«Adesso» pensai «le lancio addosso qualcosa»; ma, sebbene fosse solo un sogno, non potei risolvermi — neanche nel sonno — a buttare qualcosa contro una morta.
— Povera piccola — dissi — sei venuta a farmi una visita, vero?
M’impaurii. Il suono della mia voce era così autentico, la stanza e Harey, tutto pareva assolutamente vero. «Che sogno realistico, non solo, ma anche a colori, e sul pavimento vedo oggetti di cui ieri sera non mi sono accorto. Quando mi sveglierò» pensai, «dovrò controllare se ci sono veramente o se sono soltanto una fantasia del sogno come Harey…»
— Hai intenzione di stare a lungo seduta così? — domandai, e mi accorsi che avevo parlato piano, come per timore che qualcuno udisse… già, quasi fosse possibile che qualcuno potesse spiarmi nel sogno!
Il sole, intanto, era spuntato. Be’, meno male, buon segno anche quello. Mi ero coricato col sole rosso, dopo il quale veniva il giorno azzurro e poi ancora quello rosso. Poiché non potevo certo avere dormito per quindici ore di fila, era certamente un sogno.
Rassicurato, guardai bene Harey. Era in controluce, attraverso una fessura della tenda un raggio le illuminava la pelle vellutata della guancia sinistra e proiettava sul suo viso l’ombra delle ciglia. Era bellissima. «Ma guarda» mi dissi «come sono minuzioso, pur essendo fuori della realtà: controllo anche il movimento del sole, e, in più, quella fossetta che lei ha sotto gli angoli delle labbra.»
Però era meglio che tutto finisse presto, dovevo pur riprendere a lavorare. Chiusi le palpebre, cercando di svegliarmi, poi di colpo udii uno scricchiolio. Immediatamente aprii gli occhi. Si era seduta sul letto accanto a me e mi guardava, seria. Le sorrisi e lei mi sorrise, si chinò sopra di me; il primo bacio fu delicatissimo, come se fossimo due bambini.
La baciai a lungo. «Si può mai vivere un sogno fino a questo punto?» pensavo. Ma non tradivo il suo ricordo, poiché sognavo di lei, solo di lei. Non mi era mai capitato… Continuavamo a rimanere in silenzio. Restavo supino. Quando rialzò il viso, scorsi, sul lato illuminato dal sole, quella sua macchiolina della pelle che era un barometro dei suoi sentimenti; con la punta delle dita le sfiorai i lobi delle orecchie, arrossati per i miei baci, e non so se fu per questo che cominciai a essere inquieto; continuavo a ripetermi che era un sogno, ma provavo una stretta al cuore.
Feci per saltare fuori dal letto; ero preparato all’insuccesso, poiché nel sonno, molto spesso, non si riesce ad avere il controllo sul proprio corpo, che è come assente; contavo però che quel tentativo mi strappasse dal sonno. Comunque, non mi svegliai; mi sedetti, con i piedi posati sul pavimento.
«Niente da fare, devo smettere di sognare» mi dissi; ma il mio buon umore era svanito senza lasciare traccia. Avevo paura.
— Che cosa vuoi? — domandai. La mia voce era rauca e dovetti schiarirmi la gola.
Cercai meccanicamente, con i piedi nudi, le pantofole e, prima di ricordarmi che non le avevo, urtai l’alluce così malamente che imprecai. «Oh, adesso finirà!» pensai con soddisfazione.
Ma non accadde niente. Harey, quando mi ero alzato a sedere, si era scostata. Ora si appoggiava con la schiena sul letto. Il vestito palpitava delicatamente sotto il seno sinistro, al battito del cuore. Lei mi guardava con interesse, pacificamente. Pensai che era meglio fare una doccia; ma mi venne in mente che una doccia fatta in sogno non può svegliare.
— Da dove arrivi? — chiesi.
Sollevò la mia mano e, con un gesto che mi era familiare, si mise a battere contro di essa; mi prendeva sotto i polpastrelli e premeva.
— Non lo so — mi disse. E aggiunse: — E’ sbagliato?
Anche la voce era la stessa, bassa, con un accento un po’
assente. Harey aveva sempre parlato così, non badando alle parole che usava, come se avesse già in mente un’altra cosa; dava l’impressione di essere distratta e talvolta sfacciata, perché guardava tutti con quel blando stupore che adesso le si leggeva negli occhi.
— Chi… qualcuno ti ha vista?
— Non lo so. Sono arrivata, semplicemente. E’ importante, Chris?
Continuava a giocherellare con la mia mano, ma il viso non vi prendeva parte. Era imbronciato.
— Harey…
— Che cosa, caro?
— Come hai fatto a sapere dov’ero?
Ciò la fece riflettere. Quasi non si notava (aveva le labbra scure come se avesse mangiato amarene) che il sorriso le lasciava scoperti leggermente i denti.
— Non ne ho idea. E’ buffo, no? Dormivi, quando sono entrata, e non ti ho svegliato. Non volevo svegliarti, perché sei un collerico e un noioso. Collerico e noioso…
Dicendo queste parole mi sollevò energicamente la mano.
— Sei stata di sotto?
— Ci sono stata. Sono scappata da lì perché faceva freddo.
Lasciò andare il mio braccio e, sdraiandosi di fianco, gettò la testa indietro per mandare tutti i capelli da una parte; mi guardava con quel mezzo sorriso che aveva smesso di irritarmi quando avevo cominciato ad amarla.
— Ma… Harey… ma… — balbettai. Mi chinai su di lei e alzai la manica corta del suo vestito. Sotto la rosetta della cicatrice della vaccinazione antivaiolosa c’era il rosso di un piccolo segno che pareva provocato da una iniezione. Nonostante me lo aspettassi (poiché istintivamente cercavo vestigia di logica nell’irrealtà), mi venne la nausea.
Toccai col dito quel segno di puntura, lo stesso che vedevo in sogno da anni, e che mi faceva svegliare urlando fra le lenzuola sfatte, sempre nella stessa posizione, piegato quasi in due come era sdraiata lei quando l’avevo trovata, quasi fredda. Nei miei sogni cercavo di fare quel che aveva fatto lei, come se volessi chiedere perdono alla sua memoria o accompagnarla negli ultimi minuti, quando aveva già sentito l’effetto dell’iniezione e cominciava ad avere paura.
Harey aveva sempre avuto paura di ferirsi anche minimamente, non poteva sopportare il dolore e nemmeno la vista del sangue, ma di colpo aveva fatto quella cosa orribile, lasciandomi cinque parole su un foglietto. L’avevo tra le mie carte, lo portavo sempre con me, ormai gualcito e logoro lungo le piegature, senza avere mai avuto il coraggio di separarmene. Mille volte ero tornato a quel momento, quando lei lo aveva scritto, e a ciò che aveva potuto provare in quegli istanti. Cercavo di persuadermi che avesse voluto solo spaventarmi, ma che la dose fosse risultata — per caso — troppo forte.
Tutti avevano cercato di convincermi che era stata una decisione repentina, provocata da una depressione improvvisa.
Non sapevano quel che le avevo detto, cinque giorni prima, quando per ferirla e addolorarla mi ero portato via la mia roba, e lei, mentre facevo le valigie, mi aveva risposto, tranquillamente: «Sai cosa significa…?».
Avevo fatto finta di non capire; ma la credevo vile e anche questo gliel’avevo detto… e adesso era sdraiata nel letto e mi guardava attentamente, come se non sapesse che io l’avevo uccisa.
— Non sei capace d’altro? — domandò. La stanza era arrossata dal sole, nei suoi capelli ardeva l’alba; lei si guardò il braccio, che era diventato importante perché io l’avevo osservato a lungo; quando abbassai la mano, lei vi posò la guancia liscia.
— Harey — dissi con voce rauca — non può essere…
— Piantala!
Aveva gli occhi chiusi, vedevo il loro movimento sotto le palpebre, le lunghe ciglia nere toccavano le guance.
— Dove siamo, Harey?
— Da noi.
— Dove?
I suoi occhi si aprirono un attimo e si chiusero di nuovo.
Le sue ciglia mi accarezzarono la mano.
— Chris?
— Cosa?
— Sto bene.
Ero seduto, curvo sopra di lei, e non mi muovevo. Alzai la testa e vidi riflessi nello specchio sopra il lavandino i capelli di Harey spettinati e le mie ginocchia nude. Attirai col piede uno di quegli utensili a metà fusi che erano sparsi sul pavimento e lo sollevai con la mano libera. La punta era affilata.
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