Perciò procedettero al test. Weidner aveva le labbra contratte, la fronte aggrondata. Andò tutto bene fino a quando cominciò ad andare molto male. Roger Torraway era molto lontano con la mente, quando udì il cyborg che lo chiamava. Entrò e si fermò, chiuso nella tuta con respiratore, sulla sabbia rossastra. — Cosa c’è, Willy? — domandò.
I grandi occhi di rubino si volsero verso di lui. — Non… non riesssco a vederti, Roger! — fece il cyborg con voce stridula. — Io… io…
Vacillò e cadde. Avvenne così in fretta che Roger non si mosse verso di lui fino a quando si sentì investire dal grande, tonante spostamento d’aria che lo sospinse, barcollante, verso la figura prona del mostro.
Dall’atmosfera corrispondente a quella di un’altitudine di 2500 metri, Don Kayman si precipitò disperatamente nella camera marziana. Non aveva perso tempo nel vano stagno, a compensare l’atmosfera. Aveva spalancato tutte e due le porte. Non era più uno scienziato. Era un prete: si lasciò cadere in ginocchio accanto alla forma contorta di ciò che era stato Willy Hartnett.
Roger rimase a guardare mentre Don Kayman sfiorava gli occhi di rubino, tracciava una croce sulla pelle sintetica, bisbigliando qualcosa che Roger non poteva udire. Non voleva udirlo. Sapeva ciò che stava accadendo.
Il primo candidato al ruolo di cyborg riceveva in quel momento l’estrema unzione sotto ai suoi occhi.
La prima riserva era Vic Freibart, tolto dall’elenco per ordine presidenziale.
La seconda riserva era Carl Mazzini, ed era fuori gioco a causa della gamba fratturata.
La terza riserva, e il nuovo campione, era lui.
CAPITOLO SESTO
UN MORTALE CON UNA PAURA MORTALE
Non è facile per un essere umano di carne e di sangue rassegnarsi all’idea che parte della sua carne sta per venire asportata e sostituita da acciaio, rame, argento, plastiche, alluminio e vetro. Ci accorgevamo benissimo che Torraway non si comportava in modo molto razionale. Uscì a precipizio dalla vasca marziana e percorse il corridoio, brancolando, come se avesse qualcosa di urgentissimo da fare. L’unica cosa urgente che aveva da fare era andarsene. Quel corridoio gli sembrava una trappola. Sentiva che non poteva sopportare che qualcuno gli si avvicinasse, dicendogli che gli dispiaceva per Willy Hartnett, o ricordandogli la sua nuova posizione. Passò davanti a una latrina, si fermò, si guardò intorno — nessuno lo osservava — ed entrò, fermandosi davanti all’orinatoio, con gli occhi vitrei fissi sul cromo lucido. Quando la porta si spalancò, Torraway si diede un gran daffare a riallacciarsi i calzoni e a far scorrere l’acqua, ma quello che era entrato era soltanto un giovane dattilografo che lo guardò senza curiosità e si diresse verso uno dei gabinetti.
Appena fuori dalla latrina, lo raggiunse il vicedirettore. — Brutta faccenda, — disse. — Immagino tu sappia che adesso tocca a te…
— Lo so, — disse Torraway, lieto che la sua voce suonasse così calma.
— Dobbiamo scoprire in fretta cos’è accaduto. Terrò una riunione nel mio ufficio, tra novanta minuti. Avremo i primi referti dell’autopsia. Voglio che ci sia anche tu.
Roger annuì, diede un’occhiata all’orologio da polso e se ne andò a passo fermo. La cosa più importante, lo sapeva, era continuare a muoversi come se fosse troppo indaffarato per interrompersi. Purtroppo, non riusciva a farsi venire in mente qualcosa che aveva da fare, o che poteva fingere di dover fare, per evitare ogni conversazione. No, ammise: non la conversazione. Tutti immaginavano che volesse tenersi in disparte, a pensare a se stesso. Non aveva paura. Non era furioso con il destino. Semplicemente, non era preparato a considerare le conseguenze personali della morte di Willy Hartnett, in quel momento…
Alzò la testa: qualcuno lo aveva chiamato.
Era John Freeling, l’assistente chirurgo per i sistemi percettivi, che cercava Brad.
— No, — disse Torraway, sollevato al pensiero di parlare di qualcosa che non era né la morte di Willy né il proprio futuro. — Non so dove sia. Mi pare sia uscito a pranzo.
— Due ore fa. Si troverà nei pasticci se non lo rintracciamo prima della riunione. Io non sono sicuro di poter rispondere a tutte le domande che mi verranno rivolte, e non posso andare a cercarlo: stanno per portare il cyborg nel mio laboratorio, e devo…
— Te lo scoverò io, — si affrettò a rispondere Torraway. — Lo chiamerò a casa.
— Ho già provato. Non c’è. E non ha lasciato un numero dove potessi cercarlo.
Torraway strizzò un occhio, con un improvviso senso di sollievo, felice di trovarsi alle prese con un problema che era in grado di risolvere. — Conosci Brad, — disse. — Dovresti ricordare che è una specie di gatto in amore. Te lo troverò io. — Prese l’ascensore, arrivò al piano degli uffici amministrativi, svoltò per un paio di corridoi e bussò alla porta con la scritta Statistiche amministrative.
La funzione della gente che lavorava dietro quella porta aveva pochissimo a che fare con le statistiche. La porta non si aprì subito: si schiuse soltanto uno spioncino, e un occhio azzurro lo guardò. — Sono il colonnello Torraway. È un caso d’emergenza.
— Un momento, — disse una voce femminile. Vi fu uno stridio metallico; la porta si aprì e Torraway entrò. Nella stanza c’erano altre quattro persone. Erano tutte in borghese e avevano l’aria scialba e comune, come dovevano. Ognuna aveva una scrivania all’antica, con il coperchio scorrevole, di un tipo che non ci si aspetta di vedere in un ufficio d’un ente spaziale. I coperchi potevano venire abbassati in modo da nascondere quello che c’era sulle scrivanie: e in quel momento, per l’appunto, erano abbassati.
— Si tratta del dottor Alexander Bradley, — disse Roger. — Deve assolutamente trovarsi qui fra un’ora e il suo reparto non riesce a trovarlo. Il comandante Hartnett è morto e…
La ragazza disse: — Sappiamo del comandante Hartnett. Vuole che le troviamo il dottor Bradley?
— No. Lo cercherò io. Ma immagino che voi possiate dirmi dove debbo cercarlo. So che ci sorvegliate tutti quanti, attività personali e tutto il resto. — Non strizzò l’occhio anche alla ragazza, ma nella propria voce sentì un tono quasi di complicità.
La ragazza lo guardò fisso per un istante. — Probabilmente sarà a…
— Zitta, — esclamò un uomo seduto alla scrivania dietro di lei, in tono sorprendentemente irritato.
Quella scosse il capo, senza guardarlo. — Provi al Chero-Strip Hover Hotel, — disse. — Di solito dà il nome di Beckwith. Le consiglio di telefonare. Ma forse sarebbe meglio che lo facessimo noi…
— Oh, no, — rispose disinvolto Torraway, deciso a riservare a sé quell’incombenza. — È molto importante che gli parli personalmente.
Il giovanotto disse in tono energico: — Dottor Torraway, le consiglio di lasciar fare a noi…
Ma Roger stava già uscendo a ritroso dalla porta, rivolgendo ai presenti un cenno del capo: non ascoltava più. Aveva deciso di non telefonare e di andare in macchina al motel. Era una buona ragione per uscire dal laboratorio, mentre riordinava i suoi pensieri.
Fuori dagli edifici ad aria condizionata del laboratorio, Tonka era diventata sempre più afosa. Il sole penetrava dal parabrezza azzurrato, riempiendo la macchina di Torraway di un calore che sfidava l’impianto di climatizzazione. Roger guidava con i comandi manuali, da inesperto, affrontando le curve in modo così goffo che le ruote slittavano. Il motel era alto quindici piani, tutto di vetro massiccio: sembrava riflettere su di lui la luce del sole, come i guerrieri di Archimede alla difesa di Siracusa. Provò un senso di sollievo quando uscì nel parcheggio sotterraneo e prese la scala mobile per salire nell’atrio.
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