Marco Buticchi - La nave d'oro

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La nave d'oro: краткое содержание, описание и аннотация

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Nel XIV secolo, in uno scenario che vede lo scontro fra Occidente cristiano e Oriente musulmano, Hito Humarawa, un ex samurai macchiato dal disonore e troppo amante della vita per darsi la morte, si ritrova al fianco di un mercante veneziano e gli viene affidato il compito di combattere un giovane eroe con un passato da nobile cristiano. Oggi l’anziano ammiraglio Grandi ha rinvenuto nel corso di un’immersione alcuni reperti che l’hanno indotto a pensare che proprio in quel punto fosse naufragata la nave d’oro di un imperatore romano. Forse quella scoperta è l’unica scintilla che può ridare un senso alla vita di Henry Vittard, un celebre navigatore transoceanico che da poco ha perduto la moglie.

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Sembrava esserne perfettamente a conoscenza l’uomo che stava dinanzi a lui. Malgrado il suo aspetto inquietante, si rivolgeva a Yasuo con toni molto reverenti e ossequiosi. La discussione in corso doveva apparire come un normale colloquio tra due uomini d’affari, ed era certo di affari che stavano parlando.

Kuniko Sagashi era ufficialmente una studentessa all’ultimo anno di ingegneria. Era stata arruolata dal Mossad circa tre anni prima, quando aveva creduto che un giovane addetto dell’ambasciata israeliana a Tokyo sarebbe stato l’uomo della sua vita. La loro storia era finita da sei mesi in maniera del tutto indolore, ma lei era rimasta nei servizi segreti israeliani, particolarmente interessati — soprattutto nei paesi in cui scarseggiavano — a reclutare insospettabili collaboratori e agenti locali.

Kuniko non era molto alta, ma ben proporzionata e piacente. Gli occhi a mandorla spiccavano su un viso aggraziato, dall’espressione intelligente e pronta. Era difficile immaginare che facesse parte di uno tra i più efficienti servizi segreti del mondo.

Per quanto le era parso di capire, l’ordine di sorvegliare gli affari di Yasuo Maru, l’incarico più importante che le era stato affidato, era venuto dall’alto.

La ragazza si stava incamminando verso il grattacielo della Water Enterprise per il suo primo giorno di lavoro presso il colosso mondiale delle forniture idriche, a capo del quale c’era Yasuo Maru, il Signore delle Acque.

In quello stesso istante, Yasuo Maru stava fissando negli occhi il suo interlocutore.

«Percorrere strade al di fuori della legalità deve servire ad accumulare i capitali necessari per avviare oneste e redditizie attività. La società che ho creato opera nel campo più ‘pulito’ che esista», e Yasuo sottolineò le sue parole con uno sguardo capace di raggelare chiunque. «Di fatto, a oggi, la Water Enterprise controlla circa il venti per cento di tutte le forniture idriche del pianeta e sarebbero davvero in pochi quei coraggiosi che oserebbero venirmi a cercare, accusandomi di essere un membro della criminalità. Ho amici ovunque, persino nelle stanze dei bottoni della Casa Bianca. Mi sarebbe sufficiente una telefonata per mettere chiunque in ginocchio. Karma ne? » Maru concluse il suo monologo con l’espressione che la gente comune utilizzava quasi come intercalare: «È destino, vero?» Ma tutti sapevano, lui per primo, che il Signore delle Acque non era una persona comune.

Yasuo Maru, da quando era uscito dall’università di Cambridge con una laurea in economia, aveva impegnato la maggior parte delle sue energie nella costruzione di un vero e proprio colosso multinazionale. Era una persona elegante, colta e spietata. I suoi genitori erano stati falciati da una raffica di mitra quando era ancora un bambino. Della sua educazione si era occupato, come la tradizione voleva, il capo della ikka , la famiglia , della quale suo padre faceva parte: Yoshio Kodama, il più grande tra tutti i kumiko , il capo di tutti i capi della Yakuza.

Quando Kodama era morto nel 1981, e Maru gli era succeduto, nessuno aveva messo in dubbio che quella carica gli spettasse di diritto.

Kuniko sedette nella poltroncina ergonomica dietro la grande scrivania in mogano dalla forma semicircolare. Una delle quattro ragazze della reception l’avrebbe seguita costantemente, affiancandola, nel corso di tutta la prima settimana di lavoro. Kuniko era comunque una giovane molto attenta e dimostrava di saper apprendere in breve tempo.

Yasuo Maru si dondolò per un istante sulla poltrona dietro la sua scrivania. Nella parete alle sue spalle risaltava il dipinto di un maestro olandese che, qualche anno prima, così riportavano le cronache, era stato aggiudicato durante un’asta a New York per la cifra record di novanta milioni di dollari a un anonimo magnate giapponese.

L’uomo che gli stava di fronte aprì un borsone di pelle e ne estrasse alcuni oggetti avvolti in una semplice carta da pacchi. Li posò sulla scrivania di fronte al Signore delle Acque.

«Conoscendo la tua passione per l’antichità, mi sono permesso di farti un omaggio del tutto speciale, Yasuo», disse, indicando i tre involucri.

Maru riuscì a nascondere la sua curiosità. Prese il più grande dei pacchi e cominciò a scartarlo. La fattura della piccola statua raffigurante una fanciulla non era poi tanto pregevole, ma la datazione era certamente di epoca imperiale romana. Il secondo oggetto era una pisside in oro, un tempo ornata di perle e gemme preziose. Aveva un inestimabile valore e risaliva, come il manufatto precedente, all’epoca dell’antica Roma. Il terzo involucro era più piccolo degli altri due. Al suo interno si trovava un anello d’oro con una pietra incisa sulla quale erano raffigurate figure mitologiche. Yasuo trasalì in preda a una sensazione che gli era difficile definire: era come se uno di quegli oggetti, o forse l’insieme di essi, emettesse un messaggio particolare. Ma la sua mente stentava ancora a decifrarlo.

L’interlocutore di Maru sorrise, osservando la soddisfazione affiorare negli occhi di Yasuo. «Questi reperti costituivano il tesoro di un antenato di un kobun appartenente alla mia ikka. Si dice che l’antenato fosse un valoroso samurai, vissuto ai tempi della dinastia Ashikaga nel quattordicesimo secolo. L’avo del mio kobun fu costretto a fuggire in Europa, dove credo abbia recuperato questi oggetti. Mi auguro che il mio dono ti sia gradito, Yasuo.»

Così dicendo, l’uomo si inchinò con devozione e se ne andò.

Rimasto solo, il Signore delle Acque non poté più trattenere l’eccitazione. Era un vero e proprio tremito quello che gli percorreva le mani mentre osservava la pisside d’oro. La contemplò a lungo, accarezzando con dolcezza i sobri motivi geometrici, i rilievi finemente cesellati. Yasuo posò i tre reperti al centro della scrivania e prese da uno scaffale alcuni libri rilegati in pelle, contenenti le opere degli storici di Roma antica.

Andò quasi a colpo sicuro, ma, mentre cercava notizie sulla pisside, s’imbatté in alcuni scritti che riguardavano invece l’anello, come scoprì, dedicato a Proserpina.

Con trepidazione, tradusse dal testo latino delle Vite dei Cesari di Svetonio: « Mentre [Nerone] prendeva gli auspici, Sporo gli fece dono di un anello, sulla cui gemma era incisa la raffigurazione del ratto di Proserpina » .

Già… Sporo… Lo sfortunato giovane che Nerone volle sposare perché gli ricordava l’amata Poppea.

Yasuo sorrise compiaciuto: era soddisfatto ogni volta che metteva alla prova il suo straordinario bagaglio di cultura classica. Fu solo un istante di distrazione, poi gli occhi sottili del Signore delle Acque corsero nuovamente tra le righe stampate, nella febbrile ricerca di oggetti appartenuti a Nerone e illustrati dai testi di Svetonio, Tacito e Plinio il Vecchio.

Compilò quindi un elenco di quei preziosi e singolari reperti appartenuti all’imperatore romano: reti da pesca d’oro, zoccoli d’argento, maschere da teatro, scettri tempestati di gemme, un bracciale d’oro e pelle di serpente, dono della madre Agrippina. L’attenzione di Yasuo si soffermò in particolare su una pisside d’oro adorna di perle, contenente la prima barba di Nerone e offerta come dono votivo in Campidoglio, e su una statuetta di vergine che, ricevuta come omaggio da uno sconosciuto, era adorata dall’imperatore al pari di una dea. Gli occhi di Yasuo si posarono sui tre manufatti al centro della scrivania. Ormai era certo delle loro origini.

Kuniko osservò con attenzione la persona che, uscita dall’ascensore riservato all’ufficio del presidente, fu circondata da alcune guardie del corpo che aspettavano nell’atrio e, sotto scorta, venne fatta salire su una berlina scura in attesa davanti al palazzo.

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