Frederik Pohl - Uomo più

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Questo nuovo romanzo di Frederik Pohl ci presenta il primo tentativo di colonizzazione del pianeta Marte: non il Marte sognato dalla fantascienza di cinquant’anni fa, ma il Marte che oggi conosciamo attraverso i risultati trasmessi dalle sonde spaziali.
Il protagonista della colonizzazione è Uomo Più: l’uomo più gli ausili che gli possono offrire i computer, e il protagonista del romanzo è il primo di questi uomini. Macchine sofisticate collegate al suo corpo hanno sostituito i suoi organi con altri organi artificiali, ed egli è ora adatto a vivere nell’atmosfera rarefatta di Marte, a trarre dal sole l’energia che gli occorre. Ma i suoi ex simili, le persone umane normali, non lo riconoscono più come uno di loro, e Marte, considerato come un’avventura e un episodio, si rivela il suo esilio e la sua casa.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e Locus in 1977.

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— Già. A me non era neppure venuto in mente, — esclamò Roger, pieno d’ammirazione.

— Quindi non ti preoccupare. Non voglio che tu pensi a Brad. Con tutto ciò che sta per succedere, dobbiamo pensare a noi due!

Jonathan Freeling, dottore in medicina, membro del collegio americano di chirurgia, membro dell’Associazione Americana di Medicina Spaziale.

Jonny Freeling si occupava di medicina aerospaziale ormai da tanto tempo che aveva perduto l’abitudine di aver a che fare con i cadaveri. E soprattutto, non era abituato a fare l’autopsia ai cadaveri dei suoi amici. Del resto, di solito quando gli astronauti morivano, del loro corpo non restava niente. Se morivano nell’adempimento del loro dovere era molto improbabile che vi fossero autopsie; quelli che si perdevano nello spazio ci restavano, quelli che morivano più vicino alla Terra di solito si trasformavano in gas tra fiamme d’idrogeno e di ossigeno. In ogni caso, non restava nulla da mettere su un tavolo anatomico.

Era difficile rendersi conto che l’oggetto che stava sezionando era Willy Hartnett. Non era tanto un’autopsia quanto, per così dire, lo smontaggio di una carabina. Freeling aveva contribuito a mettere insieme quei pezzi… là gli elettrodi di platino, quei chips miniaturizzati nella scatola nera, lì; e adesso era venuto il momento di smontarli di nuovo. Però c’era sangue. Nonostante tutto, quando Willy era morto aveva ancora tanto, tanto sangue.

— Congelare e sezionare, — disse, consegnando un grumo di sostanza, su di una lastra di vetro, all’infermiera che lo prese con un cenno del capo. Era Clara Bly. Il suo grazioso visetto nero esprimeva tristezza, anche se era difficile capire, rifletté Freeling mentre estraeva uno sgocciolante filamento metallico che faceva parte dei circuiti visivi, se la tristezza era causata dalla morte del cyborg o dall’idea di dover rinunciare alla festa che Clara aveva in programma. Clara Bly se ne andava: si doveva sposare l’indomani. La sala rianimazione, proprio dietro quella porta, era ancora festonata di nastri e di fiori di carta crespata per la festa. Avevano chiesto a Freeling se dovevano sgombrarla per l’autopsia, ma ovviamente non era necessario: nessuno doveva venire rianimato in sala rianimazione.

Freeling alzò gli occhi verso l’assistente chirurgo, ritta nel posto che in una normale operazione sarebbe stato occupato dall’anestesista, e latrò: — Si sa ancora niente di Brad?

— È arrivato, — rispose quella.

E allora perché diavolo non viene qui? pensò Freeling, ma non disse nulla e si limitò ad annuire. Se non altro, era tornato. Qualunque guaio fosse scoppiato per quella faccenda, Freeling non avrebbe dovuto sopportarlo da solo.

Ma più frugava e sondava, e più si sentiva sconcertato. Dov’era il guaio? Che cosa aveva ucciso Hartnett? I componenti elettronici sembravano in perfetto ordine. Ogni volta che ne asportava uno, veniva portato immediatamente agli specialisti della strumentazione, che lo sottoponevano alle prove di banco. Nessun problema. E neppure la struttura fisica generale del cervello offriva una spiegazione immediata…

Era possibile che il cyborg fosse morto senza una causa?

Freeling si rialzò, accorgendosi di sudare sotto le luci caldissime: aspettava istintivamente che l’infermiera gli tergesse il sudore. L’infermiera non c’era: lo ricordò, e si asciugò la fronte con la manica. Poi riprese, separando e asportando delicatamente il sistema nervoso ottico… cioè quanto ne rimaneva: le sezioni principali erano sparite insieme agli occhi, ed erano state sostituite da parti elettroniche.

E poi vide.

Dapprima il sangue che filtrava sotto il corpus callosum. Poi, mentre sondava delicatamente, la guaina biancogrigia e viscida di un’arteria, con un gonfiore che era scoppiato. Un episodio cardiovascolare. Un colpo.

Freeling smise di lavorare. Il resto poteva venire sbrigato più tardi, o non venire sbrigato affatto. Forse sarebbe stato bene lasciare quanto rimaneva di Willy Hartnett nelle condizioni in cui si trovava. Ed era l’ora della riunione.

La sala delle conferenze serviva anche come biblioteca dell’infermeria, il che significava che quando c’era in corso una riunione, le ricerche sui testi venivano interrotte. Intorno al lungo tavolo c’erano sedie imbottite per quattordici persone: erano tutte occupate, e c’erano anche molti altri, sistemati alla meglio su sedie pieghevoli. Due posti erano vuoti: quelli di Brad e di Jon Freeling, assenti per un’ultima corsa in laboratorio per controllare i risultati di certi esami al microscopio, dicevano: in realtà Freeling teneva a informare il suo capo di quanto era accaduto mentre lui era «fuori a pranzo». Gli altri c’erano tutti. Don Kayman e Vic Samuelson (promosso al ruolo di riserva di Roger, e in apparenza tutt’altro che entusiasta dell’idea), Telly Ramez, lo psichiatra capo, tutti gli specialisti di fisiologia cardiovascolare intenti a borbottare tra di loro, gli alti papaveri dei settori amministrativi… e i due divi. Uno dei divi era Roger Torraway, seduto impacciato a capotavola, ad ascoltare con un sorriso raggelato le conversazioni altrui. L’altro divo era Jed Griffin, l’uomo di fiducia del presidente. Il suo titolo era solo capo assistente amministrativo del presidente, ma persino il vicedirettore lo trattava come se fosse il papa. — Possiamo incominciare quando crede, Mr. Griffin, — lo esortò il vicedirettore. La faccia di Griffin si contrasse in un sorriso: ma egli scosse il capo.

— Attendiamo che arrivino anche gli altri, — disse.

Quando arrivarono Brad e Freeling, tutte le conversazioni cessarono, come se qualcuno avesse tolto la corrente. — Adesso possiamo incominciare, — scattò Jed Griffin, e il suo tono preoccupato non sfuggì a nessuno dei presenti, che condividevano le sue ansie: — Voi non sapete, — disse, — quanto sia vicina la possibilità che questo progetto venga chiuso, e non parlo dell’anno o il mese prossimo, oppure che venga ridotto o ridimensionato. Finito.

Roger Torraway distolse lo sguardo da Brad e lo fissò su Griffin.

— Finito, — ripeté quello. — Liquidato.

Sembrava che dirlo fosse una soddisfazione per lui, pensò Torraway.

— E l’unica cosa che l’ha salvato, — continuò Griffin, — è stato questo. — Batté sul tavolo ovale un fascio ripiegato di nastro verdognolo da computer. — L’opinione pubblica americana vuole che il progetto continui.

Torraway si sentì stringere il cuore, e solo in quel momento capì quanto era stato pronto ed intenso il senso di speranza che l’aveva preceduto. Per un attimo, aveva avuto l’impressione che gli fosse giunta la grazia.

Il vicedirettore si schiarì la gola. — Mi era parso, — disse, — che i sondaggi dimostrassero una considerevole… uhm, una considerevole apatia nei confronti di quanto stavamo facendo.

— I risultati preliminari, sì, — annuì Griffin. — Ma quando sommate tutti i dati e li fate analizzare dal computer, ci si trova di fronte a una forte approvazione su scala nazionale. È vero. Significativo entro il valore di due sigma, mi pare che diciate voi. Il popolo vuole che un americano riesca a vivere su Marte.

— Tuttavia, — aggiunse ancora, — era così prima di questo ultimo fiasco. Dio sa cosa succederebbe se si risapesse. L’amministrazione non vuole un insuccesso da giustificare. Vuole un successo. Non posso dirvi quanto dipenda da questo programma.

Il vicedirettore si rivolse a Freeling. — Dottor Freeling? — fece. Freeling si alzò. — Willy Hartnett è morto di un colpo, — disse. — Il referto autoptico completo non è ancora stato copiato a macchina, ma ecco di cosa si tratta. Non vi sono tracce di deterioramento organico: alla sua età e nelle sue condizioni, non me lo aspettavo neppure. Quindi è stato un trauma. Una tensione eccessiva perché i vasi sanguigni del suo cervello potessero sopportarla. — Si fissò con aria meditabonda le punte delle dita. — Il resto è costituito da congetture, — disse, — ma è il meglio che io posso fare. Chiederò un consulto con Ripplinger della Facoltà di Medicina di Yale e Anford…

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