Robert Silverberg - Ali della notte

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Ali della notte: краткое содержание, описание и аннотация

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In una Terra del lontano futuro una spaventosa catastrofe ecologica ha provocato lo sprofondamento delle Americhe e la decadenza della potenza terrestre nello spazio. La società del Terzo Ciclo si è strutturata in corporazioni feudali ed attende l’arrivo degli invasori, gli alieni che hanno salvato l’umanità dall’estinzione e che verranno a reclamare il possesso del pianeta.
Quando l’invasione arriva le misere forze della Terra vengono sconfitte, e gli invasori occupano con facilità quello che considerano un loro dominio.
L’affascinante vicenda si svolge in tre città, Roum (Roma), Perris (Parigi) e Jorslem (Gerusalemme), seguendo le avventure e gli incontri di Tomis, una Vedetta il cui lavoro, proiettare la mente negli spazi per avvertire dell’arrivo degli invasori, diventerà senza senso dopo l’invasione.
La rottura dell’equilibrio della società feudale porterà gli uomini a stabilire nuovi rapporti umani e ad incrementare i loro poteri mentali, sino ad arrivare a dominare gli invasori, che non verranno combattuti con le armi ma con l’amore e la fratellanza, contribuendo a formare una società di impensabile ricchezza.
Un romanzo leggibile su più livelli e pieno di idee, un premio Hugo più che meritato.

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12

Concluso quel primo periodo orientativo, mi vennero assegnati incarichi banali. Per lo più, dovevo svolgere compiti che in passato sarebbero spettati a una macchina; per esempio, sorvegliare le linee di alimentazione che portavano sostanze nutritizie alle custodie dei cervelli dei serbatoi memoria. Per varie ore al giorno camminavo nello stretto corridoio dei pannelli d’ispezione, alla ricerca di ostruzioni in linea. Quando una linea si bloccava, le pressioni lungo il tubo afferente, illuminato da una speciale luce polarizzata, formavano una configurazione perfettamente rilevabile dal sorvegliante. Svolsi così il mio umile servigio, scovando di tanto in tanto qualche linea inceppata, e feci gli altri piccoli lavori adatti alla mia condizione di apprendista.

Tuttavia, avevo anche la possibilità di proseguire le mie ricerche personali fra i passati avvenimenti del mio pianeta.

A volte, il valore delle cose s’impara solo dopo averle perdute. Per tutta la vita avevo servito come Vedetta, con lo scopo di dare in tempo l’allarme della promessa invasione, ma non mi ero mai chiesto chi poteva volerci invadere, o perché. Per tutta la vita avevo vagamente saputo che la Terra aveva conosciuto giorni più gloriosi di quelli del Terzo Ciclo in cui ero nato io, eppure non avevo mai cercato di sapere l’esatta natura di quei giorni, e neppure i motivi della nostra attuale decadenza. Solo quando le astronavi degli invasori erano sbocciate nel cielo, solo allora avevo provato improvvisamente il desiderio di conoscere quel passato perduto. E ora io, il più anziano degli apprendisti, io, Tomis dei Ricordatori, frugai fra gli archivi del tempo scomparso.

Ogni cittadino ha il diritto di accedere a una cuffia pensante pubblica e di chiedere ai Ricordatori informazioni su qualsiasi argomento. Nulla viene tenuto celato. Ma i Ricordatori non corrono spontaneamente a offrire le loro notizie; bisogna sapere come chiedere, vale a dire bisogna sapere cosa chiedere. Pezzo a pezzo, si devono andare a cercare le informazioni che interessano. Una simile procedura è utile, ad esempio, per chi voglia conoscere le variazioni climatiche secolari in Agupt, oppure i sintomi del mal cristallino, o i privilegi di una Corporazione specifica; ma è del tutto inutile a chi desideri risposta a informazioni molto più generali. Si dovrebbero richiedere mille informazioni solo per iniziare. La spesa sarebbe enorme; pochi se ne occuperebbero.

Come apprendista Ricordatore, io avevo libero accesso a tutte le informazioni. Ma, oltre a ciò, avevo accesso agli indici di classificazione. La Corporazione dei Classificatori è inferiore a quella dei Ricordatori, una Corporazione ausiliaria, di sgobboni che registrano e dispongono in ordine cose che il più delle volte non capiscono nemmeno. Il risultato delle loro fatiche va a beneficio della Corporazione più grande, ma i loro indici non sono accessibili a tutti. Senza di essi non sarebbe possibile affrontare i problemi della ricerca.

Non starò a riferire i vari stadi da me attraversati prima di giungere a sapere quanto ora so, le ore trascorse a vagare in corridoi labirintici, i secchi rifiuti, i dubbi, il martellare nel cervello. Io, sciocco apprendista, ero alla mercé di ogni burlone, e parecchi compagni apprendisti, perfino un paio di membri della Corporazione, mi indirizzarono lungo strade sbagliate per il puro gusto di farlo. Ma presto imparai quali vie seguire, come costruire le domande in serie, come seguire un sentiero di riferimenti bibliografici, sempre più avanti, finché la luce della verità non trapelava da uno di essi. Con insistenza, più che con grande intelligenza, estrassi dagli archivi dei Ricordatori un coerente racconto della caduta dell’uomo.

Eccolo:

Ci fu un tempo, nelle ere passate, nel quale la vita sulla Terra era brutale e primitiva. A questo tempo abbiamo dato il nome di Primo Ciclo. Non parlo del periodo che precedette la civiltà, quello dei bruti pelosi e dei grugniti, delle caverne e degli utensili di pietra. Noi poniamo l’inizio del Primo Ciclo a quando l’uomo imparò per la prima volta a conservare le informazioni e a dominare l’ambiente. Ciò avvenne in Agupt e Sumir. Secondo i nostri calcoli, il Primo Ciclo ebbe inizio 40.000 anni fa… tuttavia, non siamo certi della sua effettiva durata secondo i suoi anni, poiché la durata dell’anno cambiò alla fine del Secondo Ciclo, e finora non siamo riusciti a determinare quanto tempo impiegasse il nostro mondo, nelle ere precedenti, a percorrere l’orbita intorno al sole. Un tempo maggiore di quello odierno, probabilmente.

Il Primo Ciclo fu il periodo della Roum Imperiale e della prima fioritura di Jorslem. L’Eyrop rimase selvaggia ancora per lungo tempo quando già l’Ais e parte dell’Afrik erano civili. A ovest, due grossi continenti occupavano gran parte dell’Oceano Terrestre, e anch’essi erano abitati da selvaggi.

È evidente che in questo Ciclo l’umanità non aveva alcun contatto con altri mondi o con le stelle. Una tale solitudine è difficile da comprendere; eppure era proprio così. L’umanità non conosceva altro modo di produrre la luce che il fuoco; non poteva curare i propri mali; la vita non aveva possibilità di rinnovamento. Fu un’epoca priva di comodità, un’epoca grigia, dura nella sua semplicità. La morte giungeva presto; si aveva appena il tempo di mettere al mondo qualche figlio e già si era costretti a lasciarlo. Si viveva in preda alla paura, e perlopiù non alla paura di cose reali.

La mente si ritrae, dinanzi a un’èra simile; eppure fu proprio durante il Primo Ciclo che vennero fondate città meravigliose… Roum, Perris, Aten, Jorslem… e vennero compiute splendide gesta. Si prova un reverenziale timore a pensare a questi nostri antenati che, puzzolenti (certamente), ignoranti, privi di macchine, furono pur tuttavia capaci di affrontare il loro universo e perfino, in un certo grado, di dominarlo.

Guerre e affanni furono una costante per l’intero Primo Ciclo. Distruzione e creazione erano quasi simultanee. Le fiamme divoravano le più gloriose città dell’uomo. Il caos minacciava in ogni momento di sopraffare l’ordine. Come aveva potuto l’uomo sopportare simili condizioni di vita per migliaia di anni?

Verso la fine del Primo Ciclo molti primitivismi vennero superati. Finalmente l’uomo riuscì a disporre di certe fonti di energia; fu allora che iniziarono trasporti veri; le comunicazioni a grande distanza divennero possibili; molte invenzioni trasformarono in breve il volto del mondo. E anche le capacità belliche si tennero al passo con gli altri progressi tecnologici; ma la catastrofe finale fu sempre evitata, anche se diverse volte parve sul punto di scoppiare. Fu durante questa fase finale del Ciclo che i Continenti Scomparsi vennero colonizzati, oltre alla Stralya, e che si ebbero i primi contatti con i vicini pianeti del nostro sistema solare.

La transizione dal Primo al Secondo Ciclo è stata arbitrariamente fissata al momento in cui l’uomo incontrò per la prima volta altre creature intelligenti del cosmo. Ciò, dicono i Ricordatori, si verificò meno di cinquanta generazioni da che i popoli del Primo Ciclo erano giunti a dominare l’energia elettronica e nucleare. Così noi oggi possiamo correttamente affermare che gli antichi popoli della Terra caddero quasi a capofitto dalla loro vita selvaggia ai primi contatti galattici… o meglio, che essi superarono quel golfo con pochi rapidi passi.

Anche questo è motivo d’orgoglio. Perché se il Primo Ciclo fu grande nonostante i suoi freni, il Secondo Ciclo non conobbe freni e creò miracoli.

In quell’epoca l’umanità si allargò fra le stelle, e le stelle vennero all’umanità. La Terra era un mercato per le merci di ogni mondo. Le meraviglie erano cosa comune. Si poteva vivere per centinaia di anni; occhi, cuore, polmoni, reni, tutto veniva sostituito con la stessa facilità di un paio di scarpe; l’aria era pura, nessuno era affamato, la guerra era un ricordo dimenticato. Macchine di ogni genere servivano l’uomo. Ma le macchine non erano sufficienti, e così le genti del Secondo Ciclo allevarono uomini che erano macchine, o macchine che erano uomini: creature che geneticamente erano umane, ma nate artificialmente e trattate con farmaci che impedivano l’accumulo permanente dei ricordi. Queste creature, analoghe ai nostri neutri, erano in grado di svolgere con efficienza i lavori della giornata, ma la loro mente non riusciva a costruire quel corpo permanente di ricordi, esperienze, speranze e conoscenze che costituisce il marchio dell’anima umana. Milioni di questi individui non del tutto umani svolgevano i più noiosi lavori di ogni giorno, permettendo agli altri una vita di brillante soddisfazione. Dopo la creazione dei subumani venne la creazione dei superanimali, i quali, grazie a manipolazioni biochimiche del cervello, erano capaci di portare a termine incarichi un tempo impossibili alla loro specie: cani, gatti, topi e mucche vennero reclutati nelle schiere operaie, mentre certe specie di scimmie svolgevano compiti in precedenza riservati agli esseri umani. Attraverso questo sfruttamento di tutte le potenzialità dell’ambiente, l’uomo creò un paradiso sulla Terra.

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