Marco Buticchi - La nave d'oro

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La nave d'oro: краткое содержание, описание и аннотация

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Nel XIV secolo, in uno scenario che vede lo scontro fra Occidente cristiano e Oriente musulmano, Hito Humarawa, un ex samurai macchiato dal disonore e troppo amante della vita per darsi la morte, si ritrova al fianco di un mercante veneziano e gli viene affidato il compito di combattere un giovane eroe con un passato da nobile cristiano. Oggi l’anziano ammiraglio Grandi ha rinvenuto nel corso di un’immersione alcuni reperti che l’hanno indotto a pensare che proprio in quel punto fosse naufragata la nave d’oro di un imperatore romano. Forse quella scoperta è l’unica scintilla che può ridare un senso alla vita di Henry Vittard, un celebre navigatore transoceanico che da poco ha perduto la moglie.

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«Signorina, lei si rende conto che una persona è rimasta uccisa?»^

«È proprio perché altra gente non venga ammazzata e perché un tesoro di valore inestimabile appartenente al suo paese non venga trafugato da un criminale internazionale che le chiedo di muoverci in fretta.»

«Dia ascolto a questa giovane, ispettore Ortega, sembra sapere il fatto suo», insistette la voce del prete alle loro spalle. «Risponderò io ai suoi uomini, mentre lei si recherà con alcuni testimoni ad acquisire prove utili per le indagini. D’altronde, l’unico fra noi tre che ha fatto fuoco sono stato proprio io.»

«Questa volta mi gioco la carriera, padre Martínez.» Così dicendo, il poliziotto spagnolo fece cenno a Sara e Henry di seguirlo.

La strumentazione a parete nella sala di controllo dell’acquedotto di Quemoy poteva far pensare a una moderna centrale termonucleare. Uno schema illuminato segnalava lo stato di attività delle condotte e delle valvole computerizzate che controllavano il flusso dell’acqua.

I tecnici della Taiwan Water Main Supply avevano appena sostituito i colleghi del turno precedente. I cinque sedettero in silenzio, ciascuno nella propria postazione, e incominciarono il ceck control degli strumenti. I due militari facenti parte della guarnigione posta a protezione dell’acquedotto osservavano le operazioni di routine con annoiato disinteresse.

La stessa espressione impassibile rimase sui loro volti quando, alcune ore più tardi, passarono dalla vita alla morte senza accorgersene.

«Via libera, da questo momento», disse il tecnico che aveva appena premuto due volte il grilletto di una pistola dotata di silenziatore, guardando i due corpi senza vita. «Per le prossime dodici ore nessuno dovrebbe accorgersi che questi due mancano all’appello.»

Immediatamente gli altri misero mano alla loro attrezzatura, estraendo alcune bombole ad alta pressione.

Sebbene Henry si fosse attardato ad aiutare Sara nel corso dell’arrampicata, i due riuscivano a mantenere una velocità superiore a quella dell’ispettore Ortega. Il funzionario della polizia spagnola, seguito da quattro dei suoi, sbuffava come un mantice, risalendo gli impervi sentieri che conducevano verso la vetta rocciosa.

Sara aveva individuato con facilità il punto indicato dall’originale sistema di mira inventato da Lisicrate. La vetta del Falco distava ormai pochi metri, quando Henry gridò, indicando alcune rocce: «Guarda, sembra che quei massi siano solamente poggiati contro la parete!»

Aiutati dai poliziotti che nel frattempo li avevano raggiunti, Sara e Vittard riuscirono a rimuovere le pietre, scoprendo l’angusto accesso di una galleria.

Due degli agenti rimasero all’esterno, mentre l’ispettore e gli altri seguirono Sara e Henry dentro il cunicolo.

Il quintetto percorse una cinquantina di metri all’interno della galleria, mentre le torce illuminavano strettoie, ripide discese e terreno dissestato. Lo slargo sotterraneo si aprì all’improvviso. I fasci luminosi danzarono per qualche istante, prima di posarsi su tre grandi forzieri posti lungo un lato della stanza scavata nella roccia.

Con mani tremanti, Sara aprì il primo dei tre: lo strato di polvere, misto a fibre tessili logorate dal tempo, diede alla ricercatrice una chiara indicazione sul contenuto originario.

«Doveva trattarsi di stoffe pregiate», spiegò Sara sollevando dal fondo dello scrigno una gemma. «E, a giudicare da questa, le stoffe erano intessute di pietre preziose per renderle ancor più di pregio. Le condizioni di temperatura costante e la mancanza assoluta di umidità all’interno della grotta probabilmente hanno fatto in modo che i manufatti più solidi resistessero ai secoli. Non si può pretendere altrettanto da abiti e stoffe di qualche migliaio di anni fa. Proviamo a vedere se avremo miglior fortuna con il secondo scrigno.»

Ancora una volta le torce elettriche dei poliziotti illuminarono l’espressione delusa sul viso di Sara. L’interno dello scrigno era quasi del tutto vuoto, fatta eccezione per una vaso di vetro opaco, sigillato ermeticamente da un tappo. Si trattava di un oggetto di indubbio valore, enorme se riferito all’epoca di costruzione, ma nulla al confronto del tesoro che Sara aveva sperato di trovare.

Un po’ sfiduciata, Sara aprì il terzo e ultimo scrigno: l’oro brillò alla luce delle torce.

L’ultimo dei tre forzieri, infatti, era colmo di oggetti preziosi. Sara sollevò un vaso in argento e oro, sul quale era inciso un grifone, bordato da motivi ornamentali a forma di foglie di loto.

«Sembrano proprio gioielli di epoca fenicia», disse Sara. «Questo è quello che resta del tesoro di Didone», continuò quindi la ricercatrice, indicando il contenuto del forziere agli increduli poliziotti.

Fu necessaria circa un’ora per portare fuori dalla grotta i tre scrigni, facendo attenzione a non provocare nel trasporto quei danni che i secoli non erano riusciti a produrre.

Una volta alla luce del sole, Sara esaminò più accuratamente il vaso di vetro, nell’attesa che l’elicottero della polizia chiamato da Ortega arrivasse a prelevare loro e i preziosi reperti per condurli al sicuro.

Tra le false trasparenze del vetro opaco, Sara scorse il cilindro. Immediatamente forzò senza danni il disco di vetro che sigillava il vaso. La custodia del papiro era in ottimo stato e ancora conservava il colore rosso originale della pelle.

Sara valutò l’integrità dell’oggetto. Dimentica di ogni cautela, aprì la custodia del papiro ed estrasse con cura il documento, tenendolo per le bacchette in osso attorno alle quali era arrotolato il foglio.

Con lentezza esasperante, svolse il papiro appoggiandolo su uno dei tre grandi scrigni. Riconobbe a prima vista la scrittura, le modalità con cui erano stati vergati gli antichi caratteri greci e, ad alta voce, prese a tradurre l’ultimo messaggio di Lisicrate.

Tabarqa, 1347

Il giorno che Lorenzo aveva sempre temuto era arrivato, una calda mattina di sei mesi prima.

Esasperati dalle incessanti razzie subite per mano degli uomini agli ordini del Muqatil, i veneziani avevano armato un vero e proprio esercito, formato da alcune migliaia di uomini. Ancora una volta la città di Tabarqa si era ritrovata cinta da un assedio, e aveva dovuto dimostrare le sue qualità di borgo difficilmente espugnabile.

Hito Humarawa alzò lo sguardo verso le mura. Il vessillo dell’emiro di Tabarqa era mosso dal vento caldo del Mediterraneo. La figura del Muqatil era perfettamente distinguibile, al di là della cinta merlata.

Il samurai doveva al nemico di sempre la sua ansia di vita. Anni di scontri, fughe, ricerche, sconfitte, senza mai avere ancora una volta l’opportunità di fronteggiare il Muqatil in uno scontro all’ultimo sangue.

Il giapponese aveva manifestato molte perplessità per l’operazione che avevano pianificato i veneziani. Ma la sua contrarietà si era persa tra i commenti entusiasti degli altri ufficiali.

Humarawa guardò la catapulta puntata verso la città e scosse il capo. Non reputava giusto che un valoroso potesse soccombere grazie a una manovra così vile.

Lorenzo di Valnure osservò il campo nemico dall’alto delle mura.

«Prima o poi si stancheranno. Sino a oggi abbiamo respinto ogni loro assalto e non sembra che gli infedeli siano in grado di fare dei progressi. Presto desisteranno dall’assedio e si ritireranno», riferì uno degli ufficiali saraceni, rivolto all’emiro.

Gli occhi color cobalto del Muqatil si soffermarono su una figura isolata. Le placche in acciaio dell’armatura da samurai riflettevano la luce del sole. Lorenzo di Valnure non riusciva a provare odio nei confronti del più valoroso e temibile dei suoi nemici. Il suo sguardo corse nella direzione in cui era orientato il capo del giapponese. La catapulta era isolata rispetto alle altre quattro poste in batteria. Pochi uomini si affaccendavano attorno alla macchina da guerra.

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