Frederik Pohl - Uomo più

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Questo nuovo romanzo di Frederik Pohl ci presenta il primo tentativo di colonizzazione del pianeta Marte: non il Marte sognato dalla fantascienza di cinquant’anni fa, ma il Marte che oggi conosciamo attraverso i risultati trasmessi dalle sonde spaziali.
Il protagonista della colonizzazione è Uomo Più: l’uomo più gli ausili che gli possono offrire i computer, e il protagonista del romanzo è il primo di questi uomini. Macchine sofisticate collegate al suo corpo hanno sostituito i suoi organi con altri organi artificiali, ed egli è ora adatto a vivere nell’atmosfera rarefatta di Marte, a trarre dal sole l’energia che gli occorre. Ma i suoi ex simili, le persone umane normali, non lo riconoscono più come uno di loro, e Marte, considerato come un’avventura e un episodio, si rivela il suo esilio e la sua casa.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e Locus in 1977.

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— … non possiamo cambiare di nuovo la pelle, — stava dicendo lo specialista dermatologo. — C’è già il problema del peso. Se aggiungiamo altri attivatori-sensori, quel poveraccio avrà l’impressione di portare sempre addosso uno scafandro.

Sorprendentemente, dal monitor uscì un rombo. Il cyborg parlò: — E cossssa diiavolo credi che mi ssssembri, adesssso?

Un attimo di silenzio, mentre tutti i presenti ricordavano che stavano parlando di un essere umano vivente. Poi il dermatologo insistette. — A maggior ragione. Vorremmo renderla più sottile, semplificarla, ridurre il peso: non complicarla ancora.

Il vicedirettore alzò la mano. — Voi due mettetevi d’accordo, — ordinò ai contestatori. — Non dovete dire a me quello che non potete fare: sono io che dico a voi quello che dovete fare. Adesso a te. Brad. Cos’è questa storia dell’interruzione della vista?

Alex Bradley rispose gaiamente: — Tutto sotto controllo. Posso rimediare. Will, mi dispiace, ma questo significa un altro innesto. Ho capito cos’è che non va. È nel sistema di mediazione della retina: filtra le sequenze di troppo. Il sistema va bene, ma…

— Allora fai in modo che funzioni, — disse il vicedirettore, dando un’occhiata all’orologio. — E per le insufficienze delle comunicazioni?

— Ne parli con gli specialisti della respirazione, — rispose l’addetto agli impianti meccanici. — Se ci danno un po’ più d’aria, Hartnett potrà avere una specie di voce… I sistemi elettronici vanno benissimo, il guaio è che non hanno un mezzo in cui possano operare.

— Impossibile! — esclamò lo specialista dei polmoni. — Ormai ci avete lasciato soltanto cinquecento centimetri cubi di spazio! Hartnett consuma l’aria in dieci minuti. L’ho fatto esercitare un centinaio di volte per insegnargli a conservarla…

— E non è sufficiente che bisbigli? — chiese il vicedirettore. Poi, mentre l’esperto delle comunicazioni cominciava a snocciolare le curve delle reazioni alle frequenze, aggiunse: — Trova un sistema, chiaro? Tutto il resto sembra che vada bene. Ma non dormite sugli allori. — Chiuse gli appunti nella cartelletta di plastica e li consegnò al suo assistente. — Cioè, — riprese, — adesso siamo arrivati alla parte più importante.

Attese che gli altri si mettessero tranquilli. — Il presidente è venuto qui ieri sera perché è stato approvato un lancio. Amici, si avvicina il grande momento.

— Quando? — gridò una voce.

Il vicedirettore continuò: — Al più presto possibile. Dobbiamo completare il nostro lavoro… e voglio dire che dobbiamo completarlo sul serio, amici: mettere Hartnett in grado di dare prestazioni ottimali, in modo che possa vivere effettivamente su Marte, in tempo per la finestra di lancio del mese prossimo. E su Marte non ci sarà la possibilità di rispedirlo nei laboratori, se qualcosa va storto. Il lancio è fissato per le ore zero otto zero zero del dodici novembre. Quindi abbiamo a disposizione quarantatré giorni, ventidue ore e qualche minuto. Non di più.

Vi fu una pausa di un secondo, poi un brusio precipitoso di voci. Persino l’espressione del cyborg cambiò visibilmente, anche se nessuno avrebbe saputo dire se mostrava sgomento o euforia.

Il vicedirettore continuò: — E questo non è tutto. La data è stata fissata, non la si può cambiare, e dobbiamo essere pronti per allora. Adesso devo spiegarvi il perché. Luci, prego.

Le luci si abbassarono nella saletta e il vice del vice, senza aspettare un segnale, proiettò una diapositiva sulla parete di fondo, dove tutti potevano vederla, persino il cyborg nella sua cella lontana. Rappresentava un grafico quadrettato, con una larga linea nera che saliva diagonalmente verso una barra rossa. In alto, a vivaci lettere arancione, c’era la scritta: SEGRETISSIMO — USO ESCLUSIVAMENTE VISIVO.

— Permettetemi di spiegarvi di cosa si tratta, — disse il vicedirettore. — La diagonale nera è la risultante di ventidue indici e tendenze, che vanno dall’equilibrio monetario internazionale all’incidenza dei fastidi causati ai turisti americani dai funzionari governativi stranieri. La risultante dà la misura della probabilità di una guerra. La barra rossa in alto reca l’indicazione S.O., che significa «Scoppio delle Ostilità». Non rappresenta una certezza assoluta. Ma gli specialisti di statistica ci dicono che, quando si raggiunge il limite superiore, vi sono zero virgola nove probabilità di guerra entro sei ore: e come potete vedere, ci stiamo per l’appunto avvicinando.

Tutti i rumori erano cessati. Nella saletta regnava un silenzio di tomba. Finalmente una voce chiese: — Qual è la scala cronologica?

— I dati precedenti coprono trentacinque anni, — disse il vicedirettore. Ci fu qualche segno di sollievo: almeno lo spazio bianco in alto sarebbe stato raggiunto entro qualche mese, non dopo pochi minuti.

Poi Kathleen Doughty domandò: — Il grafico indica contro chi entreremo in guerra?

Il vicedirettore esitò, poi disse, cautamente: — No, questo non è incluso nel grafico, ma penso che ognuno di noi possa trarre le proprie deduzioni. Posso dirvi, ad esempio, quello che penso io. Se leggete i giornali, saprete che i comunisti cinesi hanno fatto un gran parlare delle meraviglie che potrebbero creare in fatto di produzione alimentare applicando le tecniche di coltivazione della provincia del Sinkiang al retroterra australiano. Beh, qualunque cosa sia disposto ad accettare quel branco di quisling di Canberra, sono sicuro che il nostro governo non permetterà che i cinesi invadano l’Australia. Almeno, se ci tiene ad avere ancora il mio voto. — Dopo un momento, aggiunse: — Questa è solo la mia opinione personale, espressa in via ufficiosa: non trascrivetela sulle minute della riunione. Non conosco l’opinione ufficiale, e se anche se la conoscessi non ve la confiderei. Io so soltanto ciò che sapete voi adesso. Le previsioni indicate dalla linea di tendenza sono decisamente brutte. Ora mostrano le probabilità di un’escalation nucleare molto rapida. Abbiamo anche la data. La curva, se continuerà così, porterà a zero virgola nove probabilità entro meno di sette anni.

«Il che significa, — aggiunse, — che se allora non avremo una colonia marziana capace di sopravvivere, forse non l’avremo mai più.»

Alexander Bradley, diplomato in scienze, ingegnere elettrotecnico, dottore in medicina, dottore in scienze, tenente colonnello dell’USMCR (in congedo). Mentre Bradley lasciava la conferenza e cambiava espressione, passando da quella preoccupata che aveva ostentato durante il briefing all’abituale, più naturale giovialità aperta che mostrava sempre al mondo, il cyborg si stava sottoponendo all’abbassamento di pressione per entrare nella vasca marziana. I suoi osservatori erano piuttosto preoccupati. Sebbene non potessero leggere alcuna emozione sulla sua faccia, potevano leggerla nel suo cuore, nella respirazione e nei segnali delle funzioni vitali trasmessi continuamente, e avevano l’impressione che si trovasse in uno stato piuttosto teso. Gli proposero di rimandare il test, ma il cyborg rifiutò irritato. — Non sssapete che c’è quasssi una guerra? — domandò in toni striduli quando ripresero a parlargli. Decisero di continuare i test, ma anche di ricontrollare il suo profilo psicologico non appena li avessero completati.

Quando Alexander Bradley aveva dieci anni aveva perduto il padre e l’occhio sinistro. La domenica dopo la Festa del Ringraziamento la famiglia stava tornando in macchina dalla chiesa. La temperatura era scesa. La rugiada mattutina si era gelata trasformandosi in una pellicola impalpabilmente sottile e viscida sulla strada. Il padre di Brad guidava con prudenza, ma c’erano altre macchine dietro, e macchine sull’altra corsia che venivano dalla direzione opposta; era costretto a mantenere una certa velocità, e rispondeva molto concisamente quando i familiari gli dicevano qualcosa. Era attento, ma forse non abbastanza. Quando avvenne l’incidente non poté fare nulla per evitarlo. A Brad, che sedeva davanti accanto al padre, parve che una station wagon avviata verso di loro a un centinaio di metri di distanza girasse, lentamente e con calma, come se svoltasse a sinistra. Ma lì non c’era una strada in cui poteva svoltare. Il padre di Brad premette il freno e lo tenne schiacciato. La loro macchina rallentò e slittò. E per qualche secondo, il ragazzo vide l’altra macchina slittare di traverso, venire verso di loro. Era un movimento lento e solenne e inevitabile. Nessuno disse nulla: né Brad, né suo padre, né sua madre che stava seduta dietro. Nessuno fece nulla: mantennero le loro pose, irrigiditi, come fossero attori in un quadro vivente della Commissione Nazionale del Traffico. Il padre stava muto e immoto al volante, a fissare l’altra macchina. Il guidatore dell’altra macchina teneva girata la testa verso di loro e li fissava ad occhi sbarrati, con aria interrogativa. Nessuno si mosse, prima dello scontro. Sebbene ci fosse il ghiaccio, l’attrito li faceva rallentare, e non potevano muoversi ad una velocità cumulativa superiore ai quaranta chilometri orari. Ma bastò. I due guidatori rimasero uccisi sul colpo: il padre di Brad trapassato dal piantone del volante, l’altro decapitato. Brad e sua madre, sebbene avessero le cinture di sicurezza, subirono fratture, ematomi e tagli e lesioni interne. La madre perse la mobilità del polso sinistro, il figlio perse un occhio.

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