Marco Buticchi - Profezia

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Lorens si alzò e si piazzò davanti alla pianta della città appesa al muro.

«Quindi lei sarebbe dovuta essere in questa zona», disse, indicando il sud del Bronx.

«Sì, e la strada che ho visto potrebbe essere la 628.» Poi Maggie indicò una zona colorata in verde, chiedendo: «Che cos’è?»

«Ferry Point Park.»

«Non vorrei sembrare invadente, Lorens, ma penso proprio che bisognerebbe mandarci una squadra di agenti.»

Il corpo di un uomo in stato di decomposizione fu trovato tre ore più tardi dentro un barile blu in una discarica, esattamente come aveva indicato Maggie. Soltanto l’autopsia avrebbe potuto stabilirne l’identità, ma diversi particolari facevano pensare che si trattasse proprio di Fassion. Vestiva abiti eleganti e le sue mani erano protette da un paio di guanti di pecari.

Come logico la notizia trapelò, e la stampa si occupò a lungo della donna che con i suoi inspiegabili poteri contribuiva a risolvere casi apparentemente insolubili. L’inevitabile pubblicità la portò a ricevere richieste di aiuto da ogni parte del Paese.

Ekaterinburg. 28 dicembre 1986

Sebbene fosse domenica, Iosif Drostin uscì molto presto. Raggiunta in autobus Koptijakj, scese nei pressi della zona mineraria abbandonata dei Quattro Fratelli, addentrandosi in quella che un tempo doveva essere la strada d’accesso, ormai ridotta a poco più di un tratturo fangoso tra un sottobosco inestricabile.

Alcuni giorni prima era caduta la neve, e se ne vedevano ancora le tracce. Il freddo era intenso, seppure nemmeno paragonabile alle temperature siberiane. Iosif stentava ad avanzare e vagava ormai da circa un’ora tra i pozzi abbandonati, quando vide il primo pino. Si ergeva maestoso e sembrava in ottima salute. Iosif non ebbe più dubbi: doveva concentrare gli sforzi in quella zona.

Mancava poco al buio, quando finalmente scoprì il secondo pino, caduto nel sottobosco a un centinaio di metri circa dal primo. Le radici, scoperte, sembravano braccia scheletriche protese al cielo. Era stato probabilmente abbattuto da un fulmine o dal vento, e nessuno si era mai dato la pena di tagliarlo a pezzi e rimuoverlo. Iosif segnò il punto preciso su una piantina che aveva con sé.

Ma se non voleva passare la notte in quella zona spettrale doveva sbrigarsi. Tornò in tutta fretta sui suoi passi e poco mancò che perdesse l’autobus.

«Ci siamo», disse esultante a Nadja non appena fu entrato in casa. «Ho individuato due dei quattro pini. Domenica prossima spero di riuscire a individuare gli altri due: alberi di quelle dimensioni, anche se abbattuti o recisi, devono pur lasciare qualche traccia. Poi, una volta individuati i quattro punti cardinali, avrò bisogno di un rotolo di spago per tracciare le diagonali e di una pala per scavare nel punto del loro incrocio.»

Nadja aveva un’espressione raggiante, ma sembrava senza parole, e così rimase qualche istante. «Ti amo, Iosif», riuscì finalmente a dire con un soffio di voce.

Il mattino seguente Drostin si presentò puntuale in fabbrica. Da quando aveva risposto con violenza alle sue provocazioni, sembrava che Kaplan avesse deciso di lasciarlo in pace.

New York. 31 dicembre 1986

In quei dieci giorni il telefono di Maggie non aveva mai cessato di squillare. Molti erano perditempo, alcuni la insultavano addirittura, ma c’era davvero chi aveva bisogno d’aiuto. Lei rispondeva a tutti, sebbene suo marito esprimesse il suo disappunto sbuffando e facendole ampi gesti di fastidio.

La popolarità a cui era assurta in così poco tempo era davvero incredibile. Venne persino intervistata da alcune emittenti televisive. Ma fu in particolare una telefonata a colpirla. «Vorrei complimentarmi con l’eroina del giorno e anche augurarti buon anno, Maggie», si sentì dire. Ci mise qualche istante a riconoscere la voce, poi il suo bel viso bruno si aprì in un largo sorriso.

«Pat! Che piacere.»

«Sai che riesci molto bene in fotografia e anche in televisione?»

«Ti ringrazio, ma non sono abituata a questa popolarità e mi sento spesso in imbarazzo.»

«Ne hai fatta di strada da quella famosa seduta spiritica. E pensare che era soltanto un trucco.»

«Un trucco?»

«Be’, ormai posso confessartelo. Lo avevo architettato per farvi paura, nella speranza che tu e Annie vi rifugiaste tra le nostre braccia.»

«Non posso credere che Derrick si sia prestato al gioco», ribatté lei tra il divertito e il piccato.

«È stato complice fin dall’inizio. Ma devi ammettere che avevo preparato una messinscena perfetta. Sono sempre stato un ottimo regista.»

«Un ottimo imbroglione, direi. Ah, a proposito di registi, sai che mi hanno proposto di condurre una trasmissione televisiva?»

«Su spettri e spiriti?»

«No, una trasmissione seria, con discussione in studio di casi ai limiti della scienza. Il produttore e il regista mi hanno proposto un talk show con ospiti illustri da intervistare. Timothy e io stiamo decidendo se è il caso o no di accettare.»

Sentendola nominare il marito, Patrick s’irrigidì un po’. Aveva telefonato con ben altre intenzioni. Avrebbe voluto dirle che non l’aveva mai vista così bella come al ristorante, che rimpiangeva i momenti del college e ricordava quell’unico abbraccio e quel bacio appena sfiorato. Ma riuscì a controllarsi.

«Se fossi in te non ci penserei due volte.»

«Ho ancora qualche perplessità. Che fine farà la mia privacy?»

«Io non la vedrei sotto quel punto di vista. Un conduttore televisivo è una persona che lavora come tutte le altre. Soltanto più celebre. Sei sempre stata brava di fronte al pubblico: anche agli esami, sembrava che recitassi.»

«A proposito, Pat, non mi hai mai detto di che cosa ti occupi.»

«Affari, intermediazioni, consulenze.»

«A giudicare dai locali che frequenti, pare che te la stia cavando piuttosto bene.»

«Non mi lamento. Tu, piuttosto: a parte il successo come sensitiva, come va la vita matrimoniale?»

«Non mi lamento nemmeno io.» Ma Maggie non riuscì a trattenersi dal gettare un’occhiata a Timothy, seduto in poltrona, ed ebbe la netta sensazione che la stesse ascoltando, per cui decise di chiudere lì la conversazione.

I due vecchi amici si salutarono, promettendosi che si sarebbero tenuti in contatto, anche se sapevano entrambi che era una promessa difficile da mantenere.

Non appena Maggie posò la cornetta, Timothy piegò il giornale e chiese: «Chi era?»

«Patrick Silver, quel mio vecchio compagno di università che abbiamo incontrato al ristorante. Ricordi?»

«Ah, sì, Patrick Silver. Accidenti, gli hai fatto un sacco di feste. Mi sa che tra voi, ai tempi dell’università, c’è stato qualcosa.»

«Stai diventando geloso, Timothy? No, non c’è mai stato niente.» Se avesse potuto essere sincera sino in fondo, Maggie avrebbe aggiunto «purtroppo», ma si limitò a sfiorare con un bacio le labbra del marito.

Ekaterinburg. 4 gennaio 1987

Iosif prese il primo autobus per Koptijakj, uscendo di casa ancora a notte fonda. Portava con sé, in una borsa, una pala pieghevole e un grosso rotolo di filo.

Nadja rimase in dubbio se alzarsi o no, finché non decise che le faccende di casa potevano aspettare e ricadde in un sonno leggero. Dopo un po’, tuttavia, fu svegliata dal campanello della porta. Si mise addosso una vestaglia e, ancora assonnata, andò ad aprire.

Si trovò davanti un uomo massiccio, con un sorriso inquietante. Il lato destro del viso era sfigurato. Nadja rimase un attimo incerta, prima che la diffidenza le suggerisse di riaccostare la porta, ma il piede dell’uomo s’infilò tra stipite e battente. Kaplan non dovette fare molta fatica per aprire di nuovo l’uscio ed entrare.

Aveva una pistola nella destra. Le ingiunse di stare zitta.

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