Marco Buticchi - Profezia

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A quel punto Bertold attaccò con un piccone da archeologo la sabbia compatta su cui posava la parte di pavimento appena rimossa. La punta s’imbatté in uno strato solido, provocando un rumore sordo. Tutti e quattro insieme rimossero febbrilmente la sabbia con le mani, finché non ebbero scoperto completamente una botola di legno.

Sara fece forza con tutto il suo peso sul palanchino, e la botola si aprì con un forte scricchiolio, amplificato dalle alte volte della Cappella.

Fu sempre Sara ad affrontare per prima la scala di pietra e a scendere. La sua torcia illuminò un ambiente di sei metri per sei, con al centro una colonna e, a poca distanza dalla scala, una cassa molto antica.

Sul lato opposto Sara scorse un parallelepipedo in pietra, probabilmente un sarcofago. Si accorse che le tremavano le gambe: forse i crociati avevano combattuto anche per salvare quegli oggetti.

Si accostò al sarcofago, seguita in silenzio dai tre compagni. Sul coperchio si vedeva un bassorilievo nitido.

La torcia illuminò il volto di un cavaliere scolpito nella pietra scura, la spada stretta tra le mani e un’epigrafe:

BERTRAND DE ROCHEBRUNE. PRIMO GRAN MAESTRO
DEI NUOVI POVERI CAVALIERI DI CRISTO.

Mediterraneo meridionale. 23 luglio 1999

Sulla corvetta, Oswald indicò uno dei disegni strutturali della Queen of Atlantis posati sul tavolo da carteggio.

«Ogni nave moderna è dotata di compartimentazioni stagne allo scopo di garantirne la galleggiabilità in caso di falle. La Queen of Atlantis ne ha sei, regolate dal computer di bordo. Come abbiamo saputo dal comandante, i terroristi le hanno chiuse elettronicamente, rendendo la nave praticamente inaffondabile.»

«E allora come facciamo ad affondarla?» chiese Erma.

Oswald non gli rispose, rivolgendosi al comandante della Sa’ar 5.

«Quanti uomini della Flottiglia Tredici abbiamo a bordo?»

«Quindici.»

La flottiglia Tredici era un gruppo di guastatori tra i meglio addestrati nelle azioni di guerriglia, protagonisti d’innumerevoli operazioni e dotati di armi e attrezzature di avanguardia.

«Devo parlare subito con loro», continuò Oswald.

Poco dopo li raggiunse nell’aula dei briefing, facendo loro cenno di rimanere seduti. Erano in tenuta da combattimento: una tuta nera con molte tasche per le attrezzature individuali. Per loro quell’omino era una leggenda vivente: erano stati più volte da lui utilizzati in situazioni di emergenza. Lo ascoltarono in un silenzio elettrico.

«Molte navi giudicate inaffondabili», disse Oswald, indicando sul disegno della Queen of Atlantis alcuni punti sotto la linea di galleggiamento, «colano a picco perché la falla interessa diversi compartimenti stagni, e noi dobbiamo riuscire a provocare qualcosa di analogo su entrambe le fiancate. È un vero peccato dover mandare a fondo una meraviglia come la Queen of Atlantis , ma non abbiamo altra scelta. Nonostante tutti i tentativi, sembra che la saldatura con cui la bomba è stata fissata alle strutture della nave sia stata fatta con materiali speciali, capaci di resistere a qualsiasi smeriglio. Avete qualche suggerimento?»

Il sergente che comandava il plotone di guastatori aveva un naso da pugile e un collo taurino piantato su due spalle gigantesche. «Se quella nave fosse ferma», disse in tono riflessivo, «sarebbe un gioco da ragazzi aprirla come una scatoletta. Ma fila a più di venti nodi, quindi le cose si complicano. Però…»

Le operazioni di abbandono nave erano state lunghe e laboriose, ma l’ultima lancia, con gli ufficiali e gli ultimi membri dell’equipaggio, era finalmente stata calata.

Quando anche l’ultimo dei suoi uomini ebbe abbandonato la nave lanciata a tutta velocità verso l’ignoto, il comandante Di Bono si sentì riempire di sollievo.

«Adesso tocca a voi», disse, rivolto a Lionel, Pat e Gerardo. «Non troverò mai le parole per ringraziarvi. È rimasta una lancia. Mettetevi in salvo.»

Fu Pat a replicare per tutti: «No, comandante, non abbiamo alcuna intenzione di lasciarla qui solo. Siamo convinti che la nostra presenza possa servire a qualcosa».

«Ho il dovere…» cercò di ribattere Di Bono, ma senza eccessiva convinzione. Forse era la risposta che si aspettava.

«Abbiamo anche noi il dovere di salvaguardare la vita dei nostri simili», tagliò corto Gerardo. «E di vite in gioco ce ne sono molte.»

I due gommoni dei guastatori filavano veloci, spinti da una coppia di fuoribordo da duecento cavalli ciascuno. Si erano disposti uno per lato, e i due piloti stavano cercando di mantenere la stessa velocità della nave. Sarebbero dovuti arrivare a toccare con il tubolare la sua fiancata, dando il tempo agli altri guastatori di disporre le mine magnetiche lungo la linea di galleggiamento. Una manovra da ripetere venti volte per lato.

«Come una scatoletta di sardine», aveva confermato il loro sergente a Oswald, imbarcandosi sul gommone.

Le mine magnetiche, che i guastatori stavano innescando secondo un disegno preciso, erano di costruzione tedesca e avevano una capacità dirompente altissima: ciascuna di esse poteva aprire una falla di tre metri di raggio in uno scafo d’acciaio spesso cinque centimetri.

Dalla plancia di comando della corvetta israeliana, dato di piglio al binocolo, Oswald Breil stava seguendo le operazioni.

«A che punto è il recupero dei naufraghi?» chiese al comandante.

«L’ultima lancia è stata issata poco fa da una delle navi di soccorso.»

«Ordinate che si mettano su una rotta nord-ovest, in modo da ridurre l’impatto dell’onda.»

«Crede che si scatenerà una serie di maremoti, Breil?» chiese Erma con aria visibilmente angosciata.

«Dipende da quante testate esploderanno. Se a bordo c’è solamente l’ordigno trovato, l’impatto non dovrebbe essere catastrofico. Ripeto: l’esplosione dovrebbe avvenire quando la Queen of Atlantis si sarà ormai inabissata di ottocento-mille metri. L’onda generata dovrebbe equivalere a una forte mareggiata, e anche i danni per contaminazione radioattiva dovrebbero essere limitati.

«Potrebbe invece preoccupare di più il fenomeno di riscaldamento dovuto alle altissime temperature sviluppate dalle esplosioni nucleari, ma anch’esso dovrebbe ridursi entro pochi giorni senza provocare danni irreparabili. Se invece tutte e dieci le testate dovessero esplodere simultaneamente…

«Per darle un’idea, Erma, un potenziale simile fu generato nel corso dell’esplosione vulcanica dell’isola di Krakatoa, nell’oceano Indiano, sul finire del secolo scorso. L’onda d’urto ha circumnavigato diverse volte la circonferenza della Terra. Quindi può immaginare che cosa potrebbe succedere in un bacino chiuso come il Mediterraneo. Sarebbe una catastrofe di proporzioni bibliche. Le coste verrebbero spazzate via da un maremoto senza precedenti. Non ci resta che pregare e sperare.»

Roslin. Castello St Clair. Luglio 1314

Luigi di Valnure chinò la testa, mentre il barone St Clair gli posava la spada sulla spalla.

«In ottemperanza alla volontà unanime del Consiglio, ti nomino Gran Maestro del Nuovo Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo, Luigi di Valnure. Il giuramento che hai prestato ti vincola alla segretezza e al perseguimento del fine dell’Ordine con qualunque mezzo, anche di fronte alla morte. Sei altresì tenuto a una scrupolosa osservanza della Regola. Dio ti protegga.»

Il Consiglio fu sciolto poco dopo, e, rimasto solo, Luigi osservò con sguardo commosso il mantello bianco crociato che indossava. Era fiero dell’incarico ricevuto. Avrebbe proseguito l’opera di Bertrand e lottato sino alla morte contro chi si serviva della Parola di Dio per i suoi turpi scopi.

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