Marco Buticchi - Profezia

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Il punto era stato scelto con estrema precisione. Il Nomad 1000 vi si era adagiato sollevando una fitta nube di sabbia e rimanendo immobile diverse ore. A bordo regnava il più assoluto silenzio: ogni rumore poteva essere captato dalle navi militari israeliane che certamente incrociavano nei pressi della Queen of Atlantis.

Emersi dal tubo di scarico della grande nave, i terroristi scesero a perpendicolo nell’acqua cristallina con il loro carico. Il sottomarino era lì ad aspettarli, con il portale della camera di decompressione già aperto.

«Dove sono il capo e gli altri?» chiese il comandante del sommergibile, a operazioni di recupero ultimate. «È successo qualcosa?»

«Li abbiamo aspettati finché abbiamo potuto», rispose il responsabile del commando. «Ma avevamo l’ordine di non mancare per nessun motivo all’appuntamento con voi.»

«Certo. Il capo e la donna sono capaci di cavarsela in qualsiasi situazione. E ho anch’io i miei ordini. Tra un’ora, quando la Queen of Atlantis avrà portato lontano la scorta militare che la tallona come un’ombra, tagliamo la corda.»

Foresta di Torwood. Scozia. Giugno 1314

Le esercitazioni al quartier generale di Robert the Bruce duravano ininterrottamente da due mesi, ed era ormai tempo di muoversi: il re di Scozia non voleva lasciare all’esercito di Edoardo II la scelta del campo di battaglia.

Le staffette avevano confermato che gli inglesi erano molto più numerosi dei seimila scozzesi: si aggiravano sulle ventimila unità, con una cavalleria pesante di duemilacinquecento uomini. Vi erano poi diversi contingenti scelti, tra cui i leggendari arcieri gallesi, ritenuti capaci d’incoccare le frecce a una velocità tale da lanciare almeno altri cinque dardi prima che il primo raggiungesse il bersaglio.

Al contrario, gli scozzesi erano per lo più armati soltanto di un grande coraggio. La cavalleria era composta da cinquecento unità, e fra la truppa serpeggiavano problemi di disciplina connessi con il carattere irrequieto degli Highlander.

Gli scozzesi sapevano dunque di dover combattere in uno stato d’inferiorità di uno a quattro. Ma avevano dalla loro uno spirito di corpo sconosciuto alle truppe inglesi, oltre al particolare concetto di mobilità sul campo propria di Robert the Bruce: niente doveva essere statico; ogni arma, anche quelle classicamente difensive, doveva avere una funzione di attacco.

Questo valeva anche per gli schiltron , i pali di legno appuntiti, lunghi quasi quattro metri, che negli schemi tradizionali di battaglia venivano piantati a terra davanti alle avanguardie per respingere il primo attacco di cavalleria. Gli uomini di Robert erano invece addestrati a trasportarli come tutte le altre armi e, una volta ricevuto l’ordine, assumevano uno schieramento circolare tenendoli puntati verso l’esterno.

Mediterraneo meridionale. 23 luglio 1999

Tutti si ritrovarono puntualmente in plancia, e ciascuno riferì sull’esito della propria missione. Timothy Hassler, ferito in maniera non grave, era stato medicato e lasciato in una cabina.

Arthur Di Bono era furente. Ciò che aveva sentito dire dai terroristi aveva avuto conferma non appena era arrivato in plancia: i comandi manuali della nave erano stati disattivati. A condurre la Queen of Atlantis , secondo un programma messo a punto dai terroristi, era il computer centrale.

Sedutosi davanti a uno dei terminali, cercò di digitare una serie d’istruzioni, ma invano.

«Non c’è niente da fare. Non riesco ad accedere al computer centrale. Evidentemente le istruzioni impartite alla nave sono in qualche modo protette. Non soltanto non è possibile governare la Queen of Atlantis , ma nemmeno dare un comando elementare come aprire le porte antincendio, dietro cui sono prigionieri i passeggeri e l’equipaggio. Anche le comunicazioni sono impedite.»

In quello stesso istante lo schermo del terminale si oscurò. Vi apparve una serie di numeri e lettere in sequenza del tutto casuale, poi si spense.

«Un virus», esclamò Pat Silver.

«Un virus?» chiese il comandante in tono sconfortato.

«Sì, e temo che siano stati contagiati tutti i terminali. Non appena si tenta di manipolarne uno, o anche soltanto di accedere all’unità centrale, il virus si attiva e neutralizza il computer utilizzato.»

«Vedo che se ne intende, Silver. Può tentare di trovare un rimedio?»

«Provo, comandante, ma non sarà facile.»

In quel momento Pat avvertì una spinta all’indietro: obbedendo a chissà quale comando programmato, la Queen of Atlantis aveva fatto un balzo in avanti e a poco a poco aumentò la velocità fino a raggiungere quella massima.

A bordo della Sa’ar 5 l’ufficiale israeliano indicò la traccia sul radar: «Hanno aumentato l’andatura, signor vice ministro. Adesso stanno navigando alla velocità massima, circa ventiquattro nodi. Continuando così s’infileranno di precisione nell’imboccatura del porto di Haifa».

Ecco il disegno dei terroristi, pensò Breil, inorridito: centoventimila tonnellate di ferro, cariche di testate nucleari, lanciate contro una città a circa cinquanta chilometri l’ora.

«Evacuazione immediata della zona portuale di Haifa», ordinò all’istante. Ma sapeva che era inutile: dieci testate nucleari potevano distruggere quasi tutto il territorio di Israele.

«Pensa che si tratti di una missione suicida?» chiese Erma.

«È possibile. A meno che non siano invisibili, i terroristi devono essere ancora a bordo.»

«Potremmo tentare di mandare a fondo la Queen of Atlantis prima che raggiunga il porto», intervenne Erma.

«Non è possibile», ribatté Oswald. «Condanneremmo con assoluta certezza gli ostaggi, senza averne nessuna per quanto concerne l’affondamento della nave. La Queen of Atlantis ha una compartimentazione stagna che la rende praticamente inaffondabile. Inoltre, anche ammesso che riuscissimo a farla colare a picco, non limiteremmo di molto l’esplosione nucleare.»

«È vero», confermò mestamente il comandante della corvetta. «Il fondale è piatto per trenta miglia dall’imboccatura del porto, con una profondità massima sui settanta metri. Troppo pochi.»

Le sirene non suonavano a Haifa dai terribili giorni della guerra del Golfo. Non appena il loro lugubre suono si diffuse, la città si paralizzò. Mentre auto militari munite di altoparlante diffondevano l’ordine di evacuazione della zona del porto, tutti corsero ordinatamente verso i rifugi.

La torre della Facoltà di Medicina «Bruce Rappaport» sulla penisola di Bat Galim, a destra dell’imboccatura del porto, era ormai visibile a occhio nudo. Di Bono posò il binocolo con un’aria preoccupata.

«Se non riusciamo a fare qualcosa, la Queen of Atlantis entrerà a tutta velocità nel porto, infilando la prora nei pressi del museo ferroviario.»

Pat era seduto di fronte a un terminale. Ne aveva già verificati quattro, e il risultato era sempre stato lo stesso: un virus rendeva impossibile ogni comunicazione con il sistema centrale di controllo.

Scosse la testa. «Sto perdendo ogni speranza, comandante. Tutti i terminali sono infettati. Non appena tento di collegarmi con il computer centrale, il virus danneggia irreparabilmente il terminale a cui sto lavorando. E anche se dovessi riuscire a superare il virus, chissà quali diavolerie hanno inventato quei terroristi per proteggere le istruzioni che hanno programmato.»

«Se i terroristi non lo hanno preso, nella mia stanza dovrebbe esserci ancora il mio computer portatile», disse improvvisamente Gerardo di Valnure. «Potremmo provare con quello.»

«Non credo che il problema risieda esclusivamente nell’unità periferica», obiettò Pat. «Il virus s’innesca quando si cerca di entrare nel computer centrale. Il programma riconosce i terminali collegati ed è stato predisposto per disattivarli. A meno che…» E Pat si rivolse di scatto a Di Bono. «Vengono gestiti dal computer centrale anche i servizi nelle stanze? Voglio dire, quelli a cui si può accedere attraverso la tastiera che c’è in ogni cabina?»

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