Mario Stern - Il sergente nella neve
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- Название:Il sergente nella neve
- Автор:
- Издательство:Einaudi
- Жанр:
- Год:2001
- Город:Torino
- ISBN:9788806160319,8806160311
- Рейтинг книги:4 / 5. Голосов: 2
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Gli altri tedeschi, da poco piú lontano, facevano fotografie e ridevano, agitavano le braccia e parlavano, mostrando sulla neve i segni del combattimento. Ma da un carro russo che bruciava partí una raffica di arma automatica in direzione dei tedeschi e questi si sparpagliarono subito come uno stormo di uccelli. Due salirono sul loro carro e tirarono un colpo di cannone al carro russo e questo, colpito nella riserva delle munizioni, saltò in aria come si vede qualche volta al cinematografo. Io assistevo all’accaduto da non molto lontano, e tutti i russi che avevo visto passare di dietro a un semplice steccato, ora erano lí, morti, nella neve.
Gli alpini del mio e degli altri plotoni si erano radunati nelle vicinanze e io vado da loro. Distribuisco quel po’ di roba che avevo trovato nell’isba e per me spalmo su una galletta un po’ di burro e marmellata. Il capitano ha visto; mi chiama e mi rimprovera davanti a tutti, perché, dice, questo non è il momento di mangiare o di pensare a mangiare e mi fa mettere via ogni cosa. Forse ha la febbre il capitano; non rispondo e mi ritiro in disparte. Poi il capitano mi chiama e mi dice: – Dài qualcosa anche a me da mangiare.
Lasciamo il paese. Incontro Rino un’altra volta. – Ho bevuto un secchio di latte, – mi dice, e sorride.
Attraversiamo una palude gelata. Vi sono erbe alte e dure che potrebbero nascondere qualche sorpresa e procediamo cauti. La mia compagnia è in testa; le pattuglie di Cenci e Pendoli braccano il terreno davanti a noi, subito dopo vengo io; dietro vi sono le altre compagnie del Vestone, gli altri due battaglioni del sesto, le batterie del secondo da montagna, gli altri battaglioni del quinto, e poi l’interminabile fila degli sbandati. Italiani, ungheresi, tedeschi. Feriti, congelati, affamati, disarmati.
Sulla sommità di una mugila è apparso un carro russo e spara qualche colpo sulla colonna, ma un 75/13 della diciannove è pronto a rispondere e il carro russo scompare. Il maggiore Bracchi, il nostro capitano, un ufficiale tedesco, un maggiore di artiglieria sono dietro a noi e di tanto in tanto ci gridano degli ordini. Ci avviciniamo a un gruppo di costruzioni, magazzini per il grano forse.
Da uno di questi vediamo uscire gente che agita le braccia, grida verso di noi e ci viene incontro. – Sono dei nostri, sono dei nostri! – gridiamo. Pensiamo a mille cose ma la piú forte è: sono italiani, soldati italiani che ci vengono incontro dall’altra parte. «Siamo fuori dalla sacca», pensiamo. Diventiamo tutti allegri. Viene il desiderio di fare capriole sulla neve. Antonelli grida e canta.
Camminiamo piú lesti e leggeri verso di loro, sembra di volare e di non arrivare mai. Ma l’illusione dura solo pochi minuti. Quando siamo vicini ci accorgiamo che sono senza armi. Vorrebbero abbracciarci. Sono qualche centinaio. Nella confusione, apprendiamo, in poche parole, che sono stati prigionieri dei russi, che dalle fessure delle baracche dov’erano custoditi hanno visto il combattimento volgere in nostro favore, e che le sentinelle russe sono scappate al nostro avvicinarsi. Noi vorremmo saper dell’altro, ma Bracchi taglia corto e li manda in coda alla colonna.
Cala la sera e camminiamo sempre nella steppa. Vediamo dei soldati italiani stesi rigidi nella neve uno di fianco all’altro. Dal colore delle fiamme e dal numero noto che sono del genio alpino della divisione Cuneense. La pista è dura, lucida di ghiaccio levigato dal vento.
Porto in spalla l’arma della Breda 37, e scivolo, e cado.
Mi rialzo, cammino e di nuovo cado. Quante volte cosí?
La compagnia ha serrato le file e si cammina in fretta. Il maggiore Bracchi mi cammina al fianco, mi guarda e tace. È notte: si cammina e ancora cado. Poi rimango indietro e Bracchi mi dice: – Forza, ci arriveremo –. Ma quanto è lontano ancora? Ora è qui anche il nostro generale. Ci sorpassa su un automezzo tedesco. Si ferma e ci guarda: – Bravi ragazzi, bravi ragazzi, – ci dice. Ci guardava passare uno per uno dall’automezzo. Dopo ci raggiunge ancora, cammina un poco con noi e dice forte: – Ancora poche ore e poi saremo fuori, a pochi chilometri c’è un caposaldo tedesco.
Un mio compagno, finalmente, mi dà il cambio a portare l’arma. Si cambia direzione. Gli ufficiali si sono fatti seri; tra loro dicono che una colonna di russi si è infiltrata fra noi e il caposaldo tedesco. Quando ci fermiamo a pernottare in un villaggio è notte. Non ne possiamo piú, siamo disperati di fatica, di freddo, di fame, di sonno.
Le scarpe le abbiamo di vetro sulla neve. Ci sentiamo nelle tasche le lettere che non possiamo spedire. «Avanti s’cet, forza s’cet». Polenta e latte in una cucina al caldo. «Ghe rivarem a baita?» Avanti, forza. E si cade per terra. Ma ora c’è un villaggio a cui siamo arrivati.
I panzer tedeschi si fermano alle prime isbe, noi andiamo alle ultime. Le isbe sono vuote e il villaggio è deserto. Le porte sono chiuse a chiave. Dobbiamo scardinarle per entrare. Il forno dell’isba dove siamo entrati è ancora caldo, ma non c’è nessuno. È un’isba pulita e tiepida; davanti alle icone arde ancora il lumino e vi sono tende alle finestre e drappi e fotografie alle pareti.
Chi porta legna e chi paglia. Nella stalla vicina vi sono due pecore e un maiale. Le pecore le diamo agli altri plotoni e noi ci ammazziamo il maiale.
A comandare il mio plotone mandano un ufficiale che ha la fama di iettatore. Entra nell’isba, si pianta in mezzo con le mani in tasca e comanda. Vuole che la paglia sia ben sparpagliata, le coperte tese e allineate, il pavimento pulito, e che il maiale venga cucinato cosí e cosí. Ha due occhi cattivi e duri, ed è alto e rigido. Comanda. Ma i miei compagni hanno piú buon senso di lui, non rispondono nulla, non dicono nulla, e continuano a fare come hanno sempre fatto da quando mi trovo con loro. «Domattina, penso, – vado dal capitano e, se non basta, dal maggiore e dal colonnello. Non voglio questo ufficiale nel mio plotone. Sono piú che sufficiente io. Se no mi mandino uno come Moscioni o Cenci».
Vengo a sapere che in un’isba vicina c’è Rino e vado a chiamarlo. Ho voglia di averlo con me, stanotte. Poi arrostisco sulla brace un pezzo di maiale e seduti sulla paglia mangiamo assieme. Infine ci sdraiamo, coprendoci con le coperte e i pastrani. Il tepore di un corpo riscalda l’altro, l’alito di uno riscalda il viso dell’altro, ogni tanto socchiudiamo gli occhi e ci guardiamo. Quanti ricordi fanno groppo alla gola. Vorrei parlare di casa nostra, dei nostri cari, delle nostre ragazze, dei nostri monti; degli amici. Ti ricordi, Rino, quella volta che l’insegnante di francese ci disse: – Una mela guasta può far marcire una mela sana, ma una mela sana non può sanare una mela guasta? – E la mela guasta ero io e la sana tu. Ricordi, Rino? E prendevo sempre quattro e tre. Tante cose vorrei dirti e non sono capace di augurarti la buona notte. I nostri compagni già dormono e noi ancora no. Fuori c’è la steppa desolata e le stelle che splendono di sopra a quest’isba sono le stesse che splendono di sopra alle nostre case. Ci addormentiamo.
Al mattino vado dal capitano a chiarire la situazione del mio plotone. Il capitano ne parla al maggiore. L’ufficiale nuovo viene mandato via e non lo vedrò piú. Sarà andato a far l’eroe fra gli sbandati. Cosí, da ora, rimarrò solo a comandare il plotone. Quei venti uomini che sono rimasti sono contenti e io pure. Antonelli piú di tutti.
Il sole nel cielo limpido ci riscalda le membra indolenzite e si continua a camminare. Che giorno è oggi? E dove siamo? Non esistono né date né nomi. Solo noi che si cammina.
Passando per un villaggio vediamo dei cadaveri davanti agli usci delle isbe. Sono donne e ragazzi. Forse sorpresi cosí nel sonno perché sono in camicia. Le gambe e le braccia nude sono piú bianche della neve, sembrano gigli su un altare. Una donna è nuda sulla neve, piú bianca della neve e vicino la neve è rossa. Non voglio guardare, ma loro ci sono anche se io non guardo.
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