Il Mínuteman si abbatté sull’edificio del parlamento cinese trenta secondi dopo. L’eco dell’esplosione venne udita a decine di chilometri di distanza. In molti dei palazzi nei pressi di piazza Tienanmen i vetri andarono in frantumi.
‹IL NOSTRO SISTEMA DI SICUREZZA HA APPENA DIFFUSO LA NOTIZIA CHE UN MISSILE È RIUSCITO A SFUGGIRE ALLO SCUDO CINESE E SI È ABBATTUTO SULL’EDIFICIO DEL CONGRESSO NAZIONALE›, digitò il capitano Bernstein. ‹PER FORTUNA IL PARLAMENTO ERA STATO EVACUATO MEZZ’ORA PRIMA DAGLI EROICI SERVIZI SEGRETI CINESI CHE PROBABILMENTE AVEVANO SUBODORATO QUALCOSA. BEL COLPO, MAGGIORE BREIL.›
‹ASPETTI A CANTARE VITTORIA, CAPITANO. ADESSO DOBBIAMO SPIEGARE AI CINESI CHE LA MINACCIA NON PROVENIVA DA TAIWAN, MA DAL SIGNORE DELLE ACQUE E DA UN AUTOREVOLE MEMBRO DEL GOVERNO DEL POPOLO. NON È ANCORA FINITA.›
Pochi istanti più tardi, Breil era in linea per la terza volta con il segretario del presidente cinese.
«Dottor Breil, mi perdoni, ma qui è successo il finimondo e io non ho né tempo né voglia di esaudire le sue insistenti richieste», rispose il segretario del presidente con un tono che non ammetteva repliche.
«È proprio per il finimondo che è successo che ho richiamato, signor Chung. E questa volta, per evitare che un finimondo di dimensioni maggiori si scateni e che io venga in Cina a provvedere in prima persona all’asportazione dei suoi testicoli, le consiglio di mettermi immediatamente in contatto con il presidente.»
Subito dopo, Oswald salutava con cordialità il presidente della Repubblica Popolare Cinese.
Marzo 2002
I trentanove piani del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite dominavano l’acqua dell’East River increspata dal vento freddo proveniente da nord. New York pareva ricominciare a vivere solo ora, dopo sei mesi dall’attacco alle torri gemelle. La sala dell’assemblea generale delle Nazioni Unite era gremita di delegati.
Il tenente colonnello Baedeker aveva soltanto trentaquattro anni, ma era già un veterano. Il suo F15 aveva solcato lo spazio aereo della Bosnia in ogni direzione, contribuendo a ristabilire l’ordine in quella regione.
Si era alzato in volo con la sua squadriglia di tre caccia: da quel terribile 11 settembre 2001, il cielo della grande metropoli era costantemente pattugliato da una squadra di intercettori che avevano il compito di abbattere qualsiasi velivolo ostile.
Il presidente cinese aprì la seduta all’interno dell’aula delle Nazioni Unite. Al termine del suo intervento, il capo di Stato indicò una delle persone sedute in una fila di sedie posta dinanzi agli scranni dell’assemblea.
Il piccolo uomo si alzò in piedi, chinò il capo mentre gli applausi di tutti i rappresentanti del pianeta scrosciavano incessanti. Oswald si diresse verso il pulpito, sistemò il microfono alla sua altezza e sui delegati scese il silenzio.
«Se devo essere sincero», disse Oswald, «sono forse quello che si è dato da fare meno di altri in una vicenda che ha rischiato di compromettere gli equilibri del mondo intero. Il mio solo merito è stato quello di mantenere il sangue freddo anche quando i tentativi di infangare la mia persona mi avevano ormai quasi sommerso. Ci sono stati molti altri che hanno agito con coraggio, anche a costo della loro vita, affinché il genere umano non dovesse piangere nuovi morti. E permettetemi di nominare questi eroi, almeno quelli qui presenti, a uno a uno.»
Quindi Oswald chiamò per nome Sara Terracini, Henry Vittard e Guglielmo Grandi. I tre si alzarono a turno, salutati da applausi pieni di gratitudine. Oswald continuò: «E il mio pensiero non può che andare a quelli che oggi non sono con noi, vuoi perché salvarci dalle minacce fa parte della loro quotidiana occupazione, vuoi perché il male ha avuto il sopravvento su di loro. Voglio ricordare Derrick Erma, Bruno Milano, Etienne Jalard e tanti innocenti che hanno cercato a tutti i costi di ostacolare il cammino dei malvagi.» Un nuovo applauso interruppe il piccolo uomo.
«Il colosso economico-criminale della Water Enterprise è stato smembrato dal governo giapponese e le singole società verranno vendute in aste pubbliche, privilegiando gli enti governativi interessati all’acquisto. Colui che era a capo della multinazionale del crimine, sebbene non sia stato ancora rintracciato, ha ormai le ore contate. Ogni organo di polizia al mondo ha una comune priorità: assicurare Yasuo Maru alla giustizia. Le mire di conquista di Zhu Ling si stanno invece spegnendo in un carcere di Pechino e sono certo che il governo cinese farà giustizia.»
Il tenente colonnello Baedeker chiuse la comunicazione con il centro di controllo. Non gli piaceva il ruolo di vigile urbano inviato a sorvegliare il traffico, seppure quello aereo, nei cieli di New York. La sua mente corse ai combattimenti in Bosnia, all’adrenalina che entrava in circolo mentre il caccia picchiava sulle postazioni antiaeree serbe. Adesso non capitava più nulla di esaltante, e da mesi lui e i suoi uomini si limitavano a sorvolare la città come sentinelle, pronte a un’improbabile azione difensiva.
L’intervento di Oswald Breil terminò fra gli applausi. Tutta l’assemblea si alzò in piedi in segno di riconoscimento per le persone che avevano coraggiosamente sventato la terribile minaccia. L’applauso durò diversi minuti.
Circa un’ora più tardi, dopo aver risposto alle domande nel corso di un’affollata conferenza stampa, Breil e i suoi tre amici uscivano dal Palazzo di Vetro.
Una Mercedes monovolume dai vetri oscurati era ad attenderli all’ingresso. Le macchine di scorta erano invece parcheggiate una davanti e l’altra dietro la vettura che avrebbe ospitato i quattro eroi.
Oswald infilò una mano in tasca, afferrando un oggetto, poi si rivolse a Sara: «Il primo ministro giapponese mi ha pregato di consegnarti questo in segno di riconoscenza».
Le dita della ricercatrice si strinsero attorno all’oro antico con cui era stato forgiato secoli prima l’Anello dei Re.
Oswald si fece educatamente da parte, consentendo ai suoi compagni di entrare prima di lui all’interno dell’automobile.
Il frullare delle pale di un elicottero attirò l’attenzione del piccolo uomo. I sensi di Breil si acuirono.
Il radar a scansione del jet militare aveva segnalato al tenente colonnello Baedeker un velivolo non autorizzato che volava nei pressi della sede delle Nazioni Unite.
«Un altro dei magnati d’industria che ha smarrito la strada.» Pensando questo, Baedeker mosse il joystick che fungeva da cloche e il jet iniziò la virata.
L’elicottero, che proveniva dalla direzione della Quarantatreesima Est, superò la chiesa e United Nation Plaza, abbassandosi ulteriormente. Il turbinio delle pale fece ondeggiare l’erba del prato dinanzi al Palazzo di Vetro come un mare increspato. Quando fu a una sessantina di metri dalla monovolume ferma davanti al grattacielo progettato da Le Corbusier, il velivolo, che non recava segni di riconoscimento, si arrestò a mezz’aria. Sembrava che a bordo ci fosse soltanto il pilota.
«L’area del Palazzo di Vetro è interdetta al volo dall’11 settembre!» Questo pensiero assalì Oswald, mentre i suoi occhi si fermavano per un istante su quel rapace di metallo.
Yasuo Maru stringeva con perizia i comandi. Riusciva a governare l’elicottero senza difficoltà, facendolo stazionare, perfettamente immobile, a pochi metri da terra, di fronte alla rotatoria dove sostavano le auto in attesa dei passeggeri. Il giapponese aveva dipinta sul volto un’espressione folle; riconobbe subito le persone che avevano distrutto il suo impero e la sua vita. Finalmente poteva gustare il sapore di una vendetta che aveva atteso da quando il maledetto nano e i suoi amici gli avevano intralciato il cammino. Con la determinazione di chi non ha più nulla da perdere, il Signore delle Acque fece scattare la sicura del dispositivo di innesco e premette il pulsante di fuoco. L’elicottero fu scosso da un sobbalzo, mentre i due razzi si staccavano dal lanciamissili posto poco sopra i pattini di atterraggio.
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