– Certo che lavorerò per lei, disse. Se promette di tenere le mani a posto. Scherzo. Me la restituisce là Rode, o vuole tenersela per leggerla?
Jasper Gwyn sembrò sul punto di dire qualcosa, ma poi semplicemente le restituì il libro.
Tre settimane più tardi, su alcune riviste scelte accuratamente da Rebecca, uscì un annuncio che dopo lunghissimi tentativi e discussioni Jasper Gwyn aveva deciso di risolvere in tre, limpide parole.
Scrittore esegue ritratti.
Come riferimento si dava nient’altro che una casella postale.
Non può funzionare, avrebbe detto la signora col foulard impermeabile.
Invece il mondo è strano, e l’annuncio funzionò.
Il primo ritratto Jasper Gwyn lo fece a un uomo di sessantatré anni che per tutta la vita aveva venduto orologi d’antiquariato. Si era sposato tre volte, e nell’ultima aveva pensato bene di risposare la prima moglie. Le aveva solo chiesto di non parlarne mai più. Adesso aveva smesso di vendere pendole e cipolle d’argento e girava con un Casio multifunzione comprato da un pakistano, per strada. Viveva a Brighton, aveva tre figli. Camminava tutto il tempo, nello studio, e neanche per una volta, in trentaquattro giorni di permanenza nella nube sonora di David Barber, usò il letto. Quando era stanco si sistemava in poltrona. Capitava spesso che iniziasse a parlare, ma sottovoce, tra sé e sé. Una delle poche frasi che Jasper Gwyn finì per comprendere, senza peraltro volerlo, diceva così: “Se non ci credi hai solo da andare a chiederglielo”. Al dodicesimo giorno chiese se poteva fumare, ma poi capì che non era il caso. Jasper Gwyn lo vide cambiare, nel tempo, diverso il modo di portare le spalle, e le mani più libere, come se qualcuno gliele avesse restituite. Quando fu il giorno giusto per parlare, lo fece con precisione e piacere, seduto per terra di fianco a Jasper Gwyn, le mani posate con pudore ben dissimulato sul sesso. Non lo stupirono le domande, e a quella più difficile rispose dopo aver riflettuto a lungo, ma anche come se per anni si fosse preparato le parole giuste: Quando ero piccolo e mia madre usciva elegante, bellissima, la sera, disse. Quando caricavo gli orologi, al mattino, nel mio negozio, e ogni volta che son andato a dormire, ogni santissima volta.
L’ultima lampadina si spense che lui era sdraiato per terra, e nel buio Jasper Gwyn, con un certo fastidio, lo sentì piangere in un modo molto dignitoso, ma senza pudore. Gli si avvicinò e gli disse Grazie Mr Trawley. Poi lo aiutò ad alzarsi. Mr Trawley si appoggiò al suo braccio e poi con una mano cercò il volto di Jasper Gwyn. Forse aveva in mente una carezza, ne venne fuori un abbraccio, e per la prima volta Jasper Gwyn sentì la pelle di un uomo contro la sua.
Mr Trawley ebbe il suo ritratto in cambio di quindicimila sterline e di una dichiarazione in cui si impegnava al più assoluto riserbo, pena pesantissime sanzioni pecuniarie. A casa, mentre la moglie era fuori, spense tutte le luci tranne una, aprì la cartellina e lesse adagio i sei fogli che Jasper Gwyn aveva preparato per lui. Il giorno dopo spedì una lettera in cui ringraziava e si dichiarava pienamente soddisfatto. L’ultima riga diceva: “Non riesco a non pensare che se tutto questo fosse accaduto molti anni fa io sarei oggi un uomo differente e, per molti aspetti, migliore”. Sentitamente suo, Mr Andrew Trawley.
Il secondo ritratto Jasper Gwyn lo fece a una donna di quarant’anni, single, che dopo aver studiato architettura adesso si divertiva a fare import-export con l’India. Tessuti, artigianato, di tanto in tanto il lavoro di qualche artista. Viveva con un’amica italiana, in un loft alla periferia di Londra. Jasper Gwyn fece una certa fatica a convincerla che non era il caso di tenere il cellulare acceso e di arrivare ogni volta in ritardo. Lei imparò in fretta, e senza apparente fastidio. Era evidente che le piaceva molto restare nuda e farsi guardare. Aveva un corpo magro, come divorato da qualche attesa irrisolta, e una pelle scura, dai riflessi lucidi da animale. Era piena di braccialetti, collane, anelli, che non si toglieva mai e che ogni giorno cambiava. Jasper Gwyn le chiese, dopo una decina di giorni, se poteva presentarsi senza tutta quella paccottiglia addosso (non la definì in questi termini) e lei rispose che ci avrebbe provato. L’indomani rimase completamente nuda, con l’eccezione di una cavigliera d’argento. Quando fu il giorno giusto per parlare non riuscì a farlo senza camminare avanti e indietro, e gesticolando come se le parole fossero sempre inesatte e bisognose di un apparato di note corporali. Jasper Gwyn osò chiederle se si era mai innamorata di una donna e lei disse Mai, ma poi aggiunse Vuole la verità? Jasper Gwyn disse che raramente c’è una verità.
L’ultima lampadina si spense che lei la fissava, ipnotizzata. Nel buio Jasper Gwyn la sentì ridere, nervosamente. Grazie, Miss Croner, è stata impeccabile, disse. Lei si rivestì, aveva giusto un abitino leggero, quel giorno, e una borsetta. Ne tirò fuori una spazzola e si lisciò i capelli, che sapeva belli e portava lunghi. Poi, nella luce meridiana che a stento filtrava dagli scuri alle finestre, andò verso Jasper Gwyn e disse che era stata un’esperienza incomprensibile. Era così vicina che Jasper Gwyn avrebbe potuto fare quello che da giorni desiderava fare, ma giusto per curiosità – toccare quei riflessi sulla pelle. Stava convincendosi che proprio non era il caso di farlo quando lei lo baciò sulle labbra, velocemente, e se ne andò.
Miss Croner ebbe il suo ritratto in cambio di quindicimila sterline e di una dichiarazione in cui si impegnava al più assoluto riserbo, pena pesantissime sanzioni pecuniarie. Quando ricevette il ritratto lo tenne sul tavolo per un po’ di giorni. Aspettò, per leggerlo, una mattina in cui, svegliandosi, si sentì una regina. Ce n’erano, di tanto in tanto. Il giorno dopo telefonò a Rebecca e lo stesso fece, più volte, nei giorni seguenti, fino a che non si convinse che proprio non era possibile reincontrare Jasper Gwyn e discutere un po’ con lui. No, anche solo un aperitivo come due vecchi amici era fuori discussione. Allora prese un foglio della sua carta da lettere (carta di riso, color ambra) e scrisse poche righe di getto. L’ultima diceva: “Le invidio il suo talento, maestro, il suo rigore, quelle belle mani e la sua segretaria, davvero deliziosa”. Sua, Elizabeth Croner.
Il terzo ritratto Jasper Gwyn lo fece a una donna che stava per compiere cinquant’anni e che aveva chiesto al marito un regalo capace di stupirla. Non aveva visto lei l’annuncio, non aveva trattato lei con Rebecca, non aveva scelto lei di fare quello che stava facendo. Quando arrivò, il primo giorno, si mostrò scettica, e non volle svestirsi completamente. Rimase in sottoveste di seta, viola. Da giovane aveva fatto la hostess, perché aveva bisogno di mantenersi e di mettere più chilometri possibile tra sé e una famiglia che voleva dimenticare. Il marito l’aveva conosciuto sulla tratta Londra-Dublino. Era seduto al posto 19D, e aveva allora undici anni più di lei. Adesso, come spesso succede, avevano la stessa età. Dal terzo giorno si tolse la sottoveste, e un paio di giorni dopo Jasper Gwyn diventò, senza saperlo, il sesto uomo che l’aveva vista completamente nuda. Un pomeriggio Jasper Gwyn le fece trovare tutti gli scuri aperti, alle finestre, e lei ebbe come un attimo di esitazione. Ma dopo parve abituarsi, e col tempo arrivò a piacerle l’indugiare davanti ai vetri, senza coprirsi, sfiorando il vetro con i seni, che aveva candidi e belli. Un giorno attraversò il cortile un ragazzo, a prendere una bicicletta: lei gli sorrise. Qualche giorno dopo Jasper Gwyn tornò a chiudere gli scuri e in qualche modo, da quel momento, lei si arrese al ritratto – un volto diverso, e un altro corpo. Quando fu il giorno giusto per parlare lo fece con una voce bambina, e chiedendo a Jasper Gwyn di sedersi accanto a lei. Ogni domanda sembrava coglierla impreparata, ma ogni risposta era singolarmente acuta. Parlarono di temporali, di vendetta e di attese. Lei disse, a un certo punto, che avrebbe voluto un mondo senza numeri, e una vita senza ripetizioni.
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