Ora H362 si considerava proprietario a tutti gli effetti del nostro mondo. E fece sapere alla Galassia che si riservava il diritto di prenderne possesso in un indeterminato momento futuro. Non appena ne sarebbe stato capace, cioè, in quanto a quell’epoca H362 non aveva ancora raggiunto lo stadio del volo interstellare. Da quel momento, però, H362 venne considerato il legale proprietario di ogni bene della Terra, in qualità di acquirente in occorso fallimento.
Come era chiaro a tutti, questo era il modo scelto da H362 per mantenere la sua promessa di “trasformare la Terra stessa in una gigantesca riserva”, come contrappasso dell’offesa inferta loro dalla nostra squadra di raccoglitori, tanto tempo prima.
Sulla Terra, la società del Terzo Ciclo si costituì lungo le direttive che ancora oggi mantiene, con la sua rigida stratificazione in Corporazioni. La minaccia di H362 venne presa seriamente, perché il nostro era un mondo avvilito che non poteva più farsi gioco di nessuna minaccia, per insignificante che fosse; una Corporazione di Vedette fu incaricata di scrutare i cieli alla ricerca di aggressori. Seguirono poi i Difensori e tutto il resto. In tanti piccoli modi mostrammo ancora le nostre antiche capacità d’immaginazione, soprattutto negli Anni della Magia, quando in un impulso di fantasia creammo la Corporazione degli Alati — una mutazione capace di trasmettere le sue caratteristiche ai discendenti — e inoltre una Corporazione di Nauti, parallela a essa, di cui oggi poco si ricorda, e parecchie altre varietà, inclusa l’imprevedibile e preoccupante Corporazione dei Diversi, le cui caratteristiche genetiche erano notevolmente instabili.
Le Vedette vigilarono. I Dominatori governarono. Gli Alati volteggiarono. La vita proseguì, anno dopo anno, in Eyrop e in Ais, in Stralya, in Afrik, nella manciata di isolette che costituivano gli unici resti dei Continenti Scomparsi di Usa-amrik e Sud-amrik. La promessa di H362 entrò a far parte della mitologia; ma noi rimanemmo vigili, in attesa. E sull’altro versante del cosmo i nostri nemici raccoglievano forza, fino a raggiungere in parte la potenza che era stata nostra nel Secondo Ciclo. E mai dimenticarono il giorno in cui i loro confratelli erano stati condotti prigionieri nelle nostre riserve.
In una notte di terrore erano giunti a noi. Ora essi sono i nostri padroni e hanno mantenuto la promessa, hanno fatto valere la rivendicazione.
Tutto questo, e molto altro, lo imparai frugando fra i serbatoi di conoscenze della Corporazione dei Ricordatori.
Nel frattempo, colui che era stato Principe di Roum abusava vergognosamente dell’ospitalità del nostro co-garante, il Ricordatore Elegro. Avrei dovuto accorgermene, perché conoscevo il Principe e i suoi modi meglio di chiunque altro a Perris. Ma ero troppo immerso negli archivi, a imparare il passato. Mentre esploravo i particolari degli archivi protoplasmatici e dei noduli rigenerativi del Secondo Ciclo, i suoi convogliatori di vento e i suoi stabilizzatori del flusso fotonico, il Principe Enric seduceva il Ricordatore Olmayne.
Come tante altre seduzioni, così credo che neppure quella abbia scatenato un grande conflitto di volontà. Olmayne era una donna sensuale, e il suo atteggiamento verso il marito era affettuoso ma condiscendente.
Considerava chiaramente Elegro un incapace, un pasticcione borioso. Elegro, la cui alterigia e il cui aspetto severo non nascondevano una interiore mancanza di fermezza, pareva davvero meritare il suo disprezzo. Non sta a me dare giudizi sul loro matrimonio, ma era evidente che la più forte era lei, e che lui non poteva affatto esserle alla pari.
E poi, perché Olmayne aveva subito accettato di avallare il nostro ingresso nella sua Corporazione?
Non certo per desiderio di una vecchia Vedetta stracciona. Doveva essere stato il desiderio di conoscere qualcosa di più sul conto di quello strano, imperioso Pellegrino cieco che accompagnava la Vedetta. Fin dal primo momento, dunque, Olmayne doveva essersi sentita attratta dal Principe Enric; e a lui, naturalmente, non erano certo occorsi molti incoraggiamenti per accettare il dono che gli veniva offerto.
Forse erano divenuti amanti fin dal giorno del nostro arrivo al Collegio dei Ricordatori.
Io me ne andavo per la mia strada, ed Elegro per la sua, e Olmayne e il Principe per la loro, e l’estate cedette il passo all’autunno e l’autunno all’inverno. Scavavo fra le registrazioni con impazienza furiosa. Mai prima d’allora avevo conosciuto una simile partecipazione, una curiosità così intensa. Senza neppure la visita a Jorslem, mi sentivo rinnovato. Vedevo pochissimo il Principe, e i nostri incontri erano generalmente silenziosi: non spettava a me interrogarlo sulle sue azioni, e lui non provava desiderio di darmi spontaneamente delle spiegazioni.
A volte pensavo alla mia vita precedente, ai miei viaggi per il mondo e ad Avluela, l’Alata, che ora, immaginavo, era la consorte di uno dei conquistatori. Chissà come si faceva chiamare il falso Diverso Gormon, adesso che aveva abbandonato il travestimento e si era fatto riconoscere per un abitante di H362? Forse Re della Terra Nove? Signore dell’Oceano Cinque? Superiore all’Uomo Tre? Immaginavo anche che, ovunque si trovasse, dovesse essere più che soddisfatto per il totale successo della conquista.
Verso la fine dell’inverno venni a conoscenza della tresca fra il Ricordatore Olmayne e il Principe Enric di Roum. Dapprima colsi i pettegolezzi che si sussurravano nei quartieri degli apprendisti; poi notai i sorrisi sul volto di altri Ricordatori quando Elegro e Olmayne erano presenti; infine, osservai il comportamento che il Principe e Olmayne tenevano fra di loro. Era ovvio. Quello sfiorarsi di mani, quel sussurrarsi battute maliziose e frasi segrete… che altro potevano significare?
Fra i Ricordatori il voto di matrimonio è considerato come un impegno solenne. Come fra gli Alati, il matrimonio dura per tutta la vita, e certo non si pensa che uno dei coniugi possa ingannare l’altro come faceva Olmayne. Quando poi il matrimonio è fra due Ricordatori — come di solito si verifica nella Corporazione, con qualche eccezione — l’unione è ancor più sacra.
Come si sarebbe vendicato Elegro, quando, prima o poi, ne sarebbe venuto a conoscenza?
Mi accadde di essere presente quando infine la situazione si cristallizzò in aperto conflitto. Era una sera di primavera appena iniziata. Avevo lavorato a lungo e faticosamente nei più profondi pozzi dei serbatoi memoria, portando alla luce informazioni di cui nessuno s’era più occupato da che esse erano state immagazzinate; ora camminavo nel lucore della notte perrisiana con la mente affollata di immagini confuse, per prendere un po’ di aria fresca. Passeggiai lungo la Senn e fui accostato dall’agente di una Sonnambula, che offrì di vendermi un’occhiata nel mondo dei sogni. Incappai in un Pellegrino solitario intento alle sue devozioni dinanzi a un tempiale di carne. Ammirai un paio di giovani Alati in volo, e mi sfuggì qualche lagrima di autocommiserazione. Fui fermato da un turista alieno che portava una maschera respiratoria e una tunica ingioiellata; accostò il rosso viso bucherellato al mio, ed esalò allucinazioni nelle mie narici. Infine feci ritorno al Collegio dei Ricordatori e mi diressi all’appartamento dei miei garanti per rendere loro omaggio prima di ritirarmi per la notte.
C’erano Olmayne ed Elegro. E c’era pure il Principe Enric. Olmayne mi fece entrare con il rapido gesto di un dito, ma, dopo quello, non mostrò di accorgersi della mia presenza, né lo mostrarono gli altri. Elegro stava misurando la stanza con passi furiosi, e pestava i piedi con tanta forza che i delicati tessuti viventi del tappeto arricciavano i petali avanti e indietro, gravemente turbati. — Un Pellegrino! — gridava Elegro. — Se fosse stato, che so, un qualche rifiuto di Venditore, sarebbe stato solo umiliante. Ma un Pellegrino! Diventa un fatto mostruoso!
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