Jack Williamson - Il figlio della notte

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Il figlio della notte: краткое содержание, описание и аннотация

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Il ritorno dalla Mongolia della spedizione del celebre professor Mondrick segnerà forse l’inizio di un’era nuova nella storia dell’umanità. Perchè in una certa cassa che gli esploratori portano dal deserto di Gobi sono contenute le prove di una guerra spietata e segreta, che si combatte da innumeri millenni. E il campo di battaglie è il subcosciente stesso della razza umana, dove il Maligno sembra sferrare i suoi colpi più mortali e insidiosi. Perchè il genere umano, ha scoperto Mondrick, è un ibrido: il sangue dell’Homo sapiens è, ormai, contaminato da quello dell’Homo lycanthropus, l’antichissima razza caina… Ma la scoperta di Mondrick esige le sue vittime e un orrendo pericolo minaccia di nuovo l’umanità. Le forze del male sono scatenate e gli angeli ribelli tentano ancora una volta di rialzare il capo. Metapsichica e psicocinesi sono le strane scienze a cui questo romanzo senza precedenti nella letteratura del “soprannaturale” sembra ispirarsi. E’ un romanzo che non si dimentica!

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«Nemmeno io.» E si mise a titillarlo sotto le orecchie. «Ma ho scoperto che Rex Chittum è partito da Clarendon un’ora fa, con la macchina di Sam Quain. So che si propone di parlare alla radio, domani, dalla stazione dello State College. Temo che voglia concludere le dichiarazioni scientifiche co­minciate da Mondrick all’aeroporto. Dobbiamo impedirglielo, Will.»

«Un altro mio amico! No, Rex è un mio caro, vecchio amico!...»

«Tutti i tuoi cari vecchi amici sono esseri umani, Will. E perciò sono nemici spietati, temibili, del Figlio della Notte. Ricorrono a ogni risorsa della scien­za per scovarci e distruggerci. Dobbiamo servirci delle poche e deboli armi che possediamo. Non ti pare, Will?»

Chinò la testa formidabile, dominato. Perché quella era la sua vera vita, con lei vicina e la sua mano morbida che gli accarezzava il mantello fulvo, traendone faville. Il mondo in cui Rex Chittum era stato suo amico non era più che un lontano incubo di penosi compromessi e di mortale avvilimento.

«Allora andiamo», disse lei, salendogli in groppa: era senza peso per la sua nuova forza illimitata. Percorsero così Main Street fino a Center Street e proseguirono verso la campagna. La luna tramontava e nel cielo limpido e freddo brillavano le costellazioni autunnali. Ma anche alla blanda luce delle stelle Barbee poteva vedere tutto distintamente: ogni roccia e ogni cespuglio sui margini della strada.

«Presto, Will», lo spronò April, premendo le ginocchia contro i suoi fianchi possenti. «Dobbiamo raggiungerli sul Sardis Hill.»

Accelerò il passo, godendo del suo immenso potere, esultando del limpido gelo dell’aria, dei buoni odori di terra e di vita che gli sfioravano le nari, della calda levità della donna sul suo corpo. Ora sì che la sua vita era piena! April Bell lo aveva ridestato, lo aveva salvato da una morte squallida e lenta, ogni giorno più vera.

«Più presto!», ansimò April.

La buia pianura e i piedi delle colline fuggivano ai loro lati come una nube volante. Ma quando la strada cominciò a snodarsi sui fianchi dei colli più elevati, tra nere chiazze boscose, anche il suo cuore possente cominciò a palpitargli dolorosamente. Riconosceva i luoghi. Il padre di Sam Quain ave­va un piccolo ranch da quelle parti, che poi era stato venduto dopo la sua morte. E Barbee e Sam andavano a caccia per quei boschi.

I suoi fianchi pulsavano con forza, all’unisono col suo fiato anelante.

«Mancheranno ancora una trentina di chilometri a Sardis Hill», protestò. «E la salita è ripida.»

«Lo è ancora di più per la macchina del tuo amico... E poi c’è un motivo perché lo si debba raggiungere sul Sardis Hill.»

«Quale?»

«Noi non siamo mai così forti come ci sembra, in questo stato di libertà fisica. Perché i nostri veri corpi sono stati abbandonati solo in parte e il no­stro complesso mentale può attingere solo alle energie causali che può strap­pare agli atomi dell’aria, o di altre sostanze, mediante il circuito delle proba­bilità. Tutto il nostro potere sta nel controllo delle probabilità e noi dobbia­mo colpire là dove quel controllo si rivela opportuno.»

Scosse l’immensa testa felina, intollerante di quelle complicazioni teoriche. I paradossi della fisica matematica lo avevano sempre sbalordito, e ora gli bastava la consapevolezza della sua attuale potenza vitale, senza aver la cu­riosità di conoscerne la causa atomica.

«Quali probabilità?», volle sapere.

«Rex Chittum è al sicuro da noi, finché guida l’automobile con prudenza su un rettifilo pianeggiante... Quain deve averlo istruito e messo in guardia, e la probabilità che noi gli si possa fare del male è troppo esigua perché si possa afferrarla. Ma se corri», e le mani della donna si afferrarono alla sua fulva pelliccia, «in modo da raggiungerlo sul Sardis Hill, le probabilità ch’egli muoia si accresceranno enormemente quando si avvierà giù per quella doppia curva... Sento queste cose, e lo so: Rex Chittum ha paura. Accelererà troppo, malgrado gli avvertimenti di Quain.»

April si distese sulla sua lunga groppa tigrata.

«Più presto!», urlò nel vento della corsa che le fischiava alle orecchie. «Più presto, e uccideremo Rex Chittum sul Sardis Hill!»

Rabbrividì sotto di lei, mentre si tendeva in uno sforzo gigantesco per rag­giungere il massimo della velocità. Ora si vedevano i primi pini, e Barbee ne aspirò la pura fragranza, mentre i suoi occhi potevano distinguere ogni ago, ogni frutto, nitidamente, nella fievole luce degli astri.

Infine, al di là della pineta, le rosse luci posteriori d’una macchina ammic­carono un paio di volte prima di scomparire.

«Laggiù!», esclamò la ragazza. «Raggiungiamolo, Will!»

Ancora uno sforzo, che tese i suoi lunghi muscoli fino a procuragli un dolo­re atroce e trasformò i suoi polmoni in due mantici lancinanti, e la strana coppia fu a pochi metri dai fanali rossi. L’auto arrancava lenta sul tratto più duro della salita che portava su, al passo di Sardis Hill. Era la piccola mac­china convertibile, vide, che Nora aveva comperato durante l’assenza di Sam. La cappotta era aperta, malgrado il freddo della notte: Barbee ricordava, infatti, che non funzionava bene. Chino sul volante, rinfagottato in un gran cappotto nero, Rex Chittum aveva palesemente freddo e paura.

«Bravo, Will», lodò April. «Ora seguiamolo così, da vicino, fino alla curva.»

Barbee rispose con un altro balzo, che lo riportò dietro la macchina. Il mo­tore ringhiava faticosamente su per la salita ripidissima, e l’aria dietro la vettura puzzava di gomma calda e di benzina combusta. Rex Chittum si vol­tò, a guardarsi alle spalle con apprensione. La bruna testa era senza cappel­lo: Barbee poteva distinguere quasi uno per uno i suoi capelli ricci, scompo­sti dal vento. Nonostante la stanchezza che gli rendeva il viso terreo e la paura che gli dilatava pazzamente le pupille, era ancora bello, come ai tempi lontani di loro, «Quattro Mulattieri»...

Barbee brontolò sordamente:

«Non voglio fargli del male... siamo andati a scuola insieme, e mi prestava sempre il suo ultimo dollaro, quando ne aveva più bisogno di me».

«Corri, Will», mormorò April, «non farti distanziare.»

Si voltò di scatto, levando le terribili zanne simili a due candide scimitarre lampeggianti. «Pensa a quel povero vecchio di Ben Chittum», si diceva. «Rex è tutto ciò che gli è rimasto al mondo. Si era ridotto a fare qualunque lavoro, a vestire stracci per mantenere Rex agli studi, quando erano venuti a stare a Clarendon. Perché spezzargli il cuore?»

«Corri, Barbee», insisteva la voce limpida, spietata di April. «Dobbiamo fare il nostro dovere, perché siamo quello che siamo, tu e io.» Si pose ad accarezzargli la groppa. «Per salvare la nostra specie e difendere il Figlio della Notte.»

Il corpo lungo e voluttuoso della donna aderiva, disteso, al suo fulvo man­tello, e i suoi calcagni nudi premevano contro i suoi fianchi pulsanti.

«Aspetta, sempre restando dietro la macchina, fino alla curva, quando Rex comincerà ad accelerare, quando il circuito delle probabilità sarà abbastanza forte... non lo senti crescere?...»

Barbee si sentì invadere da un desiderio irresistibile di obbedire alla volon­tà di quella creatura, che era più forte della sua vita, che era la vita stessa.

«Ecco!... Ora!»

Barbee si lanciò avanti in un balzo spaventoso, ma la piccola macchina si allontanava, accelerando giù per la discesa dopo il passo. Gli artigli formida­bili delle sue zampe anteriori si strinsero sull’asfalto, mentre le esalazioni che uscivano dal tubo di scappamento minacciavano di soffocarlo.

«Attaccalo, ora!», lo spronò ancora la donna. «Ora che il circuito è forte a sufficienza!»

Ancora un balzo spaventoso, e come un enorme gatto Barbee si trovò ag­grappato alla parte posteriore della macchina, con le zampe anteriori salda­mente infisse nella cappotta e quelle posteriori posate sul paraurti e un para­fango.

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