— Impossibile! Non esiste un tale documento!
Dalla veemenza della reazione dell’invasore seppi di averlo colpito in un punto vulnerabile.
Egli proseguì: — Abbiamo frugato con ogni attenzione nei vostri archivi. Esiste una sola registrazione di vita nelle riserve, e non mostra la nostra gente, bensì una razza piramidiforme, non umanoide, probabilmente di uno dei mondi dell’Ancora.
— L’ho vista — dissi. — Ce ne sono altre. Ho passato molte ore in quella ricerca, allo scopo di conoscere le nostre passate ingiustizie.
— Gli indici…
— …possono anche essere incompleti. Ho trovato questa registrazione soltanto per caso. I Ricordatori stessi non sanno di averla. E io vi guiderò a essa… se acconsentite a non recare alcun danno al Principe di Roum.
Il Procuratore rimase in silenzio per un istante. Infine disse: — Mi rendi perplesso. Non riesco a decidere se sei un farabutto o un uomo altamente virtuoso.
— Conosco la vera lealtà.
— Però, tradire i segreti della tua Corporazione.
— Io non sono un Ricordatore, soltanto un apprendista; e prima ancora ero Vedetta. Non voglio che facciate del male al Principe solo perche così desidera uno sciocco, che si è fatto fare becco. Il Principe è nelle sue mani; solo voi potete ottenere la sua liberazione ora. E perciò vi devo offrire quel documento.
— Che i Ricordatori hanno accuratamente cancellato dagli indici, per non farlo cadere in mano nostra.
— Che i Ricordatori, per trascuratezza, hanno messo fuori posto e poi dimenticato.
— Ne dubito — disse Governatore dell’Uomo Sette. — Non sono affatto trascurati. Quella registrazione l’hanno nascosta; e tu, consegnandola a noi, non tradisci il tuo mondo? Non diventi un collaboratore dell’odiato nemico?
Sospirai. — Ciò che mi interessa è la libertà del Principe di Roum. Altri fini e altri mezzi non m’interessano. Saprete dove si trova quel documento in cambio della vostra assicurazione che il Principe sarà amnistiato.
L’invasore fece sfoggio di quel che doveva essere il suo sorriso. — Non è nei nostri interessi permettere che membri della Corporazione dei Dominatori restino in libertà. La tua posizione è alquanto precaria, non ti pare? Potrei estrarre con forza dalla tua memoria la collocazione di quel documento… e tenermi anche il Principe.
— Potreste farlo — convenni. — È un rischio che corro. Ma suppongo che un popolo venuto a vendicare un crimine antico possegga un certo senso dell’onore. Io sono nelle vostre mani, e la collocazione del documento è nella mia mente, pronta a essere estratta con la forza, se così volete.
Ora l’invasore rideva con inconfondibile mostra di buon umore.
— Attendi un istante — mi disse. Mormorò alcune parole nella sua lingua madre in un dispositivo ambrato, e quasi subito un secondo membro della sua specie entrò nella stanza. Lo riconobbi all’istante, benché ora gli mancasse parte dello sgargiante travestimento indossato quando viaggiava con me come Gormon, il falso Diverso. Mi offrì l’ambiguo sorriso della sua razza e disse: — Vi saluto, Vedetta.
— Il mio saluto a voi, Gormon.
— Il mio nome è ora Vittorioso Tredici.
— Ora mi chiamo Tomis dei Ricordatori — dissi io.
Governatore dell’Uomo Sette intervenne: — Quand’è che voi due siete diventati amici?
— All’epoca della conquista — disse Vittorioso Tredici. — Mentre svolgevo i miei compiti di esploratore in avanscoperta, incontrai quest’uomo in Talya e viaggiai con lui fino a Roum. Ma in realtà fummo solo compagni, non amici.
Tremai. — Dov’è l’Alata Avluela?
— A Pars, credo — rispose lui con fare disinvolto. — Diceva spesso di voler tornare a Ind, il luogo d’origine della sua gente.
— Allora l’avete amata solo per un poco?
— Eravamo più compagni che amanti — disse l’invasore. — Per noi fu solo una cosa passeggera.
— Per voi, forse — dissi.
— Per entrambi.
— E per questa cosa passeggera rubaste a un uomo gli occhi?
Colui che era stato Gormon scrollò le spalle. — Lo feci per dare a un superbo una lezione di orgoglio.
— A quel tempo diceste che il vostro motivo era la gelosia — gli ricordai. — Pretendeste di agire per amore.
Vittorioso Tredici parve perdere ogni interesse a me. Chiese a Governatore dell’Uomo Sette: — Perché quest’uomo è qui? Perché mi hai chiamato?
— Il Principe di Roum è a Perris — disse l’altro invasore.
Vittorioso Tredici si mostrò bruscamente sorpreso.
Governatore dell’Uomo Sette proseguì: — È prigioniero dei Ricordatori. Quest’uomo ci offre uno strano scambio. Tu conosci il Principe meglio di tutti noi; ti chiedo consiglio.
Il Procuratore tracciò brevemente la situazione. Colui che era stato Gormon ascoltò pensieroso, senza dire una sola parola. Infine, Governatore dell’Uomo Sette disse: — Il problema è questo: daremo amnistia a questo Dominatore proscritto?
— È cieco — disse Vittorioso Tredici. — Ogni suo potere è svanito. I suoi seguaci sono dispersi. Forse il suo spirito è sempre indomito, ma per noi non rappresenta più un pericolo. Consiglio di accettare lo scambio.
— Esentare un Dominatore dall’arresto presenta diversi rischi amministrativi — fece notare Governatore dell’Uomo Sette. — Comunque, anch’io sono d’accordo. Accettiamo lo scambio. — E a me: — Dacci la collocazione del documento che cerchiamo.
— Prima disponete la liberazione del Principe di Roum — replicai con calma.
Entrambi gli invasori si mostrarono divertiti. — Abbastanza giusto — disse Governatore dell’Uomo Sette. — Ma ascolta: come possiamo essere certi che manterrai la tua parola? Durante l’ora che ci servirà per liberare il Principe, potrebbe accaderti qualsiasi cosa.
— Un suggerimento — intervenne Vittorioso Tredici. — Non è tanto una questione di sfiducia quanto di calcolare i tempi. Tomis, perché non registrate la collocazione del documento su un cubo a ritardo di sei ore? Noi prepareremo il cubo in modo che ceda l’informazione solo se entro sei ore il Principe in persona, e nessun altro, gli ordinerà di farlo. Se non avremo trovato e liberato il Principe entro le sei ore, il cubo si distruggerà. E se noi libereremo il Principe, il cubo ci darà l’informazione anche se, tanto per fare un’ipotesi, vi dovesse capitare qualcosa in quell’intervallo.
— Considerate davvero ogni eventualità… — gli dissi.
— Allora, d’accordo? — chiese Governatore dell’Uomo Sette.
— D’accordo — dissi io.
Mi portarono un cubo e mi sistemarono sotto uno schermo protettivo mentre trascrivevo sulla lucida superficie il numero dello scaffale e la formula sequenziale per identificare il documento che avevo ritrovato. Passarono alcuni secondi; il cubo si rovesciò e l’informazione svanì nel suo nucleo opaco. Lo porsi agli invasori.
Fu così che consumai il tradimento verso la mia eredità di Terrestre offrendo i miei servigi ai conquistatori: tutto per essere fedele a un Principe accecato che rubava le mogli altrui.
Ormai l’alba era spuntata. Non accompagnai gli invasori al Collegio dei Ricordatori; non era affar mio controllare gli eventi complessi che stavano per avvenire; preferivo tenermene lontano. Cadeva una fine acquerugiola quando mi avviai per le strade grigie che costeggiavano la scura Senn. Il fiume immutabile, dalla superficie punteggiata di pioggia, scorreva indefatigabilmente contro gli antichi archi di pietra del Primo Ciclo: ponti che univano tra loro millenni innumerevoli, sopravvissuti di un’era nella quale gli unici problemi dell’umanità erano quelli che l’umanità si procurava da sola. Il mattino ingoiò la città. Per un riflesso antico, inestirpabile, cercai gli strumenti per compiere la Vigilanza, e dovetti ricordarmi con uno sforzo che ormai queste cose appartenevano al passato. Le Vedette si erano sciolte, il nemico era giunto, e il vecchio Wuellig, ora Tomis dei Ricordatori, si era venduto agli antichi nemici dell’umanità.
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