Marco Buticchi - Profezia

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«Se intende Pentotal o simili, devo ricordarle le condizioni di quell’uomo: non credo possa reggerli. Comunque, signor vice ministro, se si assume la responsabilità, posso provare.»

Rosslyn. 23 luglio 1999

Sara bussò e poi aprì di slancio la porta della camera di Toni Marradesi senza aspettare una risposta.

Il suo collaboratore era chino sul computer portatile, perso in chissà quale ricerca. Girò appena lo sguardo nella sua direzione.

«Potevo essere nudo, o in compagnia di una bella cameriera», borbottò.

«Sarebbe più facile trovarti tramutato nel rospo delle fiabe», ribatté scherzosamente Sara.

«Eh, già. Ha parlato la famosa Mangia Uomini. Quel rospo, caso mai, sputalo tu. Quale sensazionale scoperta ti ha indotto a violare la mia privacy?»

«Guarda qui», tagliò corto Sara, posando sul tavolo due planimetrie che erano appena uscite dalla sua stampante portatile.

«Questa è una ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, e quest’altra la pianta della Cappella di Rosslyn. Come vedi, sono molto simili. Ma c’è un’altra cosa: come sai, il Sancta Sanctorum del Tempio — ovvero il luogo dov’erano custoditi gli oggetti più sacri dell’ebraismo, come l’Arca dell’Alleanza, la Menorah eccetera — era esattamente al centro di un simbolo ebraico: una Stella di Davide tracciata tra elementi architettonici disposti con apparente casualità. Gli antichi progettisti del Tempio non lasciavano niente al caso. Basta sovrapporre la planimetria del Tempio di Gerusalemme a quella di Rosslyn, et voilà. Guarda.»

E Sara sovrappose i due fogli, accostandoli a una lampada.

Non appena li vide, Toni Marradesi sollevò lo sguardo con aria piena di ammirazione. Quindi diede un’occhiata all’orologio.

«Forza, dobbiamo sbrigarci», disse. «L’orario di visita sta per finire, e Rosslyn sarà tutta nostra per l’intera notte. Dai, andiamo.»

Mediterraneo meridionale. 23 luglio 1999

Sulla corvetta, Breil era chino sul letto di Didier Fosh, dalla cui bocca le parole uscivano come flebili lamenti. Il narcotico stava facendo effetto.

«Di quale organizzazione fa parte, Fosh?» chiese.

«Sono uno dei dodici membri, oltre al Gran Maestro, del Consiglio Supremo del Nuovo Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo», rispose il banchiere con voce appena udibile, ma scandendo ogni sillaba come un automa.

«Qual è il vostro piano? Volete far esplodere il carico nucleare della Queen of Atlantis

Fosh non rispose. Sembrava aver perso conoscenza. Oswald ripeté immediatamente la domanda, rendendosi conto che a Fosh restavano ormai soltanto pochi istanti di lucidità. Il banchiere annuì.

«Dove si riunisce il Nuovo Ordine? Chi è il Gran Maestro? Qual è il vostro obiettivo? Avete intenzione di compiere altri attentati?»

Le ultime parole di Fosh furono molto confuse. «Spodestare Satana… La diga che alimenta il vizio… L’onda purificherà i peccati, e sulle rovine ricostruiremo il Regno di Cristo… L’antica strada della Città Eterna… La villa…»

Poi il corpo del banchiere ebbe un ultimo sussulto, e, scuotendo la testa, il medico di bordo gli coprì gli occhi con il lenzuolo. Didier Fosh non avrebbe più detto niente a nessuno.

Sentendo le voci farsi vicine, Pietro Vassalle e Pat Silver si nascosero sotto uno dei tavoli della roulette, da dove non potevano scorgere molto più dei piedi e delle gambe di chi passava.

I primi furono una donna e un uomo. Li seguivano altri due uomini, uno con la tuta bianca dei terroristi.

Muovendosi con grande cautela, Pietro Vassalle uscì dal suo nascondiglio non appena furono passati. Presa attentamente la mira impugnando con entrambe le mani la Beretta, fece fuoco, colpendo alla nuca il terrorista in tuta.

Hans Holoff si girò di scatto, ma non ebbe il tempo di fare fuoco.

Pietro Vassalle aveva già premuto una seconda volta il grilletto con grande freddezza. Sulla camicia dell’ex agente della Stasi si aprì una rosa rossa, mentre il suo corpo veniva scaraventato all’indietro. Ma prima ancora che cadesse, Vassalle fece fuoco un’altra volta, colpendolo alla testa.

Anche Pat stava per uscire allo scoperto, mentre Vassalle diceva ai due ostaggi: «Presto, seguitemi, prima che ne arrivino altri», quando nel pugno di Paola Lari comparve una Dillinger 6,35 a quattro canne sovrapposte che sembrava un giocattolo. La donna premette il grilletto a pochi passi da Vassalle. L’ufficiale si accasciò a terra, centrato in pieno petto, ma in un ultimo lampo di lucidità riuscì a gettare la pistola sotto il tavolo della roulette.

Silver la raccolse e si buttò fuori del nascondiglio. Esplose in rapida successione sette colpi contro Paola Lari, centrandola più volte.

Appena la sparatoria era cominciata, Timothy Hassler era riuscito a rifugiarsi tra due slot machine, ma un colpo vagante lo aveva raggiunto di striscio alla spalla sinistra. Pat lo prese per un braccio e lo portò via.

La cisterna, un contenitore stagno delle dimensioni di una piscina olimpionica, era in un ambiente attiguo a quello dell’inceneritore. Raccoglieva le acque di scarico quando la Queen of Atlantis era in porto o in prossimità della costa, per poi scaricarle in mare aperto al fine di evitare pericoli d’inquinamento.

I rumori che Di Bono sentiva venivano proprio da lì, ed egli si avventurò sino alla porta, chinandosi a sbirciare attraverso la grossa serratura.

Lungo il bordo della cisterna vide allineati una ventina di terroristi in attrezzatura subacquea, accanto ad alcune capsule stagne. I due grossi tombini d’ispezione erano aperti.

Di Bono sentì perfettamente uno dei terroristi che, sfilato il boccaglio, chiedeva al vicino: «Ma quando arrivano gli altri?»

«L’ordine è di non aspettare nessuno», rispose l’altro nello stesso modo, consultando l’orologio subacqueo. «Se tra due minuti non saranno qui, dobbiamo abbandonare ugualmente la nave. Il computer di bordo è stato programmato per entrare in funzione tra quattro minuti esatti. E quando questo colosso si rimetterà in moto, sarà meglio essere a distanza di sicurezza dalle eliche.»

Di Bono vide gli uomini calarsi a due a due nei tombini d’ispezione della cisterna, immergendosi nel liquame maleodorante e portando con sé le voluminose capsule. Sarebbero sbucati sotto il ventre della nave attraverso il grande tubo d’acciaio per lo scarico in mare delle acque nere.

Nessuno sarebbe mai andato a cercarli sotto la chiglia della nave, e con ogni probabilità, vista la loro perfetta organizzazione, c’era ad aspettarli un sottomarino. Stavano per farla franca.

Di Bono s’impose la calma: era inutile ingaggiare battaglia con i pochi terroristi ancora in attesa d’immergersi. Non ce l’avrebbe mai fatta. Meglio darsi da fare per mettere in salvo la nave e i passeggeri. Da quanto avevano detto i terroristi, la costa doveva ormai essere vicina.

Da qualche anno la US Submarines costruiva anche sottomarini da diporto, autentiche meraviglie della tecnica dotate dei comfort di uno yacht e capaci di navigare sott’acqua con prestazioni di poco inferiori a quelle di un mezzo militare. La gamma dei modelli andava da un piccolo sottomarino di dieci metri per sei persone a uno di sessantacinque metri con quattro ponti.

Il Nomad 1000, lungo poco meno di venti, poteva trasportare fino a trenta persone e raggiungere una profondità di trecentocinque metri. Era equipaggiato con due motori diesel di superficie da 250 cavalli e con due propulsori elettrici capaci di sviluppare una potenza di oltre cento cavalli ciascuno. La sua velocità massima era di dieci nodi in superficie e cinque in immersione.

Il fondale nella zona prospiciente il porto di Haifa è una distesa di sabbia fine a una profondità pressoché costante di circa settanta metri.

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