Frederik Pohl - Uomo più

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Questo nuovo romanzo di Frederik Pohl ci presenta il primo tentativo di colonizzazione del pianeta Marte: non il Marte sognato dalla fantascienza di cinquant’anni fa, ma il Marte che oggi conosciamo attraverso i risultati trasmessi dalle sonde spaziali.
Il protagonista della colonizzazione è Uomo Più: l’uomo più gli ausili che gli possono offrire i computer, e il protagonista del romanzo è il primo di questi uomini. Macchine sofisticate collegate al suo corpo hanno sostituito i suoi organi con altri organi artificiali, ed egli è ora adatto a vivere nell’atmosfera rarefatta di Marte, a trarre dal sole l’energia che gli occorre. Ma i suoi ex simili, le persone umane normali, non lo riconoscono più come uno di loro, e Marte, considerato come un’avventura e un episodio, si rivela il suo esilio e la sua casa.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e Locus in 1977.

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Sun era molto più giovane — non aveva ancora quarant’anni — e nonostante tutto, si lasciava suggestionare dal rispetto per l’età del suo collega. C’era anche il fatto che Sun si trovava parecchi gradini più in basso del vecchio sulla scala sociale, sebbene fosse ovviamente un esponente in ascesa dell’ala tecno-industriale del Partito. Sun era appena tornato, dopo aver trascorso un anno a dirigere una squadra impegnata nei rilevamenti topografici del Gran Deserto Sabbioso. Non c’era soltanto sabbia. C’era anche terra… terra buona, coltivabile, fertile, cui mancavano solo pochi elementi in tracce e l’acqua. Sun aveva preparato le mappe della chimica del suolo di un milione di miglia quadrate. Unendo la carta di Sun e il grande acquedotto in salita di Sing, con le sue quattordici grandi batterie di pompe a energia nucleare, sarebbe stato possibile dare la vita a quel milione di miglia di deserto. Integrativi chimici + acqua distillata dal sole proveniente dalla costa lontana = dieci raccolti l’anno, con cui sfamare cento milioni di neoaustraliani appartenenti al ceppo etnico cinese.

Il progetto era stato studiato meticolosamente, e aveva un solo difetto. I vecchi neoaustraliani, discendenti dagli emigranti del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, non volevano che i nuovi neoaustraliani venissero lì a coltivare quella terra. La volevano loro. Quando Sun e Sing entrarono nel Danny’s Pizza Hut, sulla strada principale di Fitzroy Crossing, due vecchi neoaustraliani, uno dei quali si chiamava Koschanko e l’altro Gradechek, stavano uscendo dal bar, e purtroppo riconobbero Sing perché avevano visto la sua foto sul giornale. Corsero parole grosse. I cinesi riconobbero l’odore della birra rancida e pensarono che quella truculenza fosse dovuta esclusivamente all’ubriachezza. Cercarono di passare, e Koschanko e Gradechek li spinsero fuori, sulla strada. La bellicosità esplose, e il cranio novantenne di Sing Hsi-chin si spezzò contro una pietra del marciapiedi.

A questo punto, Sun tirò fuori una pistola che non era autorizzato a portare, sparò e uccise i due aggressori.

Era stata solo una zuffa tra ubriachi. La polizia di Fitzroy Crossing aveva dovuto occuparsi di migliaia di reati più sensazionali, e si sarebbe occupata anche di quello, se glielo avessero permesso. Ma la cosa non poteva finire lì, perché una delle cameriere del bar era anche lei una nuova neoaustraliana originaria del Honan: riconobbe Sun, scoprì chi era Sing, prese il telefono e chiamò l’ufficio dell’Agenzia Giornalistica Nuova Cina a Lagrange Mission, sulla costa, per riferire che uno dei più famosi scienziati cinesi era stato brutalmente assassinato.

Entro dieci minuti i satelliti avevano diffuso in tutto il mondo una versione non molto coerente ma molto colorita dei fatti.

Entro un’ora, la missione della Nuova Asia Popolare a Canberra aveva chiesto al ministro degli Esteri un appuntamento per consegnare una nota di protesta, dimostrazioni spontanee erano in corso a Shanghai, Saigon, Hiroshima e in altre dozzine di città asiatiche; e cinque o sei satelliti d’osservazione vennero dirottati dalle loro orbite per passare sopra l’Australia del Nord-Ovest e sui mari delle isole della Sonda. A due miglia dal porto di Melbourne una gran sagoma grigia emerse sulla superficie del mare e restò lì, senza trasmettere segnali e senza rispondere per più di una ventina di minuti. Poi comunicò di essere il sommergibile nucleare della Nuova Asia Popolare, L’oriente è rosso , in normale visita diplomatica in un porto amico. La comunicazione fu ricevuta appena in tempo perché venisse annullato l’ordine, impartito alla RAAF, di attaccare l’intruso sconosciuto: ma c’era mancato veramente poco.

Sotto Pueblo, nel Colorado, il presidente degli Stati Uniti fu destato dal suo sonnellino pomeridiano. Stava seduto sull’orlo del letto e sorseggiava disgustato una tazza di caffè, quando l’addetto ai collegamenti con il Dipartimento della Difesa entrò con un rapporto in mano e l’annuncio che era stato proclamato l’allarme rosso, secondo le disposizioni da tempo programmate dal North American Defense Command. Aveva già ricevuto i rapporti via satellite e un resoconto diretto da una missione militare che si trovava a Fitzroy Crossing: sapeva della comparsa del sommergibile L’oriente è rosso , ma non sapeva ancora che l’attacco aereo era stato annullato. Riassumendo le informazioni, disse al presidente: — Quindi adesso bisogna decidere, signore. Il NADCOM consiglia un lancio con possibilità di richiamo, entro cinquanta minuti.

Il presidente ringhiò: — Non sto bene. Cosa diavolo hanno messo in quella minestra? — Dash non era dell’umore più adatto per pensare alla Cina, in quel momento; aveva sognato un sondaggio privato sommando i giudizi «eccellente» e «passabile», mentre il 61 per cento aveva dichiarato che la sua amministrazione era «mediocre» o «molto insoddisfacente». Non era stato un sogno, però. Glielo avevano dimostrato le informazioni ricevute quel mattino.

Dash spinse via la tazza del caffè e pensò lugubramente alla decisione che ora doveva prendere. Lanciare missili contro le città principali della Nuova Asia Popolare era, in teoria, una scelta reversibile: i missili potevano venire resi innocui in qualunque momento, prima di piombare sul bersaglio, disattivati e fatti cadere in mare senza causare danni. Ma in pratica le postazioni della Nuova Asia Popolare avrebbero scoperto il lancio, e chi poteva sapere che cos’avrebbero fatto quei pazzi bastardi dei cinesi? Il presidente si sentiva il ventre straziato, come se fosse agli ultimi istanti di gravidanza, e aveva la sensazione di essere sul punto di vomitare. Il suo primo segretario disse, in tono di rimprovero: — Il dottor Stassen le aveva sconsigliato di mangiar cavoli, signore. Forse dovremmo dire al cuoco di non preparare più quella minestra.

Il presidente ribeccò: — Non voglio una predica proprio adesso. Sta bene, senta. Manterremo l’attuale stato di all’erta fino a quando darò io altri ordini. Niente lanci. Niente rappresaglie. Capito?

— Sì, signore, — disse l’uomo del dipartimento della Difesa in tono di rammarico. — Signore? Ho qui parecchie richieste specifiche, del NADCOM, del progetto Man Plus, dell’ammiraglio comandante dello SWEPAC…

— Mi ha sentito! Ho detto niente rappresaglie. Tutto il resto può procedere.

Il primo segretario spiegò più chiaramente: — La nostra posizione ufficiale, — disse, — è che questo incidente verificatosi in Australia è una questione interna, e non riguarda gli Stati Uniti. La nostra posizione non cambia. Teniamo tutto pronto, ma senza entrare in azione. È giusto, signor Presidente?

— È giusto, — disse Dash, fra i denti. — E adesso, se potete fare a meno di me per dieci minuti, devo andare al gabinetto.

Brad aveva pensato di telefonare per chiedere come andava la ricalibratura, ma gli piaceva troppo fare la doccia insieme a una donna: era così divertente insaponarsi a vicenda, e l’armamentario della stanza da bagno del Chero-Strip comprendeva sali, saponi che facevano tante bollicine e asciugamani meravigliosamente soffici. Erano le tre prima che Brad si decidesse a pensare di tornare al lavoro.

Ormai era troppo tardi. Weidner aveva tentato di ottenere il permesso di rinviare i test, ma il vicedirettore non aveva voluto prendersi la responsabilità e l’aveva scaricata su Washington: da Washington avevano consultato l’ufficio del presidente e avevano ricevuto questa risposta: — No, non potete, non potete assolutamente, ripeto, rinviare questo o altri test. — L’uomo che aveva dato questa risposta era il primo segretario del presidente, e stava guardando la proiezione del «rischio di guerra» sulla parete dello studio privato del suo superiore. E mentre rispondeva al telefono, l’ampia linea nera saliva ancora più nettamente verso la linea rossa.

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