Frederik Pohl - Uomo più

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Questo nuovo romanzo di Frederik Pohl ci presenta il primo tentativo di colonizzazione del pianeta Marte: non il Marte sognato dalla fantascienza di cinquant’anni fa, ma il Marte che oggi conosciamo attraverso i risultati trasmessi dalle sonde spaziali.
Il protagonista della colonizzazione è Uomo Più: l’uomo più gli ausili che gli possono offrire i computer, e il protagonista del romanzo è il primo di questi uomini. Macchine sofisticate collegate al suo corpo hanno sostituito i suoi organi con altri organi artificiali, ed egli è ora adatto a vivere nell’atmosfera rarefatta di Marte, a trarre dal sole l’energia che gli occorre. Ma i suoi ex simili, le persone umane normali, non lo riconoscono più come uno di loro, e Marte, considerato come un’avventura e un episodio, si rivela il suo esilio e la sua casa.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e Locus in 1977.

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— Un accidente, — scattò Griffin.

— Prego? — Freeling era stato colto alla sprovvista.

— Niente consulti. Prima è necessaria l’autorizzazione dei servizi di sicurezza. E questa è una faccenda urgentissima, dottor Freeling.

— Oh. Ecco… allora dovrò assumermi personalmente la responsabilità. La causa del trauma è stato l’eccesso di input. Hartnett era sovraccarico. Non ce l’ha fatta.

— Non ho mai sentito che una cosa del genere potesse causare un colpo, — protestò Griffin.

— Sì, lo stress deve essere molto forte. Però succede. E qui siamo alle prese con uno stress di tipo nuovo, Mr. Griffin. È come… beh, ecco un’analogia. Se lei avesse un figlio nato con le cataratte congenite, lo porterebbe da un medico, e il medico gliele asporterebbe. Tuttavia, l’intervento dovrebbe venire compiuto prima che suo figlio raggiungesse la pubertà: prima che smettesse di crescere, internamente ed esteriormente, vede. Se non facesse eseguire l’intervento prima di allora, tanto varrebbe che lo lasciasse cieco. I ragazzi che sono stati operati di cataratte di quel tipo all’età di tredici o quattordici anni, infatti, dal punto di vista storico presentano in comune un fenomeno interessante. Si suicidano prima di arrivare ai vent’anni.

Torraway si sforzava di seguire la conversazione, ma non vi riusciva troppo bene. Provò un senso di sollievo quando intervenne il vicedirettore. — Non capisco cosa c’entri questo con Will Hartnett, Jon.

— Anche in quel caso, è questione di eccesso di input. Nei ragazzi che hanno subito l’intervento per eliminare le cataratte, sembra si produca il disorientamento. Ricevono nuovi inputs , e non hanno sviluppato un sistema per farsene qualcosa. Se la vista c’è fin dalla nascita, la corteccia visiva sviluppa sistemi in grado di guidarla, mediarla e interpretarla. Altrimenti, tali sistemi non si sviluppano, ed è troppo tardi per farli evolvere.

«Ritengo che il guaio di Willy fosse questo: noi gli davamo degli inputs , e lui non aveva i meccanismi necessari. Era troppo tardi per svilupparne uno. Tutti i dati in arrivo lo inondavano: la tensione ha spezzato un vaso sanguigno. Inoltre, — proseguì, — credo che accadrà lo stesso a Roger. qui, se faremo la stessa cosa anche a lui.»

Griffin si voltò a lanciare un breve sguardo scrutatore su Roger Torraway. Torraway si schiarì la gola, ma non disse nulla. Non gli sembrava che fosse il caso di dire qualcosa. Griffin chiese: — Cosa mi stava spiegando, Freeling?

Il dottore scosse il capo. — Soltanto quel che ho detto. Io posso indicarle cos’è che non va: spetta a qualcun altro indicarle come si può rimediare. Non credo che si possa rimediare. Voglio dire, dal punto di vista medico. Prenda un cervello: quello di Willy o di Roger. È cresciuto come un apparecchio radioricevente. E adesso lei vi inserisce immagini televisive. Non sa più come fare.

Nel frattempo, Brad aveva continuato a scarabocchiare, alzando di tanto in tanto gli occhi con un’espressione interessata. Riabbassò lo sguardo sul blocco degli appunti, scrisse qualcosa, lo fissò pensoso, riprese a scrivere, mentre l’attenzione di tutti i presenti si volgeva su di lui.

Finalmente il vicedirettore disse: — Brad? A quanto pare, tocca a te.

Brad alzò la testa e sorrise. — Sto proprio lavorando su questo, — disse.

— Sei d’accordo con il dottor Freeling?

— Non c’è dubbio. Ha ragione lui. Non possiamo immettere input grezzi in un sistema nervoso che non è attrezzato per mediarli e per tradurli. Sono meccanismi che nel cervello non esistono, a meno che prendiamo un bambino appena nato e lo ricostruiamo, in modo che il cervello possa sviluppare i fattori necessari.

— Intendi proporre di attendere una nuova generazione di astronauti? — chiese Griffin.

— No. Propongo di costruire in Roger dei circuiti mediatori. Non semplicemente input sensoriali. Filtri, traduttori… mezzi per interpretare gli input , la vista attivata da diverse lunghezze d’onda dello spettro, il senso cinestetico dai nuovi muscoli… tutto. Ecco, — disse, — permettetemi di fare un passo indietro. Qualcuno di voi sa qualcosa di McCulloch e Lettvin e l’occhio di rana? — Si guardò intorno. — Sicuro, Jonny, tu lo sai, e lo sanno anche due o tre degli altri. Sarà meglio che ne parli un momento. Il sistema percettivo della rana, non soltanto l’occhio, filtra ed esclude ciò che non è importante. Se un insetto passa davanti all’occhio della rana, l’occhio lo percepisce, i nervi trasmettono l’informazione, il cervello reagisce ad essa, e la rana mangia l’insetto. Se, poniamo, una piccola foglia cade davanti alla rana, questa non la mangia. Non è che decide di non mangiarla. Non la vede. L’immagine si forma nell’occhio, certamente, ma l’informazione viene lasciata cadere prima che giunga al cervello. Il cervello non diviene mai conscio di quel che l’occhio ha visto, perché non è necessario. Per una rana non è importante sapere se ha di fronte una foglia o no.

Roger seguiva la conversazione con grande interesse, ma non ne capiva molto. — Ehi, un momento, — disse. — Io sono più complicato… Cioè, un uomo è molto più complicato di una rana. Come fai a stabilire ciò che io «devo» vedere?

— Gli elementi della sopravvivenza, Rog. Abbiamo ricavato moltissimi dati da Willy, e credo che ci riusciremo.

— Grazie. Vorrei però che ne fossi un po’ più sicuro.

— Oh, sono abbastanza sicuro, — disse Brad, con un gran sorriso. — Questa situazione non mi ha colto del tutto alla sprovvista.

Con la gola stretta e un filo di voce, Torraway chiese: — Vorresti dire che hai lasciato che Willy continuasse così e…

— No, Roger! Suvvia. Willy era anche amico mio. Pensavo che vi fosse un fattore di sicurezza sufficiente per tenerlo in vita. Mi ero sbagliato, e ne soffro almeno quanto te, Roger. Ma lo sapevamo tutti: c’era il rischio che i sistemi non funzionassero a dovere, e che avremmo dovuto fare dell’altro.

— Questo, — disse Griffin, in tono pesante, — non risultava in modo molto chiaro dai rapporti periodici. — Il vicedirettore fece per parlare, ma Griffin scosse il capo: — Ne riparleremo un’altra volta. Cosa mi stava dicendo adesso, Bradley? Ha intenzione di escludere parte delle informazioni?

— No, non escluderle. Mediarle. Tradurle in una forma che Roger possa assimilare.

— Ma Torraway ha fatto osservare che un uomo è più complicato di una rana. Lei ha mai fatto una cosa del genere con esseri umani?

Sorprendentemente, Brad sorrise soddisfatto: era pronto a rispondere. — Per la verità, sì. Circa sei anni fa, prima che io venissi qui… ero ancora uno studente laureato. Prendemmo quattro volontari e li condizionammo con il sistema di Pavlov. Facevamo lampeggiare una luce intensa davanti ai loro occhi, e contemporaneamente, facevamo suonare un campanello elettrico con trenta vibrazioni al secondo. Ebbene, naturalmente, quando ci proiettano una luce forte negli occhi, le nostre pupille si restringono. Non è l’effetto di un controllo conscio: è impossibile simulare un riflesso del genere. È una reazione alla luce, null’altro: solo una capacità evolutiva di proteggere l’occhio dalla luce solare diretta.

«Questo tipo di reazione, determinato dal sistema nervoso autonomo, è difficile da condizionare negli esseri umani. Però noi ci riuscimmo. E quando il riflesso si afferma, si radica saldamente. Dopo… mi pare dopo trecento prove per soggetto, il riflesso si fissò. Bastava far suonare il campanello, e le pupille dei soggetti si contraevano fino a diventare puntiformi. Riesce a seguirmi, fin qui?»

— Ricordo abbastanza bene i riflessi condizionati di Pavlov: li ho studiati all’università. Roba normale, — disse Griffin.

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