Falcón sfogliò le pagine vuote fino alla fine, poi tornò a ciò che aveva appena letto e lo rilesse. La parola «Ciempozuelos» lo colpì. Da quelle righe Sergio aveva forse saputo tutto, tutta la tragedia familiare, e gli si era presentata un'occasione: Marta a Ciempozuelos. Ma Marta non parlava o quasi. Falcón ricostruì mentalmente la sua visita laggiù. Il dottore che medicava la ferita di Marta. Ahmed che la riportava nella corsia, Marta che vomitava dopo il trauma della caduta. Ahmed che andava a prendere il carrello per pulirla. E a un tratto lo vide, con la chiarezza di un'idea creativa: il piccolo baule sotto il letto di Marta.
Domenica 29 aprile 2001, casa di Falcón, calle Bailén, Siviglia
Ahmed non gli aveva detto che cosa contenesse quel baule. Falcón controllò l'ora: le dieci di sera. Scese nello studio, prese il taccuino, sfogliò le pagine finché trovò il nome del medico di Marta, la dottoressa Azucena Cuevas. Telefonò all'ospedale a Ciempozuelos: la dottoressa era tornata dalle ferie e sarebbe stata reperibile l'indomani mattina. L'ispettore capo parlò con l'infermiera di notte del reparto di Marta, spiegò il suo problema e ciò che desiderava vedere. L'infermiera gli disse che l'unico momento in cui Marta si lasciava togliere la catenina con la chiave era durante la doccia quotidiana e che la mattina seguente avrebbe riferito alla dottoressa Cuevas la sua richiesta.
Avendo preso una pillola di troppo, Falcón dormì più a lungo del solito e fece appena in tempo a salire sul treno AVE di mezzogiorno per Madrid, sempre affollato di lunedì. Era come al solito in giacca e cravatta, l'impermeabile sul braccio e il revolver carico nella fondina. Dal treno telefonò alla dottoressa Cuevas, che accettò di rimandare la doccia di Marta al pomeriggio.
Dalla estación de Atocha prese un taxi direttamente per Ciempozuelos e alle tre e mezzo del pomeriggio era seduto nello studio del medico in attesa che l'inserviente addetta alle pulizie portasse il bauletto di Marta.
«Che cosa sa dell'infermiere, di Ahmed?» domandò Falcón.
«Della sua vita privata, niente. Per quanto riguarda il lavoro è bravissimo, di una pazienza infinita, nessuno lo ha mai sentito alzare la voce con questi poveri infelici.»
Il bauletto arrivò e qualche minuto dopo un'infermiera portò la chiave e il medaglione attaccati alla catenina di Marta. Falcón aprì il baule, che era in realtà un vero e proprio altarino dedicato ad Arturo. L'interno del coperchio era coperto di fotografie che Marta era riuscita in qualche modo a conservare. Un biglietto di auguri di compleanno fatto a mano mostrava una donna stilizzata con gli occhi che sporgevano dalla testa, i capelli rigidi come stecchi e «Marta» scarabocchiato sotto. Dentro il bauletto macchinine di metallo, un calzino grigio da bambino, un vecchio quaderno, matite mordicchiate. Sul fondo due rulli di pellicola da 8 mm, uguali a quelli trovati nel magazzino delle Mudanzas Triana. Falcón mise un pezzo di pellicola davanti alla luce e vide Arturo in braccio alla sorella. Rimise tutto a posto, abbassò il coperchio e chiuse il baule. Aprì il medaglione: conteneva un unico ricciolo di capelli castani. Restituì la catena all'infermiera mentre l'inserviente portava via il bauletto.
«Dov'è Ahmed in questo momento?»
«Nel parco, sta facendo passeggiare due pazienti.»
«Non voglio che sappia di questa mia visita.»
«Potrebbe essere difficile», obiettò la dottoressa Cuevas, «la gente parla, non c'è altro da fare qui.»
«C'è mai stato uno studente d'arte che abbia lavorato nel reparto di Marta?»
«Qualche tempo fa abbiamo sperimentato per tre mesi una terapia artistica», rispose la dottoressa Cuevas.
«Quale specie di terapia?» domandò Falcón. «Chi erano i terapeuti?»
«Erano tutti volontari, si trattava di una cosa che facevamo il sabato e la domenica. Volevamo vedere se i pazienti avrebbero reagito positivamente a un'attività creativa che potesse far loro rivivere l'infanzia.»
«Da dove venivano gli artisti?»
«Uno dei membri del consiglio di amministrazione dell'ospedale è un regista. Aveva reclutato quelli della sua troupe che avessero avuto una formazione artistica. Tutti giovani.»
«I loro nomi sono stati registrati?»
«Sì, per forza, abbiamo provveduto noi alle loro spese di viaggio.»
«Come venivano pagati?»
«Per quel che so io , con un assegno mensile. Se vuole avere i particolari, deve rivolgersi in amministrazione.»
«Non ricorda nessun nome dei giovani di sesso maschile che hanno collaborato nell'esperimento?»
«Solo i nomi di battesimo: Pedro, António e Julio.»
«Non c'era un Sergio?»
«No.»
«Andrò a parlare con il personale amministrativo.»
La dottoressa Cuevas aveva ragione, un Pedro e un António avevano fatto parte dei volontari, entrambi con cognomi assolutamente spagnoli. Il terzo nominativo fornito dalla segretaria del servizio amministrativo colpì tuttavia l'attenzione di Falcón, perché si trattava di un certo Julio Menéndez Chefchaouni.
Alle nove di sera era di nuovo in calle Bailén e, aprendo la porta, inciampò in un altro pacchetto, anche questo senza indirizzo e con il numero 3 scritto sull'involucro.
Era esausto. Portò il pacchetto nel suo studio, dove la spia della segreteria stava lampeggiando: un messaggio del Comisario Lobo che lasciava il suo numero di casa, ma Javier non ebbe la forza di richiamarlo e s'infilò direttamente sotto la doccia.
In cucina lo aspettavano pane e chorizo che annaffiò con vino rosso, poi si portò qualche cubetto di ghiaccio nello studio dove, nel mobile bar, trovò una bottiglia di whisky. Versò due dita di liquore. Si stirò i muscoli prima di sedersi, soddisfatto al pensiero che, per la prima volta, aveva preceduto le mosse di Sergio: non lo stava più inseguendo, ma gli girava intorno. Aprì il pacchetto. Conteneva altre fotocopie dei diari di suo padre.
1° luglio 1959, Tangeri
Ho un nuovo giocattolo, cioè un binocolo. Seduto sulla veranda guardo la gente sulla spiaggia e disegno i corpi dei bagnanti, ignare nature morte. Più che dalle flessuose figure dei giovani, scopro di essere attratto dalla geografia cadente dei corpi dei vecchi e dei malmessi. Li disegno come paesaggi: scarpate, contrafforti tra loro connessi, crinali, pianure e l'inevitabile frana fangosa. Mentre addestro i miei nuovi potenti occhi mettendo a fuoco la spiaggia, il binocolo incontra P. e i bambini. La mia famiglia che gioca. Paco e Manuela stanno costruendo un castello alla Gaudí, Javier tormenta P. che finisce per accompagnarlo fino al mare. P. cammina e Javier salta nell'acqua bassa, la mano in quella della mamma. Sono affascinato da ciò che vedo, dalla quotidianità ancor più meravigliosa perché inconsapevole, finché P. si ferma e Javier si mette a correre e viene afferrato da uno sconosciuto che lo lancia in aria e lo depone di nuovo sulla sabbia. Esigente, Javier batte i piedi e lo sconosciuto lo accontenta, lo afferra di nuovo e lo solleva in alto. È un marocchino sui trentacinque anni. P. gli si avvicina, vedo che lo conosce. Parlano per qualche minuto mentre Javier fa monticelli di sabbia ai piedi dell'uomo. Poi P. si allontana, prendendo per mano Javier che si gira per salutare lo sconosciuto. Rimetto a fuoco il marocchino, ancora fermo in piedi a testa alta nel sole. Segue con lo sguardo P. e il bambino finché non si confondono con la folla dei bagnanti. Noto ammirazione sul suo viso.
1° novembre 1959, Tangeri
Sono arrivate le prime piogge e la spiaggia è deserta. C'è poca gente in città, il porto è vuoto. Il mese scorso il decreto di Mohammed V che concedeva a Tangeri uno statuto speciale è stato abrogato. Il Café de Paris è frequentato solo da pochi clienti lamentosi che danno la colpa della crisi al recente spostamento degli affari a Casablanca, da sempre invidiosa dei vantaggi di cui ha goduto Tangeri. Vado nella medina e siedo a un tavolino del Café Central, sotto le terrazze gocciolanti, dove ora servono soltanto caffè scadente e tè alla menta. Mi rendo conto di essere osservato, il che è insolito, in genere sono io a osservare gli altri. Lascio vagare lo sguardo sulle teste inturbantate, sui burnus tirati su fino al mento, sulle babouches che battono contro i calcagni induriti, finché mi imbatto nella faccia dell'uomo che aveva parlato con P. sulla spiaggia. Ha una matita in mano. I nostri sguardi si incontrano e intuisco che mi ha riconosciuto. Poco dopo se ne va. Chiedo al cameriere se lo conosce, ma sembra che quell'uomo non sia mai stato nel locale prima d'ora.
Читать дальше