Leigh Brackett - La città proibita

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La città proibita: краткое содержание, описание и аннотация

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La storia di Len Colter e di suo cugino Esaù, può essere la storia dei nostri nipoti. Len Colter viveva in un piccolo paese rurale degli Stati Uniti, dove per legge, dopo la distruzione, era stata proibita la costruzione di città e la diffusione del sapere nelle sue forme piú avanzate. Due generazíoní prima era caduta sulle loro città la grande Distruzione, provocata dalla conoscenza scientifica dei segreti della natura. Lo spaventoso flagello era stato interpretato dalle coscienze terrorizzate come il castigo di Dio per l’orgoglio e i peccati dell’uomo. I due giovani, spinti dal desiderio delle «cose vecchie», delle quali sentivano parlare con nostalgia dai nonni: le automobili, gli aeroplani, le case con ogni comfort, le città in una fantasmagoria di luci, e ossessionati dai discorsi sentiti di nascosto sulla esistenza di una città sopravvissuta, si mettono su di un sentiero aspro e difficile. Incontreranno l’amicizia, e la delusione, l’amore e la morte, la fame e la sete, la lotta contro le intemperie e contro la propria coscienza: ma andranno alla ricerca della città del loro sogno. Len, dal carattere piú complesso, sostiene la lotta píú aspra ed è salvato piú volte, non solo materialmente dall’amicizia di Hostetter, il mercante, che rappresenta il legame ideale tra il mondo lasciato da Len e il mondo nuovo. E sarà Hostetter che ricondurrà Len di fronte alla realtà e lo costringerà a una decisione.

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Esaù scrollò le spalle.

«Possiamo tentare.»

Il lungo capannone, aperto sul davanti ma chiuso sul retro, per proteggere dalla pioggia, era diviso in stalli, uno per ogni carro. Non rimaneva molto, ormai, negli stalli, dopo due giorni e mezzo di contrattazioni, ma le donne stavano industriosamente discutendo il prezzo delle pentole di rame, e dei coltelli prodotti dalle fucine dei villaggi orientali, e del cotone venuto dal sud, e degli orologi prodotti nel New England. L’enorme cassa che conteneva i dolciumi era stata venduta quasi subito, con tutti i suoi tesori di zucchero, ma Len separava che il signor Hostetter avesse tenuto da parte qualche cosa per i vecchi amici.

«Ehi,» disse Esaù. «Guarda!»

Lo stallo del signor Hostetter era vuoto e deserto.

«Tutto esaurito.»

Len osservò lo stallo, corrugando la fronte. Poi disse:

«I suoi cavalli dovranno ugualmente mangiare, no? E forse possiamo aiutarlo a caricare la merce acquistata sul carro. Andiamo dall’altra parte.»

Uscirono dalla porta sul retro dello stallo, chinandosi sotto il carrozzone per passare dall’altra parte. Le grandi ruote, con i cerchi di ferro larghi sei pollici, erano più alte di Len, e la tenda torreggiava in alto come una nube, con EDW. HOSTETTER, MERCANZIE VARIE dipinto in lettere precise che il sole e la pioggia avevano sbiadito.

«È qui,» disse Len. «Lo sento parlare.»

Esaù annuì. Oltrepassarono la ruota anteriore. Il signor Hostetter si trovava dalla parte opposta, proprio di fronte a loro.

«Sei pazzo,» diceva il signor Hostetter. «Ti ripeto che…»

La voce di un altro uomo lo interruppe.

«Non preoccuparti tanto, Ed. È tutto a posto. Io devo…»

L’uomo s’interruppe di colpo, quando Len ed Esaù apparvero, dopo avere aggirato la parte anteriore del carro. L’uomo era in faccia a loro, mentre il signor Hostetter voltava le spalle ai ragazzi: era un uomo giovane e alto, dai lunghi capelli biondicci e una folta barba, vestito in cuoio. Era un mercante del Sud, e Len lo aveva visto altre volte nel capannone. Il nome sulla tenda che copriva il suo carro era William Soames.

«Abbiamo visite,» disse al signor Hostetter. Non pareva preoccupato, ma il signor Hostetter si voltò subito. Era un uomo alto e robusto, muscoloso e un po’ goffo, dalla carnagione scura e dagli occhi azzurri, con due larghe bande grige nella barba color sabbia, una da ciascun lato della bocca. I suoi movimenti erano sempre lenti, e il suo sorriso era sempre amichevole. Ma questa volta si girò molto rapidamente, e non sorrideva affatto, e Len si fermò come se qualcuno lo avesse colpito fisicamente. Guardò il signor Hostetter come se fosse stato davanti a un estraneo; e il signor Hostetter lo fissò con uno strano sguardo irato e ostile.

Esaù mormorò, tra i denti:

«Credo che siano occupati, Len. Meglio andarcene.»

«Cosa volete?» domandò Hostetter.

«Niente,» disse Len. «Avevamo solo pensato che, forse…» ma non finì la frase, perché la voce gli mancava in gola.

«Pensato che cosa?»

«Che avremmo potuto dar da mangiare ai vostri cavalli,» disse Len, debolmente.

Esaù lo prese per il braccio.

«Voleva ancora dei confetti,» disse a Hostetter. «Sapete come sono fatti i ragazzi! Len, vieni.»

Soames scoppiò in una risata.

«Non credo che ne abbia più. Ma che ne diresti di un po’ di noci? Sono ancora meglio dei confetti.»

Infilò la mano in tasca e tirò fuori quattro o cinque noci. Le mise nella mano di Len.

«Grazie,» disse Len, guardando prima lui e poi il signor Hostetter.

Quest’ultimo disse, con calma:

«Tutti i miei cavalli sono a posto. Filate, adesso, ragazzi.»

«Sissignore,» disse Len, e corse via. Esaù lo seguì. Quando furono dietro l’angolo del capannone, si fermarono, e si divisero le noci.

«Ma che cosa aveva ?» domandò, a un certo punto, Len, alludendo al signor Hostetter. Era sbalordito, come se il suo vecchio Shep, alla fattoria, si fosse voltato a ringhiare contro di lui.

«Be’,» disse Esaù, rompendo i sottili gusci bruni delle noci, «Lui e il forestiero stavano semplicemente trattando qualche affare, ecco tutto». Era furioso contro Hostetter, e così diede uno spintone a Len. «Tu e i tuoi confetti! Andiamo, è quasi ora di cena. O hai dimenticato che dobbiamo andare in un certo posto, stanotte?»

«No,» disse Len, e ci fu una deliziosa sensazione di paura e di eccitazione, dentro di lui. «Non ho dimenticato».

2.

Fu quella strana sensazione confusa a tenere sveglio Len, inizialmente, dopo che si fu sistemato per la notte sotto il carro di famiglia. Una sensazione fatta di inquietudine, nervosismo, ed eccitazione. L’aria era fresca, fuori, la coperta era calda, lui era piacevolmente sazio, dopo un’ottima e abbondante cena, e la giornata era stata lunga e faticosa. Le palpebre cominciavano a farsi pesanti, e tutto si faceva indistinto e remoto, mentre una piacevole coltre di oscurità scendeva su di lui, e poi, pang !, quel nervo particolare pareva scattare, avvertendolo, e lui ritornava teso e attento, e ricordava Esaù e la predica.

Dopo qualche tempo, cominciò a udire dei rumori. Mamma e papà russavano nel carro, sopra la sua testa, e il terreno della fiera era buio, tranne che per le ceneri rossigne degli ultimi fuochi. Tutto avrebbe dovuto essere immerso nel silenzio, ma non era così. I cavalli si muovevano, e i finimenti tintinnavano. Sentì un piccolo carro muoversi, cigolando e tintinnando, e più lontano, da qualche parte, un carrozzone pesante si muoveva con un cupo sferragliare, e i cavalli sbuffavano, tirandolo. Gli stranieri, i non Mennoniti come il biondo mercante vestito in pelle, erano partiti tutti, subito dopo il tramonto, dirigendosi al luogo della predica. Ma quelli che stavano andando alla predica in quel momento erano gli altri, coloro che non desideravano farsi vedere. Len dimenticò di aver sonno, pervaso da una nuova eccitazione. Rimase ad ascoltare gli zoccoli invisibili e le ruote furtive, e cominciò a pentirsi di avere promesso di andare alla predica.

Si mise a sedere, a gambe incrociate, sotto il carrozzone, tenendo la coperta intorno alle spalle, per proteggersi dal fresco notturno. Esaù non era ancora venuto. Len si volse a fissare, nella direzione del carro dello zio David, sperando che Esaù si fosse addormentato. La strada da percorrere era lunga, faceva freddo ed era buio, e si sarebbero fatti sorprendere certamente. Oltre a questo, lui si sentiva colpevole… si era sentito in colpa per tutta la cena, e non aveva sostenuto lo sguardo di suo padre. Era la prima volta in vita sua che, deliberatamente e per propria scelta, lui disobbediva a suo padre, e sapeva che la colpa doveva risplendere a lettere di fuoco su tutto il suo volto. Ma papà non si era accorto di nulla, e chissà per quale motivo questo lo faceva sentire peggio, e non meglio. Voleva dire, infatti, che papà aveva tanta fiducia in lui da non preoccuparsi di cercare sul suo volto le tracce della colpa.

Ci fu un movimento, nel buio, sotto il carro dello zio David, ed era Esaù, che si avvicinava silenziosamente, carponi.

Ora glielo dico, pensò Len. Gli dirò che ho cambiato idea, che non voglio venire.

Esaù scivolò più vicino. Sorrideva, e i suoi occhi scintillavano, nel riverbero del fuoco che covava sotto la cenere. Avvicinò il capo a quello di Len, e bisbigliò:

«Dormono tutti. Arrotola la coperta, come se tu ci fossi ancora dentro… così, per precauzione.»

Non ci vado, pensò Len. Ma le parole non uscirono mai dalle sue labbra. Arrotolò la coperta, obbediente, e scivolò furtivamente nella notte, seguendo Esaù. E non appena si fu allontanato dal carro, non appena l’oscurità ebbe nascosto il tendone e il riverbero del fuoco, fu contento. L’oscurità era piena di animazione, di movimento, del senso di andare a una destinazione precisa, con un’eccitazione segreta, e anche lui stava andando, anche lui partecipava a quel movimento e a quell’eccitazione. Il sapore delle cose proibite era dolcissimo nella sua bocca, e le stelle non gli erano mai sembrate così grandi e così luminose.

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