Marco Buticchi - La nave d'oro

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La nave d'oro: краткое содержание, описание и аннотация

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Nel XIV secolo, in uno scenario che vede lo scontro fra Occidente cristiano e Oriente musulmano, Hito Humarawa, un ex samurai macchiato dal disonore e troppo amante della vita per darsi la morte, si ritrova al fianco di un mercante veneziano e gli viene affidato il compito di combattere un giovane eroe con un passato da nobile cristiano. Oggi l’anziano ammiraglio Grandi ha rinvenuto nel corso di un’immersione alcuni reperti che l’hanno indotto a pensare che proprio in quel punto fosse naufragata la nave d’oro di un imperatore romano. Forse quella scoperta è l’unica scintilla che può ridare un senso alla vita di Henry Vittard, un celebre navigatore transoceanico che da poco ha perduto la moglie.

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Lorenzo si volse a guardare la sua città, le strade piene di vita, come se il popolo del Muqatil non sentisse la minaccia e il peso dell’assedio.

Un rumore sordo e cupo riempì l’aria: il legno della leva colpì con forza le pelli di animale poste a protezione della traversa della catapulta.

Lorenzo rimase a osservare il volo del proiettile. Non lasciava dietro di sé alcuna scia di fumo nero né presentava le caratteristiche dei grandi massi che il nemico era solito lanciare. Il proiettile sembrava piuttosto un fagotto di stracci che volteggiava, ruotando su se stesso, sopra le mura della città.

Un terribile presentimento si fece strada nella mente del Muqatil. Lorenzo scese dalle mura e prese a correre verso il luogo in cui il proiettile era caduto.

«Fermi!» gridò rivolto a un gruppo di bambini che, come sempre succedeva, si erano radunati attorno a quella strana palla di stracci. Ma era troppo tardi. Il più grande di loro aveva estratto un coltello e aperto i sacchi che celavano il macabro contenuto.

Una donna si chinò, mentre il bambino si ritraeva disgustato. Il cranio umano era in avanzato stato di decomposizione. Una grossa macchia nera era ancora visibile sulla fronte della testa che il nemico aveva lanciato all’interno delle mura. Quello era il marchio del terrore.

«La peste!» sussurrò dapprima la donna, ritraendosi inorridita. «La peste!» gridò subito dopo, mentre gli stretti vicoli di Tabarqa si riempivano della sua voce.

Febbraio 2002

«Sono spiacente, dottor Breil, il compagno presidente sta riguardando il discorso che terrà tra poche ore all’assemblea plenaria del Congresso», disse una voce gentile in un inglese ricco di inflessioni orientali dall’altro capo della linea. «Il presidente la prega di perdonarlo per non poter rispondere alla sua chiamata. Ha detto, se vuole, di riferire a me. Sono He Chung, il suo segretario particolare, e sarà mio dovere riportare i motivi della telefonata personalmente al presidente.»

Oswald riagganciò la cornetta, dopo aver preso commiato dal suo interlocutore. Che cosa avrebbe potuto spiegare al segretario del presidente cinese? «Nutro dei sospetti per cui dei malintenzionati potrebbero colpire non so dove e non so quando e non so in che modo?»

Agli occhi del mondo l’ex premier israeliano ora era un corrotto: una persona da cui guardarsi e da tenere lontano come un malato infetto. Come avrebbe potuto Oswald Breil riferire quella che sembrava soltanto una sensazione e spingere il governo cinese a intervenire? Quale attendibilità poteva riscuotere un traditore del proprio paese che andava farneticando in merito a una non meglio identificata minaccia? Qualcuno avrebbe potuto colpire in un angolo dei nove milioni e cinquecentomila chilometri quadrati del territorio cinese, così come avrebbe potuto semplicemente augurare «buona giornata» a uno Stato grande come un continente.

Operazione Have a nice day, China! : quello era l’unico indizio attorno al quale si sarebbe dovuto lavorare. Conoscendo la pericolosità di individui come Yasuo Maru e Zhu Ling, Oswald aveva la netta sensazione che le sue supposizioni non fossero sbagliate. Quella enigmatica frase nascondeva un pericolo.

La postazione missilistica, contrassegnata dalla sigla A24, era considerata di efficacia inferiore rispetto alle molte altre dotate di armi dell’ultima generazione. La batteria sotterranea era situata nella parte occidentale dell’isola, a poca distanza dall’acquedotto che riforniva l’intera Quemoy. Era armata con tre missili balistici Boeing LGM-30 Minuteman, armi datate, la cui produzione era cessata nel 1978. I tre vettori intercontinentali disponevano di testate convenzionali ad alto potenziale. Ciascuno dei missili, allineati verticalmente nelle rampe sotterranee, aveva una lunghezza di diciotto metri e un peso di oltre trentadue tonnellate. La loro velocità di crociera si aggirava attorno a quindicimila chilometri l’ora. La gittata dell’LGM-30 Minuteman, circa diecimila chilometri, consentiva di coprire abbondantemente l’intero territorio cinese, e il sistema a guida inerziale Boeing era di una precisione quasi infallibile.

Forse anche per questo i tre vecchi Minuteman, reduci a loro volta da qualche arsenale americano di armi dismesse, erano tenuti come gioielli. L’ufficiale, i due sottufficiali e i sei uomini di truppa della postazione A24 e i loro vecchi missili Minuteman erano pronti a dare il loro contributo nel malaugurato caso in cui la tensione tra Cina comunista e Cina nazionalista di Taiwan fosse sfociata in un conflitto.

Il capitano Bernstein procedeva con gli stessi criteri usati dai paleontoantropologi per risalire ai lineamenti degli uomini preistorici utilizzando l’ossatura del cranio.

La struttura ossea era però sostituita, in questo caso, dallo schema in scala di un impianto di fornitura idrica. Già da diverse ore Bernstein stava lavorando attorno all’unico documento che era riuscito a salvare dalla cartella Have a nice day, China! Subito dopo il virus aveva attaccato la memoria del computer di Maru, cancellandola irreversibilmente.

Bernstein stava cercando di ricostruire, sia pure a grandi linee, un profilo morfologico del territorio a cui si riferiva lo schema della rete idrica utilizzando le poche informazioni in suo possesso.

La presenza di una pompa era la prova dell’esistenza di un rilievo o di un dislivello lungo il percorso. La potenza di ogni stazione di pompaggio, puntualmente segnalata nello schema, lasciava presumere un’altezza approssimativa dei rilievi che incontrava il percorso della tubatura. La scala, in basso a destra sulla pianta, indicava che il territorio interessato aveva un’area di pochi chilometri quadrati.

Il capitano del Mossad inserì quella che poteva sembrare una planimetria in uno scanner. La macchina lesse il lavoro che lui aveva appena eseguito e lo tradusse in un linguaggio comprensibile al cervello elettronico. Un ritmico ticchettio elettronico informò Bernstein che la sua piantina veniva confrontata con le dettagliate informazioni topografiche contenute negli archivi.

L’uomo incrociò le dita, sperando che ancora una volta la sorte accorresse in suo aiuto. Le istruzioni che aveva impartito erano state quelle di verificare dapprima qualche cosa di simile al disegno ottenuto all’interno del territorio cinese e zone limitrofe. Dopo appena mezz’ora il computer aveva comunicato di aver individuato almeno quattro matches , quattro località compatibili con le indicazioni fornite.

Il nome di una di queste fece trasalire l’esperto in elettronica al servizio della Repubblica israeliana. Doveva immediatamente comunicare il risultato a Oswald Breil.

La voce di Sara Terracini era ferma e vibrante, mentre traduceva l’ultimo papiro che Lisicrate aveva voluto tramandare ai posteri.

Henry Vittard si era seduto sopra un sasso e restava ad ascoltarla come un bambino che, vicino al focolare, vuole assolutamente conoscere la fine della fiaba che sta raccontando il nonno:

Roma imperiale, anno di Roma 845 (92 d.C.)

Non so se una divinità degli abissi abbia preservato le mie memorie, facendole giungere sino a te che stai ora leggendo dopo aver scoperto le indicazioni necessarie per giungere sino a qui. Oppure se sei arrivato al tesoro, o meglio a ciò che resta del tesoro di Didone, per puro caso, condotto all’interno della caverna da una piccola scossa di terremoto che ha rimosso i sassi che ne precludevano l’accesso.

L’oro e gli oggetti preziosi che rimangono rappresentano una piccola parte della enorme ricchezza che io, Lisicrate del Pireo, ebbi modo di osservare quando entrai nella galleria con Cesellio Basso, un vecchio legionario fuori di senno. Ciò che manca è stato speso dall’uomo che fu il più potente di ogni tempo per mantenere un’esistenza agiata e decorosa e che non rivelò mai la sua identità.

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