Marco Buticchi - Profezia

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Ma era felice anche per un secondo motivo: tra pochi giorni sarebbe partito per Piacenza, dove avrebbe potuto riabbracciare suo figlio.

Mediterraneo meridionale. 23 luglio 1999

Nella prima oscurità la sagoma bianca della Queen of Atlantis si distingueva ancora perfettamente.

«È sopra il punto più profondo della depressione», disse il comandante della corvetta a Breil. «Secondo i miei calcoli dovrebbe mancare più di un’ora e mezzo all’esplosione. Speriamo che la nave ci metta poco a inabissarsi, e che la deflagrazione avvenga in profondità.»

«È arrivato il momento di abbandonare la nave», stava intanto dicendo Arthur Di Bono ai suoi compagni di avventura.

I quattro uomini corsero all’ultima lancia, e il comandante eseguì le manovre per calarla in mare.

Erano ormai a diverse centinaia di metri, quando videro la fiancata della Queen of Atlantis illuminarsi di una fila di bagliori rossi. Un attimo dopo il fragore dello scoppio delle quaranta mine magnetiche arrivò talmente forte da far dolere loro gli orecchi.

La nave ridusse la velocità, s’inclinò leggermente sulla sinistra e cominciò ad affondare. Di Bono si alzò, immediatamente imitato dagli altri tre. La più grande nave mai costruita dagli uomini stava lentamente scomparendo.

La corvetta israeliana si affiancò alla scialuppa e i quattro vennero tratti a bordo.

Venti minuti più tardi le potenti fotoelettriche della Sa’ar 5 illuminavano le antenne satellitari della Queen of Atlantis che stava scomparendo velocemente nel mare.

Nella zona dell’affondamento l’acqua ribolliva, e tutto attorno i relitti erano sparsi in un raggio di trecento metri.

Quando la massa scura si chiuse sopra la sua nave, gli occhi del comandante Di Bono s’inumidirono.

«Adesso non ci resta che portarci a distanza di sicurezza e aspettare. Anche se, purtroppo, nessun mezzo marino potrebbe essere abbastanza rapido da condurci in salvo se dovessero esplodere tutte le testate», concluse Oswald Breil.

Rosslyn. 23 luglio 1999

Sara Terracini teneva la torcia tra i denti, dirigendo il fascio di luce verso la colonna di pietra al centro dell’ambiente. Era divisa in cinque segmenti di misura identica, ma il sezionamento appariva chiaramente fatto in un’epoca successiva alla realizzazione, forse per facilitarne il trasporto da parte dei crociati.

«La colonna di Enoch!» esclamò in tono emozionato, facendo scorrere le dita sui caratteri dell’antica lingua scolpiti qualche millennio prima.

«Colonna di Enoch?» chiese Bertold.

Senza distogliere l’attenzione dal tentativo di aprire il grosso baule di legno massiccio, fu Toni Marradesi a rispondergli: «Secondo un’antica leggenda, molto prima dei tempi di Abramo, il profeta Enoch predisse un avvenimento apocalittico che avrebbe disseminato la morte sulla terra, devastata da inondazioni e incendi. Il profeta volle però che il livello di conoscenza fino ad allora raggiunto non andasse perduto. Quindi incise su due colonne, una in mattoni e l’altra in pietra, rispettivamente i segreti dell’edilizia e della scienza».

«Inoltre le due colonne avrebbero ornato i lati del Sancta Sanctorum del Tempio di Gerusalemme», aggiunse Sara.

Il cofano era in legno massiccio e aveva resistito integro ai secoli e alle vicissitudini. La tradizione della famiglia St Clair tramandava che un antenato, lo stesso William cui era dovuta la costruzione del Tempio di Rosslyn, in occasione di un incendio divampato nel castello, prima ancora che dell’incolumità degli abitanti si fosse preoccupato di certi cofani.

Era una vicenda che Toni conosceva bene, e proprio per questo stava dedicando ogni suo sforzo ad aprirlo: era convinto che potessero esservi celati i segreti del Tempio e della Cristianità stessa. Rimuovere il coperchio non fu facile, ma finalmente, con uno scricchiolio, ruotò sui cardini che l’aria asciutta della cripta aveva protetto dalla ruggine. Le mani esperte di Toni Marradesi scostarono con delicatezza i panni di lana che proteggevano il contenuto.

I rotoli di rame erano in discrete condizioni, e Toni si sentì prendere da un tremito vedendo le iscrizioni in ebraico. Erano lunghi circa trentacinque centimetri e sembravano avvolti su di sé almeno quattro volte. Dovevano essere una quindicina.

«Che cosa hai trovato, Toni?» chiese Sara, che fremeva.

«Forse abbiamo scoperto addirittura il segreto su cui si fonda il Cristianesimo», sbottò lui, visibilmente emozionato. «Credo però che sia meglio rimettere questo tesoro nello scrigno che lo ha salvato nei secoli. Per svolgere i rotoli di rame e decifrarli dobbiamo portarli nel nostro laboratorio o in una struttura adeguatamente attrezzata.»

«Già, ma come facciamo a portarli via sotto il naso del sovrintendente?»

«Il problema non si pone», echeggiò una voce dura dagli ultimi scalini. «Voi rimarrete per sempre accanto a ciò che avete scoperto. Quei documenti potranno servire soltanto al Nuovo Ordine per dimostrare chi davvero è a conoscenza della Parola di Dio. Presto, a terra in quell’angolo.»

E la pistola impugnata dallo sconosciuto emise sinistri bagliori alla luce delle torce elettriche.

«Addio per sempre», concluse l’uomo, strappando la sicura di una bomba a mano e lanciandola verso di loro.

Bertold si gettò su di lui con un guizzo. Lo sconosciuto seguì il suo movimento con la pistola e sparò un paio di colpi, ma senza colpirlo. L’arma di Bertold, invece, non lo mancò, centrandolo con due colpi.

La bomba a mano era caduta a poca distanza dai piedi di Karin, e la giovane agente la raccolse, gridando: «Presto, tutti a terra!»

Ma sapeva bene che, se l’ordigno fosse esploso in quell’ambiente angusto, nessuno di loro avrebbe avuto scampo. Il grosso cofano con i rotoli di rame era ancora aperto. Senza la minima esitazione, Karin vi posò la bomba, conficcandola nello spesso strato di panni di lana. Quindi, chiuso di schianto il pesante coperchio, si buttò anche lei a terra il più lontano possibile.

Il cofano esplose, disseminando schegge e frammenti per tutta la cripta, ma smorzando di molto la potenza della bomba.

Mediterraneo meridionale. 23 luglio 1999

La Sa’ar 5 si era mantenuta a circa venti miglia dal punto dove si era inabissata la Queen of Atlantis. Non appena l’orizzonte in quella direzione si colorò di una luce bianca, l’interfono scandì i precipitosi ordini del comandante.

«Macchine avanti al minimo per rotta nord-ovest. Personale ai posti di combattimento. Attivare gli schermi antiradiazione. Prepariamoci a fronteggiare un maremoto.»

«È il momento della verità», commentò Oswald, mettendosi l’elmetto da combattimento e stringendo i legacci di un giubbotto salvagente troppo grande per lui. «Tra poco dovrebbe raggiungerci l’onda d’urto dell’esplosione. Se quella luce è stata prodotta dallo scoppio di tutte le testate, non potremo mai raccontare questa avventura.»

Rosslyn. 23 luglio 1999

Il terribile dolore ai timpani fece capire a Sara che era ancora viva. Ma si tastò tutto il corpo, aspettandosi di trovarlo coperto di chiazze di sangue. Non avendone trovata nessuna, aprì finalmente gli occhi e si tirò a sedere.

La polvere da cui era invaso l’ambiente la fece tossire. Il buio era assoluto e, anche se avesse ancora avuto la torcia, la sua luce non sarebbe stata sufficiente a perforare la fitta nube.

Chiamò gli altri tre compagni. Toni le rispose subito, informandola di essere ferito, ma lievemente. Bertold non aveva subito danni, mentre Karin temeva di avere la gamba destra fratturata.

Attesero in silenzio che la polvere si depositasse, finché Bertold non trovò a tentoni la sua torcia, e un fascio di luce illuminò il sotterraneo. Tergendosi il sangue che gli colava dalla fronte, Toni guardò verso la cassa dei documenti, ma vide soltanto alcuni brandelli di legno fumante.

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