Era possibile inventare un esperimento chiave? «No» mi dissi inizialmente «poiché il mio cervello malato (ammesso che sia realmente malato) produrrà sempre le immagini che io gli chiederò.» Non solo nella malattia, ma anche nel sogno più normale, capita di parlare con persone sconosciute, e facciamo domande alle quali questi esseri immaginari danno risposte che noi udiamo. Sebbene queste persone, in realtà, siano solo creazioni della nostra stessa attività psichica, personificazione effimera e pseudoindipendente di parti della nostra psiche, fino a quando non ci rispondono noi non sappiamo quali parole usciranno dalle loro labbra. Ma sono effettivamente parole preparate da una zona particolare del nostro cervello, e dovremmo già conoscerle nell’attimo stesso in cui le inventiamo per metterle sulle labbra dei personaggi fittizi.
Qualsiasi cosa progettassi o attuassi, c’era sempre la possibilità che mi stessi comportando esattamente come accade nel sonno. Poiché sia Snaut sia Sartorius forse non esistevano in realtà, sarebbe stato del tutto inutile rivolgere a loro domande di alcun genere.
Pensai che avrei potuto assumere qualche farmaco, forse una sostanza eccitante, per esempio il peyotl, o un preparato capace di provocare visioni e allucinazioni. Se anche sotto l’effetto di quelle sostanze si fossero ripetuti i fenomeni, avrei avuto la dimostrazione che erano reali e facevano materialmente parte dell’ambiente. Ma no, pensai poi, non sarebbe stato questo il corretto esperimento chiave, poiché sapevo come agiva la sostanza che avrei preso, e l’assumere il farmaco e i suoi stessi effetti sarebbero potuti essere frutto della mia immaginazione…
Mi sembrava di essere ingabbiato in un circolo vizioso di pazzia e di non poterne uscire. Possiamo pensare solo col nostro cervello, non ci possiamo vedere dall’esterno per controllare i processi che si svolgono nel nostro corpo… di colpo mi venne un’idea, semplice ma efficace.
Mi alzai di scatto dal mucchio dei paracadute e corsi verso la cabina radio. Era vuota. Diedi un’occhiata all’orologio elettrico sulla parete. Erano quasi le quattro di notte, la notte convenzionale all’interno della stazione; fuori splendeva l’alba rossa. Misi in funzione l’apparecchio radio per collegamenti a lunga distanza e, mentre aspettavo che si scaldassero le valvole, ancora una volta cercai di ripassare mentalmente con precisione ogni fase del particolare esperimento.
Non ricordavo quale fosse il nominativo per la chiamata della stazione radio automatica del satellite in orbita attorno a Solaris, però lo trovai su una tabella appesa sopra il quadro di comando. Chiamai usando l’alfabeto Morse, e dopo otto minuti ebbi la risposta. Il satellite, o meglio il suo cervello elettronico, si annunciò con un segnale ritmico ripetuto.
Chiesi allora che mi comunicasse ogni venti secondi i meridiani interstellari della galassia che tagliava nel girare intorno a Solaris, precisando fino alla quinta cifra decimale.
Poi sedetti e aspettai la risposta. Arrivò dopo dieci minuti.
Tolsi il nastro di carta su cui era impresso il risultato e lo misi nel cassetto (badando bene a non dargli nemmeno un’occhiata); presi dalla biblioteca le colossali mappe celesti, le tabelle di logaritmi, l’almanacco del movimento quotidiano dei satelliti, qualche manuale, dopo di che mi misi a cercare la risposta alla stessa domanda. Passai circa un’ora per risolvere le espressioni; non ricordavo quando era stata l’ultima volta in cui avevo fatto tali e tanti calcoli, credo fosse stato durante l’esame di astronomia pratica.
Feci i conti sul calcolatore della stazione. Il mio ragionamento suonava in questo modo: riferendomi alle carte astronomiche, avrei dovuto ottenere cifre che non coincidevano esattamente con quelle che avevo ricevuto dal satellite.
L’approssimazione era dovuta al fatto che il satellite era soggetto a complicatissime variazioni sotto l’influsso delle forze di gravità di Solaris, non solo per i due soli che si avvicendavano, ma anche per i cambiamenti locali di peso provocati dall’oceano. «Quando avrò le due colonne di cifre» pensavo «quella fornita dal satellite e quella calcolata teoricamente in base alla carta celeste, inserirò nei miei calcoli alcune correzioni; allora entrambi i gruppi di risultati dovrebbero coincidere fino alla quarta cifra decimale; la differenza si verificherà alla quinta, e sarà quella provocata dal movimento, non calcolato, dell’oceano.
«Se queste cifre fornite dal satellite non fossero reali, ma solamente frutto della mia mente smarrita, allora non potrebbero coincidere con la seconda colonna di dati numerici. Il mio cervello» mi dicevo «è forse malato, ma non può essere capace — in nessuna condizione — di rivaleggiare, nel fare i conti, col grande calcolatore della stazione: occorrerebbero mesi di tempo. Quindi, se le cifre coincideranno… il grande calcolatore esisterà realmente, e io lo avrò usato, concretamente e non nel delirio.»
Mi tremavano le mani mentre toglievo dal cassetto il nastro di carta radiotelegrafica e lo srotolavo accanto all’altro, più largo, proveniente dal calcolatore. Entrambe le file di cifre tornavano, come avevo previsto, fino al quarto decimale.
Le variazioni avvenivano con il quinto.
Ficcai tutte le carte nel cassetto. Così era, dunque. Il calcolatore esisteva indipendentemente da me. E ciò dimostrava la realtà dell’esistenza della stazione e di tutto quel che conteneva.
Stavo già per richiudere il cassetto quando mi accorsi che era zeppo di fogli, coperti di calcoli febbrili. Li tirai fuori, e al primo sguardo capii che qualcun altro aveva fatto un esperimento simile al mio. Con questa sola differenza: che invece di chiedere al satellite i dati relativi ai meridiani, si era fatto dare la misurazione dell’albedo di Solaris a intervalli di quaranta secondi.
Non ero pazzo. L’ultima speranza si dileguava. Spensi il trasmettitore, bevvi il resto del brodo contenuto nel thermos e andai a dormire.
Il muto accanimento nel fare i calcoli mi aveva tenuto sveglio. Adesso, completamente spossato dalla stanchezza, non ero più neanche capace di tirar giù il letto rialzabile; invece di sganciare i fermi superiori, mi appesi alla maniglia, col risultato che il letto mi venne addosso di colpo. Riuscito infine ad abbassarlo e sistemarlo, buttai vestiti e biancheria appallottolati sul pavimento e mi lasciai cadere semisvenuto sul cuscino; non l’avevo nemmeno gonfiato bene. Mi addormentai, senza accorgermene, con la luce accesa.
Nell’aprire gli occhi, ebbi l’impressione di avere dormito appena pochi minuti. La stanza era immersa in un tenue bagliore rossastro. Ero fresco e mi sentivo bene. Stavo sdraiato nudo e senza coperte. Di fronte a me, la tenda era scostata fino a metà, sulla finestra, e nella luce del sole rosso era seduto qualcuno. Era Harey, in un vestito bianco da spiaggia; teneva le gambe accavallate, aveva i piedi scalzi, i capelli neri pettinati all’indietro, e il tessuto dell’abito leggero si tendeva sui suoi seni. Lasciando penzolare le braccia abbronzate fino al gomito, mi guardava fisso, di sotto le lunghe ciglia.
La contemplai a lungo, tranquillo. Il mio pensiero fu:
«Com’è bello un sogno così, quando si sa di sognare». Ma avrei preferito che svanisse. Chiusi gli occhi, augurandomelo intensamente, ma quando li riaprii era seduta davanti a me come prima. Teneva, come suo solito, le labbra socchiuse, quasi fosse in procinto di mettersi a fischiettare, ma lo sguardo era senza sorriso. Rammentai tutte le mie elucubrazioni a proposito dei sogni, prima di addormentarmi. Era tale quale l’avevo veduta per l’ultima volta. Aveva solo diciannove anni in quel momento, adesso ne avrebbe avuti ventinove, ma non era cambiata per niente… i morti rimangono giovani. Aveva gli occhi che mi interrogavano.
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