Marco Buticchi - Profezia

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Profezia: краткое содержание, описание и аннотация

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«Certo, però tuo nonno parla di cadaveri sfigurati e irriconoscibili, a eccezione di quello dello zar. Non potrebbe essere stata una messinscena? Invece delle donne della famiglia imperiale, ai Quattro Fratelli potrebbero esser state portate alcune recluse comuni, giustiziate nel carcere di Ekaterinburg.»

«Di chiunque fossero, quei cadaveri vestivano gli abiti della famiglia imperiale, che erano foderati di gemme. Ho sempre sospettato che mio nonno non abbia restituito tutto il tesoro al Soviet, ma l’abbia parzialmente nascosto in un posto segreto.»

«Se vuoi, andiamo a casa mia», disse Nadja. «Non possiamo di sicuro esaminare il Rapporto Sokolov sotto questa pensilina. E dobbiamo anche stare attenti: è tuttora un volume vietato, sebbene la polizia abbia ben altro a cui pensare.»

«Già, pare proprio che questo nuovo corso abbia scatenato tutte le potenzialità criminali del popolo russo», convenne Iosif, stringendosi a lei sotto l’ombrello e avviandosi.

L’appartamento di Nadja era caldo e confortevole, una vera isola felice in quel maltempo. Lei si sfilò il soprabito di fibre sintetiche, poi guardò il suo compagno. La tuta grigia era piena di fuliggine. Tutte le zone scoperte della pelle erano chiazzate di polvere di carbone. La pioggia aveva tracciato autentici rivoli sulle sue guance, dandogli l’aria di un clown.

«È forse meglio che ti faccia una doccia», commentò. «Poi posso prestarti una tuta da ginnastica che mi è grande.»

Quando uscì dalla doccia, nudo, Iosif si trovò davanti Nadja che gli porgeva un accappatoio. La abbracciò. Le sue mani forti la strinsero, mentre lei gli si abbandonava.

«Non sai quanto ho desiderato baciarti», sussurrò Nadja, guidandolo verso la camera da letto. Fecero l’amore con infinita dolcezza, scambiandosi le parole che ognuno dei due serbava in cuore da tempo.

New York. Agosto 1986

Derrick stava uscendo dal tribunale quando vide una Mercedes accostata al marciapiede. Non riconobbe subito la persona che, dall’abitacolo, si sbracciava per salutarlo, ma poi capì che era Patrick Silver.

«Capperi, Pat, ti tratti bene. Una Mercedes 500 Coupé… Un gingillo da centomila dollari.»

«Qualche cosa di più, se nuova, ma io l’ho presa usata per quarantacinquemila.»

Derrick lo scrutò, invidiandone la splendida forma fisica. «Vedo che ti mantieni bgne sotto ogni punto di vista. A quanto pare il lavoro ti dà grosse soddisfazioni, ma ti lascia anche tempo da dedicare alla cura del look.

«Ma che fine avevi fatto?» continuò. «Guarda che la tua assenza al matrimonio di Maggie è stata notata, e la sposa era molto dispiaciuta.»

«Non ci crederai, ma ero già vestito di tutto punto quando mi si è presentato un impegno inderogabile. »

«Di lavoro , naturalmente», e Derrick sorrise, strizzandogli l’occhio.

«Uffa. Com’è stata la cerimonia? Maggie era contenta?»

«Non saprei, però ho avuto una strana impressione, come dire… Pareva poco convinta.»

Il volto di Pat Silver si aprì in un sorriso malizioso. L’idea che Maggie potesse avere una punta di rimpianto non gli dispiaceva affatto.

Da quando era diventata la signora Hassler, qualcosa era cambiato. Qualcosa d’importante. Ma, se non altro, il tempo che trascorreva in casa nel ruolo della brava casalinga le consentiva di documentarsi su ciò che voleva arrivare a dominare: lo strano, misterioso risvolto oscuro della sua personalità.

Maggie sperimentò per mesi diversi metodi di concentrazione, e a poco a poco riuscì a controllare uno stato di trance leggera, fino a rendersi conto che le sue sensazioni potevano essere guidate e imbrigliate: in certi particolari momenti riusciva a vedere ciò che desiderava.

E a quel punto decise che il suo avvenire sarebbe stato quello: si sarebbe messa al servizio degli altri, offrendo la sua singolare dote a chiunque fosse in difficoltà.

Quella sera Timothy tornò a casa alle otto in punto, come ogni volta. Si mise subito a tavola, dopo averla baciata sulla guancia, e come ogni sera aprì il giornale.

Maggie lo osservò sconfortata per qualche istante, poi tornò in cucina. Non riusciva ad ammettere di avere sbagliato, ed era comunque troppo tardi per ripensarci.

«Timothy», chiese a bruciapelo mentre metteva in tavola il primo, «ricordi quando le mie sensazioni hanno contribuito a sventare l’attentato di quei terroristi islamici?»

«Come potrei dimenticarlo?» rispose lui senza distogliere lo sguardo dal giornale.

«Vorrei che diventasse un’attività professionale.»

«Vorresti trasformare questa casa nell’antro di una sibilla?» ribatté suo marito, alzando finalmente lo sguardo.

«No, vorrei soltanto mettermi a disposizione di chi ne ha bisogno. Non certo ricevere clienti e scrutare nella sfera di cristallo.»

«E che cosa avresti intenzione di fare?»

«Tu hai molte amicizie nell’FBI, alla CIA e in chissà quanti altri servizi governativi. So che spesso utilizzano un medium per risolvere i casi più difficili. Fammi provare, Timothy, ti prego.»

«Ma la cura della casa…» provò a ribattere lui.

«Posso benissimo occuparmi di tutto, e intanto eviterei la noia di stare qui ad aspettarti.»

«Vedrò che cosa posso fare, ma non ti garantisco niente», tagliò corto lui.

Ekaterinburg. Settembre 1986

Il Rapporto Sokolov era un resoconto meticoloso, stilato da un giudice di grande esperienza pochi giorni dopo la scomparsa dei Romanov. Sokolov escludeva subito che l’epilogo della vicenda potesse essere diverso da quello ufficiale: lo zar e la sua famiglia erano stati giustiziati nel seminterrato. Quindi le memorie di nonno Igor trovavano un’importante conferma.

Iosif lesse e rilesse con la massima cura tutte le testimonianze raccolte da Sokolov e i verbali dei sopralluoghi ai Quattro Fratelli. Sentiva di essere a un passo dalla soluzione, ma non riusciva a raggiungerla. Inoltre, visto che gli incaricati di Sokolov avevano scandagliato tutta la zona mineraria, poteva essere che qualcuno avesse trovato quanto Igor vi aveva nascosto.

Aveva trascorso un’altra notte insonne a rileggere ancora una volta il Rapporto , quando al sorgere del sole arrivò da lui Nadja.

«Sei stato sveglio tutta notte?»

«Devo venirne a capo. Devo, capisci?»

«È diventata un’ossessione.»

« Devo farlo. Per me, ma soprattutto per il nostro avvenire. Non voglio passare tutta la vita a spalare carbone nelle fornaci.»

Quel mattino Iosif arrivò in fabbrica molto presto. Il capannone per raggiungere le fornaci era deserto. Kaplan non si vedeva, rintanato nel suo ufficio. Iosif cercò di passargli davanti senza farsi notare, ma stava per imboccare la scala quando sentì la voce biascicata del capo reparto, accompagnata dagli sgradevoli scricchiolii della mascella.

«Io non dimentico, Drostin. Non dimentico.»

Fece finta di non averlo sentito e cominciò a scendere.

«Le notti che passi con quella puttana di bibliotecaria ti hanno fatto diventare sordo?» insistette la voce.

Iosif scattò. In un lampo percorse a ritroso i pochi scalini. Si precipitò come una furia su Kaplan e lo colpì alla bocca dello stomaco con tutta la forza del pugno chiuso. L’uomo cadde a terra senza respiro, e lui rimase lì, in preda a un furore glaciale, agitandogli il pugno davanti alla faccia.

«Adesso basta, Kaplan. Augurati che alle persone che mi sono care non capiti mai niente, altrimenti ti ammazzo. E non permetterti mai più di nominare la mia donna, chiaro?»

Kaplan parve capire che la sua era la determinazione di un uomo disposto a uccidere e non pronunciò una sola parola.

New York. 20 dicembre 1986

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