«Mi sento onorato per la tua stima, Cherèmone, ma ti sarei grato se tu volessi darmi altre spiegazioni. So bene che quanto mi stai proponendo è un privilegio riservato a pochi e mai oserei contraddire il tuo volere. Tuttavia ti prego di chiarire i miei dubbi, dovuti alla voglia che ho di conoscere.»
«Roma è grande, Lisicrate… Roma è grande e ha offuscato con la sua potenza anche le nostre usanze, il nostro modo di vivere e i nostri dei. È inutile combattere contro Roma e contro i romani: si verrebbe travolti dall’impeto con cui hanno travolto il mondo. Io sono il custode del sapere di quello stesso mondo e, come tale, posso dare un indirizzo alla conoscenza. Questo si prefiggono i sacerdoti di Osiride: dirottare la romanità verso i nostri costumi, senza rivolte o spargimenti di sangue, ma con opere di convincimento che possono durare anni e forse anche secoli. Il sapere trionferà sugli usi rozzi dei conquistatori perché il potere delle parole e degli scritti è molto superiore a quello delle spade.»
Il tempio di Abido, dedicato a Osiride, sorgeva nello stesso luogo in cui la leggenda voleva fossero state ricomposte le spoglie smembrate della divinità. Il periodo in cui si svolgeva la cerimonia corrispondeva a quello che passava sotto il nome di mese di Khoiak, dedicato alla passione, morte e resurrezione della divinità.
Una turba di persone si agitava, simulando la ricerca delle parti del corpo di Osiride; il suolo era ricoperto da un tappeto di petali di fiori che alcune donne agghindate con ghirlande gettavano a terra con ampi gesti delle braccia.
Lisicrate si trovava nel gruppo degli iniziati ai sacri misteri. Gli occhi scuri del giovane si guardavano attorno rapiti: pareva non volessero perdere nemmeno un istante di quella sontuosa cerimonia.
Come gli altri iniziati, aveva il corpo nudo avvolto in un lenzuolo di candido lino, il capo rasato, e in una mano teneva un sistro d’argento, mentre nell’altra stringeva un nodo di Iside in diaspro rosso.
La barca aurea che trasportava la statua del dio apparve all’improvviso, dietro un’ansa del Grande Fiume. Lisicrate pareva ipnotizzato dai bagliori che la nave emanava. A bordo si trovavano otto sacerdoti, disposti lungo le murate dell’imbarcazione: avevano il compito di condurre la barca lungo un tragitto il cui percorso era stato dettato dagli oracoli.
Una volta che la statua del dio fu deposta a terra e poi trasportata all’interno del tempio, i sacerdoti compirono le aspersioni lustrali, invocando su ognuno degli iniziati il favore della divinità, ammonendoli a rimanere casti e a privarsi della carne e del vino per dieci giorni.
L’unico nutrimento che i giovani adepti avevano ricevuto negli ultimi due giorni era stata una bevanda dal gusto di miele e di petali di rosa.
Al vespro gli iniziati vennero introdotti nei sotterranei del tempio.
Le torce furono accese e illuminarono con riflessi d’oro le statue dedicate a Osiride e Iside. Su alcuni bracieri vennero fatte ardere erbe dall’odore forte e aspro.
Lisicrate provò un senso di malessere, la testa prese a girargli vorticosamente, poi, tra sogno e realtà, iniziò il viaggio della mente che lo avrebbe condotto sino al cospetto di Osiride. Le immagini, dapprima contorte e sfumate, presero via via corpo e forma. Lisicrate vide il sole dei morti; in uno stato di semincoscienza credette di perdersi nel mondo ultraterreno. Volò sopra terre brulle e deserte, montagne innevate, mondi abitati dagli spettri e dalla paura; poi, non senza sofferenza, ritornò tra i vivi. Ancora stordito, sentì due mani vellutate accarezzarlo: una donna di singolare bellezza lo ricoprì con dodici vesti, quindi lo condusse verso il palco, dinanzi alla statua di Iside e alla presenza di sacerdoti e fedeli. Notò lo sguardo fiero con cui Cherèmone, che indossava gli abiti da sommo sacerdote, lo stava osservando. Sulla tunica di colore scuro del sommo sacerdote si stagliava, ricamato con fili d’oro, il nodo di Iside, antico simbolo magico che aveva il potere di far calare la protezione della dea sul devoto.
Lisicrate sentiva ancora uno strano sapore in bocca e l’odore acre delle erbe allucinogene nelle narici. Allora capì che nulla sarebbe più stato come prima e che il rito iniziatico lo aveva introdotto in una cerchia eletta, potente, occulta.
Giappone, settembre 2001
A detta degli esperti, il cacciatorpediniere Shimakaze era da considerarsi uno tra i più potenti che avessero solcato i mari nel corso della seconda guerra mondiale. Era stato costruito tra il 1941 e la primavera del 1943 e, malgrado fossero stati programmati altri quattordici cacciatorpediniere della stessa classe, lo Shimakaze era rimasto un prototipo a causa delle ristrettezze economiche del Giappone in guerra.
Al momento del varo era armato con sei cannoni da cinque pollici e tre batterie con cinque tubi lanciasiluri da ventiquattro pollici ciascuna, oltre a una quarantina di mitragliatrici di vario calibro.
Lungo circa centoventi metri e largo undici, aveva due turbine in grado di sviluppare settantamila cavalli e di spingere l’unità alla ragguardevole velocità di quaranta nodi. La sua autonomia era di millequattrocento miglia a trenta nodi. Lo Shimakaze fu tra le prime unità della marina imperiale a montare il radar. A causa delle sue caratteristiche, non era mai stato assegnato a una divisione, ma operava con la massima autonomia nell’ambito della potente flotta giapponese. Forse era stato proprio questo a consentirgli di comportarsi con onore nel corso del conflitto e a permettergli di non affondare sotto i colpi di un attacco nemico.
Così, alla fine della guerra, quell’unità d’avanguardia era stata messa in disarmo e lasciata a galleggiare in un cimitero di navi nel porto di Kagoshima nell’isola di Kyushu, fino a che il Signore delle Acque non aveva acquistato nel 1998 quello che ormai era poco più di un relitto.
I lavori per trasformare il caccia in uno splendido yacht da crociera erano durati alcuni anni. L’ordine che Yasuo Maru aveva impartito ai progettisti era stato di preservare, per quanto possibile, le caratteristiche tecniche e la struttura esterna della nave. Le maggiori modifiche erano state realizzate negli interni, dove i disegnatori si erano sbizzarriti nel creare ambienti lussuosi e confortevoli.
L’intera parte poppiera, fino a circa metà nave, era occupata dall’appartamento dell’armatore. Yasuo Maru aveva una vera e propria predilezione per gli ambienti sontuosi. Accanto alla stanza da letto si trovava il suo salotto privato, lungo quasi venti metri e largo da paratia a paratia. Al centro, prima dei locali comuni e delle suite riservate agli ospiti, era stato allestito il luogo di lavoro dell’uomo d’affari giapponese: un ufficio dotato di sofisticate apparecchiature capaci di collegarsi in tempo reale con tutti i settori della Water Enterprise in ogni angolo del pianeta. Yasuo affermava con orgoglio che dalla sua cabina avrebbe potuto controllare i consumi di acqua potabile di un cittadino dell’Armenia. E non aveva tutti i torti. I locali di prora erano riservati all’equipaggio e ospitavano, oltre ai servizi e a un efficiente ospedale, novanta marinai.
Yasuo Maru tagliò il cavetto collegato al meccanismo di alaggio. Lo Shimakaze cominciò a scendere, lento e maestoso, nell’acqua del porto di Kagoshima.
Kuniko Sagashi osservò la sagoma filante della nave mentre scivolava verso la superficie scura dell’acqua. Vide la poppa sollevare un’onda alta, poi l’intera chiglia si immerse. Le leggi fisiche di galleggiamento sostennero come per miracolo le duemilaseicento tonnellate d’acciaio e lo Shimakaze ondeggiò per tutta la sua lunghezza, fino a stabilizzare lentamente il suo moto oscillatorio.
Concluso il periodo di prova alla Water Enterprise, Kuniko, grazie alle sue qualità, si era guadagnata una posizione di rilievo. In un paio di mesi era diventata un’insostituibile pedina per le molte cerimonie di accoglienza che la compagnia di Yasuo Maru organizzava, e il varo della nave appena ristrutturata del presidente era un’occasione mondana molto importante. I suoi occhi corsero verso la folta schiera di ospiti assiepati su una tribuna allestita appositamente. Riconobbe personaggi noti e meno noti: c’erano autorità di governo, industriali e uomini dell’alta finanza mondiale. La telecamera miniaturizzata nascosta in un bottone della giacca di Kuniko stava riprendendo i volti dei partecipanti alla cerimonia.
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