Alessandro Baricco - Mr Gwyn

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Jasper Gwyn, scrittore dal discreto successo, decide da un giorno all’altro che non ha più intenzione di scrivere. O perlomeno di scrivere romanzi. Il gesto dello scrivere però gli manca, sente il bisogno di continuare a mettere in fila le parole come aveva fatto per la maggior parte della sua vita. Diventare “copista” gli appare dunque la soluzione ideale: non di cifre o parole, bensì di persone. Inizia così a fare ritratti per, come dice lui, “riportare a casa le persone”. Adibisce un ex garage a studio di posa, lo illumina con lampadine dalla luce “infantile” e ciò che ne scaturisce è un qualcosa che solo un personaggio complesso e surreale come Jasper Gwyin poteva concepire. Non mancheranno gli imprevisti e più di una volta il fragile sogno su cui tutto è costruito rischierà di infrangersi. Il finale non può che sorprendere.

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– Sì, lo so.

– E almeno per settantanni non se n’è saputo più niente. Li hanno riscoperti solo una decina d’anni fa. Li ha mai letti?

Jasper Gwyn esitò un attimo.

– No.

– Male. Dovrebbe.

– Lei li ha letti tutti?

– Be’, ce n’è giusto due. Ma sa, in quei casi dai cassetti poi continua a uscire roba per anni, quindi attendo fiduciosa.

Risero.

Jasper Gwyn non smetteva di fissare il libro così Rebecca gli chiese, scherzando, se l’aveva fatta venire lì per parlare di libri.

– No, no, scusi, disse Jasper Gwyn.

Sembrò cacciare via qualcosa dai suoi pensieri.

– Le ho chiesto di vederla perché avevo questo da darle, disse.

Prese la cartellina e gliela porse.

– Sarebbe il suo ritratto, disse.

Lei fece per prenderlo, ma Jasper Gwyn lo tenne ancora nelle sue mani perché voleva aggiungere una cosa.

– Mi dovrebbe fare la cortesia di leggerlo qui, sotto i miei occhi. Pensa che sia possibile? Mi aiuterebbe.

Rebecca prese la cartellina.

– Io ho smesso di dirle di no un sacco di tempo fa. Posso aprire?

– Sì.

Lo fece lentamente. Contò i fogli. Passò le dita sul primo, e aveva l’aria di godersi la trama della carta.

– L’ha fatto leggere a qualcun altro?

– No.

– Ci contavo, grazie.

Appoggiò i fogli sulla cartellina chiusa.

– Vado?, chiese.

– Quando vuole.

C’erano intorno ragazzini che correvano, cani che volevano tornare a casa e coppie di anziani con l’aria di essere scampati a qualcosa di terrificante. La loro vita, probabilmente.

Rebecca lesse adagio, con una concentrazione mite che Jasper Gwyn apprezzò. Un’unica espressione sul volto, per tutto il tempo: giusto l’accenno di un sorriso, immobile. Quando finiva un foglio lo faceva scivolare sotto agli altri. Ma esitando un istante, mentre già stava leggendo le prime righe della pagina dopo. Giunta alla fine rimase un po’ lì, con il ritratto in mano, lo sguardo sollevato verso il parco. Senza dir nulla tornò ai fogli e prese a scorrerli, fermandosi qua e là, a rileggere. Ogni tanto stringeva le labbra, come se qualcosa l’avesse punta, o sfiorata. Riordinò i fogli, alla fine, e li rimise nella cartellina. La chiuse con gli elastici. La tenne appoggiata sulle ginocchia.

– Come fa?, chiese. Aveva gli occhi lucidi.

Jasper Gwyn riprese la cartellina, ma con dolcezza, come se fosse inteso che doveva andare così.

Poi a lungo parlarono, e a Jasper Gwyn piacque spiegare più cose di quanto si sarebbe aspettato. Rebecca chiedeva, ma con riguardo, come se stesse aprendo qualcosa di fragile – o lettere inattese. Parlavano in un tempo loro, e intorno non c’era più niente. Ogni tanto, tra una domanda e l’altra, passava del silenzio vuoto, in cui entrambi misuravano quanto erano disposti a sapere, o spiegare, senza perdere il piacere di un certo mistero, che sapevano indispensabile. A una domanda più curiosa delle altre Jasper Gwyn sorrise e rispose con un gesto – il palmo di una mano passato sugli occhi di Rebecca, come quando a un bambino si dà la buona notte.

– Terrò tutto per me, disse Rebecca alla fine.

Non poteva sapere che non sarebbe stato così.

44.

Lì, sulla panchina, rimasero ancora un bel po’, mentre il parco si spegneva. Era qualche giorno che Jasper Gwyn si rigirava nella mente una certa idea e adesso si chiedeva se Rebecca aveva voglia di sentirla.

– Certo, lei disse.

Jasper Gwyn ebbe una breve esitazione, poi disse quello che aveva in testa.

– Mi servirà un aiuto, per metter su questo mio nuovo lavoro. E ho pensato che nessuno meglio di lei potrebbe darmelo.

– Sarebbe?

Jasper Gwyn le spiegò che c’erano un sacco di cose pratiche da mettere a punto e che non immaginava proprio di andarsi a cercare i clienti, o selezionarli, o qualcosa del genere. Per non parlare del compenso, e dei modi per definirlo e riscuoterlo. Disse che aveva assolutamente bisogno di qualcuno che facesse tutto questo per lui.

– Lo so che la soluzione più logica sarebbe Tom, ma adesso mi è difficile parlare con lui di questa storia, non credo che la vorrebbe capire. Mi serve qualcuno che ci creda, che sappia che è tutto reale, e sensato.

Rebecca lo stava ad ascoltare, sorpresa.

– Vorrebbe che io lavorassi per lei?

– Sì.

– Per questa storia dei ritratti?

– Sì. Lei è l’unica persona al mondo che sa davvero cosa sono.

Rebecca scosse la testa. Decisamente a quell’uomo piaceva complicarle la vita. O risolvergliela, chissà.

– Un attimo, disse. Un attimo. Non così in fretta.

Si alzò, lasciò il libro della Rode a Jasper Gwyn e se ne andò verso un chiosco che vendeva gelati, più in là nel viale. Prese un cono a due gusti, e la cosa non fu semplicissima perché non trovava più il portafogli. Tornò alla panchina e si risedette vicino a Jasper Gwyn. Gli avvicinò il cono.

– Vuole assaggiare?, chiese.

Jasper Gwyn fece un cenno per dire che no, non voleva, e da lontano gli tornarono in mente le caramelle della signora con il foulard impermeabile.

– Prima le devo spiegare una cosa, disse Rebecca. Sono uscita da casa per spiegargliela, e adesso gliela spiego. Se vuole continuare a fare ritratti, le servirà.

Stette un po’ a leccare il gelato.

– In quello studio è tutto illogicamente facile, o almeno lo è stato per me. Sul serio, stai lì e non c’è niente che dopo un attimo non diventi, in qualche modo, naturale. E tutto facile.

Tranne la fine. Questa è la cosa che volevo dirle. Se vuole il mio parere, la fine è orrenda. Mi sono anche chiesta perché, e adesso penso di saperlo.

Stava attenta a non far colare il gelato, ogni tanto gli gettava un’occhiata.

– Le sembrerà scemo ma alla fine io mi sarei aspettata che lei almeno mi abbracciasse.

Lo disse così, semplice semplice.

– Forse mi sarebbe piaciuto fare l’amore con lei, lì, nel buio, ma di sicuro almeno mi sarei aspettata di poter finire fra le sue braccia, in qualche modo, di toccarla, ecco, di toccarla.

Jasper Gwyn fece per dire qualcosa, ma lei lo fermò con un cenno della mano.

– Guardi, non si faccia idee sbagliate, io non sono innamorata di lei, non credo, è un’altra cosa, e riguarda solo quel particolare momento, quel buio e quel momento. Non so se riesco a spiegarmi, ma tutti quei giorni in cui praticamente sei il tuo corpo e poco altro… tutti quei giorni mettono addosso una specie di attesa che qualcosa di fisico debba accadere, alla fine. Qualcosa che ti ricompensi. Una distanza colmata, mi verrebbe da dire. Lei la colma scrivendo, ma io?, noi?, tutti quelli che si faranno ritrarre? Li rimanderà a casa come ha rimandato me, nella stessa lontananza del primo giorno? Be’, non è una buona idea.

Diede un’occhiata al gelato.

– Magari mi sbaglio, ma la stessa cosa che ho sentito io la sentiranno tutti.

Diede un’aggiustatina alla crema.

– Un giorno scriverà un ritratto per un uomo anziano, e non farà nessuna differenza, alla fine quell’uomo cercherà un modo per toccarla, contro ogni logica e desiderio, ma sentirà il bisogno di toccarla. Si avvicinerà e le passerà una mano tra i capelli, o le stringerà forte un braccio, anche solo quello, ma avrà bisogno di farlo.

Alzò gli occhi su Jasper Gwyn.

– Be’, glielo lasci fare. In qualche modo glielo deve.

Era arrivata al punto in cui uno può iniziare a sgranocchiare il cono.

– E la parte più buona, annotò.

Jasper Gwyn la lasciò finire poi le chiese se avrebbe lavorato per lui. Ma con il tono con cui avrebbe potuto dire che era incantato da lei.

Rebecca pensò che quell’uomo la amava, solo che non lo sapeva, e non lo avrebbe mai saputo.

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