportati a Clarendon.

Si sentiva stanco, colmo d’una sazietà che lo riempiva di tristezza. Tutto il folle orgasmo di poco prima lo aveva abbandonato. Aveva soltanto paura, una paura profonda della luce livida a oriente. Odiava la prigione angusta e squallida del suo corpo addormentato, ma doveva ritornarvi.

Si scrollò, zoppicando stancamente verso le prime luci dell’aurora, ma April protestò duramente. Barbee non riusciva a dimenticare l’ombra d’orrore che aveva visto negli occhi di Rex, quando si era voltato a guardare attraverso di lui, prima che le zanne lo colpissero, e non riusciva nemmeno a non pensare al dolore del vecchio Ben.

12.

Si svegliò che era già tardi. L’abbagliante fulgore del sole nella sua camera gli ferì gli occhi dolenti, e se ne ritrasse di scatto, prima di ricordarsi che il mortale potere della luce esisteva solo nel suo sogno. Un profondo males­sere lo dominava. Una plumbea stanchezza gli dolorava per tutto il corpo e fitte lancinanti gli strinsero il cranio in una morsa di spasimo, quando si levò a sedere sul letto.

Traballando, si diresse verso la stanza da bagno, tenendosi la testa tra le mani. La doccia, quasi bollente prima e subito poi gelida, gli fece bene, atte­nuando in parte la feroce emicrania. Un cucchiaino di bicarbonato efferve­scente, rimescolato in un bicchier d’acqua, gli rimise anche lo stomaco a po­sto.

Ma la sua immagine allo specchio lo spaventò. Era d’un pallore cinereo, il suo volto, stiracchiato e dalla pelle cascante, mentre gli occhi affondavano nelle occhiaie livide e scintillavano come per febbre sotto le palpebre dagli orli arrossati. Cercò di sorridere, quasi a illuminare un poco la tetra stan­chezza di quel volto, e le labbra esangui si torsero sardonicamente. Era la faccia d’un pazzo, quella, non di Will Barbee. Per l’ennesima volta, in quegli ultimi tempi, si disse che avrebbe fatto bene a smettere di bere e ad arricchi­re la sua dieta di vitamine, per disintossicarsi. Anche una buona rasatura avrebbe potuto giovare al suo aspetto spettrale, se soltanto fosse riuscito a non tagliarsi.

Stava preparando il rasoio quando squillò il telefono.

«Will?... Parla Nora Quain.» La voce della donna era piena di strazio. «Sii forte, Will. Sam mi ha chiamato pochi minuti fa dall’Istituto... è rimasto là a lavorare tutta la notte... per dirmi di Rex... Il povero Rex era partito stanotte per lo State College, nella nostra macchina. Forse andava a una velocità ec­cessiva... o era nervoso per il discorso che doveva fare alla radio. A ogni modo, la macchina si è rovesciata, sul passo di Sardis Hill. E Rex è morto.»

Il telefono scivolò di mano a Barbee. S’inginocchiò senza più forza e cercò il microfono a tastoni con dita bizzarramente intorpidite.

«È morto sul colpo, ha detto a Sam la polizia», continuava la voce di Nora. «Il vetro del parabrezza gli ha quasi staccato la testa dal collo. È una cosa terribile, e mi sento in certo qual modo responsabile. I freni non funzionava­no troppo bene, e non ho pensato di avvertirlo...»

Barbee annuì nel microfono, silenziosamente. Lei stessa non poteva sapere quanto fosse terribile. Avrebbe voluto gridare, se la gola secca e dolente glie­lo avesse permesso. Chiuse gli occhi contro l’offensiva luce del giorno e gli parve di rivedere il volto bello e stanco di Rex, mentre si voltava a guardare attraverso la sua forma spettrale.

«...era tutto quello che aveva», continuava la voce piangente di Nora. «So che tu sei il suo migliore amico, Will. Per due anni ha atteso in quella sua edicola che Rex tornasse a casa. Non si rassegnerà troppo presto... Dovresti dirglielo tu, Will. Non credi?»

Barbee dovette inghiottire due volte, prima di rispondere in un roco bi­sbiglio:

«Sì, certo, glielo dirò io».

E, riattaccato il microfono, tornò barcollando nella stanza da bagno, dove prese la bottiglia e bevve tre lunghe sorsate di whisky. Il liquore lo rinfrancò e gli tolse, almeno per il momento, quel terribile tremito alle mani. Finì poi di radersi e, salito in macchina, si diresse verso il centro.

Il vecchio Ben Chittum aveva già aperto l’edicola, quando Barbee fermò la macchina presso il marciapiede, e stava appendendo alcune riviste sopra lo sportello. Nello scorgere Barbee gli sorrise cordialmente, mettendo in mo­stra le gengive sdentate.

«Ehi, Willy!», chiamò. «Che novità ci sono?»

Barbee scosse il capo, senza sorridere, muto.

«Sei impegnato, questa sera?» E, senza badare all’espressione addolorata del giornalista, lasciò le sue riviste e andò presso la macchina. «Te lo doman­do perché», ed estrasse la nera pipetta dal taschino rigonfio del camiciotto, «questa sera preparo un pranzetto speciale per Rex.»

Sempre muto, Barbee era sceso dall’automobile e ora, ritto sulle gambe che lo reggevano a stento, in preda a un malessere intollerabile, guardava il vec­chietto che accendeva golosamente la pipa.

«A Rex è sempre piaciuto molto il mio stracotto di manzo e la mia focaccia di biscotti al miele, fin da quando era bambino, e ricordo che venivi spesso anche tu a mangiarli. Ci farai un gran piacere, Will, se verrai anche stasera. Ora telefono a Rex...»

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