Marco Buticchi - Profezia

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«Affermativo, signor vice ministro. Ho visto io stesso il commando abbandonare la nave utilizzando il tubo di scarico delle acque reflue. Quanto agli ostaggi, abbiamo avuto qualche perdita, ma gli altri dovrebbero star bene: non abbiamo ancora avuto modo di verificare. Soltanto pochi istanti fa siamo riusciti a rimuovere i blocchi elettronici che impedivano al computer di bordo di funzionare. Ma soltanto in parte. Comunque adesso sono in grado di aprire le porte antincendio dietro cui sono chiusi passeggeri ed equipaggio.»

«In caso di abbandono nave, siete in grado di cavarvela da soli? Io dispongo soltanto di una quindicina di guastatori, e ho intenzione di utilizzarli in un altro modo. E per di più la vostra piattaforma di atterraggio è ingombrata dal container scaricato dall’elicottero dei terroristi. I miei uomini si dovrebbero quindi calare con le funi, limitando di molto le attrezzature.»

«La prego di confermare, signor vice ministro. Ha detto: ‘abbandono nave’? Non capisco il motivo, visto che il pericolo è ormai scongiurato. Basta riuscire a riprendere il pieno controllo del computer di bordo e…»

«Purtroppo non è così, comandante. La manovra per scagliare la Queen of Atlantis sulle banchine del porto di Haifa era soltanto l’inizio del piano dei terroristi. Ma c’è sotto molto di più. Lei deve allontanare il più possibile la sua nave dalla terraferma e mettere in salvo i passeggeri. Ho motivo di ritenere che abbiate a bordo dieci testate nucleari pronte a esplodere.»

Di Bono mantenne una calma straordinaria. «Ricevuto, signor vice ministro. Attiverò il piano di abbandono nave. Il mio equipaggio è perfettamente addestrato, anche se non è facile calare le scialuppe in mare da una nave lanciata a venti nodi.»

Durante la conversazione radio tra Di Bono e il vice ministro, Lionel Goose era rimasto in silenzio, rievocando nell’intimo il ricordo delle giungle asiatiche e degli ordigni inesplosi che vi erano disseminati.

Come artificiere dei Berretti Verdi, aveva dovuto occuparsi di spolette convenzionali e mine di fabbricazione sovietica, e conosceva bene quel genere di rischio.

Con l’aiuto di Pat Silver e della sua dimestichezza con l’elettronica, decise, sarebbe probabilmente riuscito a cavarsela anche con la spoletta di una testata nucleare moderna. Sempre ammesso che fossero riusciti a trovarle.

«Penso di poter fare qualcosa», disse finalmente.

Foresta di Torwood. 27 giugno 1314

Un vento leggero dalle colline rinfrescava i partecipanti al banchetto con cui re Robert aveva voluto festeggiare la vittoria. Aveva personalmente chiesto a Bertrand de Rochebrune di sedere al suo fianco.

Il primo brindisi fu proprio per lui.

«Questa vittoria è stata favorita dal tuo valore e da quello dei tuoi Cavalieri. Brindo a te, Gran Maestro Bertrand de Rochebrune», esclamò Robert the Bruce levando il calice.

«Brindo a te», gridarono all’unisono gli alti ufficiali riuniti attorno alla tavola.

Ma nel silenzio in cui tutti portavano il calice alla bocca, dal fondo della tenda si levò una nuova voce che fece girare i commensali in quella direzione.

«Brindo a te anch’io.»

Jean Marie de Serrault, pallido ed esangue, teneva la destra alzata in segno di amicizia. Ma il suo sguardo era vacuo.

Bertrand gli corse subito incontro, abbracciandolo.

«Amico mio», esclamò. «Che cosa ti era successo?»

Poi si rivolse al re di Scozia: «Permettete, Sire. Devo al nobile Jean Marie de Serrault la vita e quanto ancora sopravvive dell’Ordine del Tempio. Chiedo il permesso di farlo sedere alla Vostra tavola».

Robert espresse il suo consenso con un cenno, e Bertrand prese sottobraccio l’amico, quasi sorreggendolo, per guidarlo verso la tavola imbandita.

«Ma tua madre?» chiese. «Dov’è?»

La luce di follia nello sguardo di Jean Marie si fece ancora più livida. «Assassino!» gridò. La sua lama brillò fulminea alla luce dei fuochi e si conficcò nella gola di Bertrand de Rochebrune.

Tutti rimasero qualche istante impietriti, quindi si scagliarono sull’attentatore, disarmandolo. Ma era tardi: il Gran Maestro del Nuovo Ordine del Tempio giaceva a terra senza vita.

18

Mediterraneo meridionale. 23 luglio 1999

«Uno dei passeggeri si è offerto volontario per tentare di disinnescare le testate, signor vice ministro», disse il comandante Di Bono nel microfono.

«I nostri esperti ci hanno detto che, una volta attivate le procedure, è pressoché impossibile disinnescare una testata sovietica del tipo di quelle che avete a bordo», rispose Oswald. «Però…» continuò. «Mi viene in mente… Certo! Il vostro passeggero potrebbe cercare di prolungare il tempo programmato per la detonazione. Fatelo provare. Le testate dovrebbero essere nella stiva quattordici, nascoste in contenitori per frigoriferi professionali.»

Di Bono indicò immediatamente sulla pianta della nave la stiva quattordici e, fermando Pat, Gerardo e Lionel Goose che già si stavano precipitando in quella direzione, disse: «Cercate di darmi quanto più tempo potete per organizzare le operazioni di abbandono nave. Prendete con voi una radio portatile per tenervi in contatto con Oswald Breil. Potrebbe esservi d’aiuto. In bocca al lupo».

«Adesso tocca a lei, Bernstein», stava dicendo in quel momento Oswald.

«Grazie, maggiore», rispose il capitano, che non sarebbe mai riuscito a smettere di rivolgersi a Oswald con il suo vecchio grado del Mossad. Non ci era riuscito quando l’omino era stato messo a capo dell’«Istituto» e non ci riusciva adesso.

Bernstein poteva essere considerato una vera e propria simbiosi di computer e cervello umano. Conosceva ogni particolare di qualsiasi programma, nessun marchingegno elettronico aveva segreti per lui.

Oswald si congratulò con se stesso per averlo fatto venire lì. Non era un vero e proprio artificiere, ma le sue capacità sarebbero di sicuro state preziose per il tentativo di manomettere le spolette delle testate nucleari.

La stiva quattordici era lunga circa quaranta metri e larga quanto tutta la nave. Il materiale vi era disposto in perfetto ordine e assicurato con cinghie per impedirne lo sbandamento in caso di rollio. Le cinque casse di frigoriferi erano in un angolo. Videro subito che erano state aperte.

Gerardo premette il pulsante laterale della radio.

«Sono Gerardo di Valnure, signor vice ministro. Abbiamo un problema.»

«Gerardo, che piacere saperla salvo. Qual è il problema?»

«Abbiamo aperto le porte dei frigoriferi. Sono tutti e cinque vuoti, ma in un angolo abbiamo rinvenuto un solo ordigno di fabbricazione sovietica. I terroristi, prima di abbandonare la Queen of Atlantis , hanno provveduto a saldare il contenitore della bomba alle strutture portanti della nave. Non sembra possibile rimuoverla: ci vorrebbe troppo tempo. Secondo il timer mancano nove minuti e dieci secondi allo scoppio.»

«Per adesso occupatevi soltanto di quel timer. Se le altre testate sono ancora a bordo, è possibile che non siano state innescate, ma che debbano esplodere per ‘simpatia’ dopo la prima.»

Ma nella mente di Oswald lampeggiò immediatamente un nuovo pensiero. I terroristi potevano aver nascosto le altre testate in una zona diversa della nave dopo averle innescate. Oppure…

Oppure ne avevano ancora nove con sé, e a questo punto chissà dov’erano nascosti.

Sebbene esausto, l’equipaggio rispose prontamente agli ordini del comandante diffusi dagli altoparlanti nel teatro: prima ancora che le pesanti porte antincendio fossero aperte, avevano già incanalato i passeggeri per risparmiare tempo ed evitare il panico durante l’abbandono della nave.

Lasciata la plancia, Di Bono si portò verso la fiumana di persone che si dirigeva con calma verso i punti di raccolta.

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