— Devo fare il vostro nome?
— Se necessario. Potete dire che il Principe è tenuto prigioniero nel mio appartamento con l’aiuto di mia moglie.
Quasi scoppiai a ridere a quelle parole. Ma rimasi serio dinanzi a quel codardo Ricordatore che non osava neppure andare di persona a denunciare l’uomo che l’aveva fatto becco.
— Alla fine — dissi — il Principe verrà a sapere cosa abbiamo fatto. Vi sembra giusto chiedermi di tradire l’uomo che mi è stato compagno per tanti mesi?
— Qui non si tratta di tradimento, bensì dei nostri doveri verso il governo.
— Io non mi riconosco nessun dovere verso questo governo. La mia fedeltà va alla Corporazione dei Dominatori. È per questo che ho assistito il Principe di Roum quando si trovava in pericolo.
— Per quanto avete fatto — disse Elegro — i conquistatori potrebbero togliervi la vita. L’unico modo per farvi perdonare consiste nell’ammettere il vostro errore e nel cooperare al suo arresto. Andate. Subito.
Nella mia lunga esistenza ne ho dovute sopportare tante, ma mai ho disprezzato qualcuno con la violenza con cui disprezzavo Elegro in quel momento.
Eppure avevo poche scelte, e nessuna di quelle scelte era gradevole. Elegro voleva che il suo offensore fosse punito, ma gli mancava il coraggio di denunciarlo di persona; perciò toccava a me consegnare alle autorità un uomo che avevo protetto e assistito, e verso il quale mi sentivo una certa responsabilità. Se rifiutavo, forte Elegro avrebbe consegnato anche me agli invasori come complice nella fuga del Principe da Roum; oppure si sarebbe vendicato su di me nell’ambito della Corporazione dei Ricordatori. E se obbedivo a Elegro, mi sarebbe rimasta per sempre una macchia sulla coscienza; inoltre, nel caso che i Dominatori riprendessero il potere, avrei dovuto rispondere di parecchie cose.
Mentre soppesavo le possibilità, maledissi tre volte la moglie infedele di Elegro e il suo invertebrato consorte.
Esitai ancora un po’. Elegro cercò ancora di convincermi, minacciando di accusarmi davanti alla Corporazione di essermi accostato illegalmente ad archivi segreti e di avere introdotto nei confini della Corporazione un fuggiasco proscritto. Minacciò di impedire per sempre l’accesso a ogni fonte di informazioni. Parlò in termini vaghi di vendetta.
Alla fine gli dissi che sarei andato al comando degli invasori per fare ciò che voleva. Avevo nel frattempo concepito un tradimento che speravo avrebbe cancellato quello che Elegro mi costringeva a commettere.
L’alba era ormai prossima quando lasciai l’edificio. L’aria era dolce e leggera; una bassa foschia pendeva sulle strade di Perris, conferendo loro un gentile luccichio. Nessuna luna era visibile. Per quelle vìe deserte mi sentivo poco sicuro, benché mi ripetessi che nessuno si sarebbe dato pena di fare del male a un anziano Ricordatore; ma ero armato solo di una piccola lama, e temevo i banditi.
Il mio itinerario passava per buona parte su uno dei cavalcavia pedonali. Feci piuttosto in fretta la ripida salita, ma quando ebbi raggiunto il livello superiore mi sentii più sicuro, perché lì in alto erano dislocate pattuglie a brevi intervalli e c’erano anche altri nottambuli. Oltrepassai una figura spettrale vestita di un abito in raso bianco fra le cui pieghe facevano capolino lineamenti alieni: un avatara, spettrale abitante di un pianeta del Toro dove la reincarnazione è cosa comune e nessuno va in giro nel proprio corpo originale. Superai tre creature femminili di un pianeta del Cigno, che ridacchiarono al mio apparire e mi chiesero se avessi visto qualche maschio della loro specie, poiché l’epoca degli accoppiamenti era prossima. Superai un paio di Diversi che mi squadrarono attentamente, decisero che non avevo con me nulla che valesse la pena di rubare e proseguirono, ridacchiando tra le giogaie pezzate e le macchie radianti luminose come fari.
Infine giunsi al tozzo edificio ottagonale occupato dal Procuratore di Perris.
Non era custodito con grande spiegamento di forze. Gli invasori sembravano sicuri della nostra incapacità di scatenare un contrattacco, e con tutta probabilità erano nel vero; un pianeta che si fa conquistare fra la notte e l’alba non può certo offrire una resistenza preoccupante, in seguito. Intorno al palazzo si levava il debole luccichio di un analizzatore protettivo. Nell’aria un pizzicore di ozono. Nell’ampia piazza davanti all’edificio, alcuni Mercanti stavano sistemando le loro mercanzie per il mattino; vidi barili di spezie scaricati da muscolosi Servitori, e scure forme di salsicce trasportate da file di neutri. Feci un passo oltre il raggio dell’analizzatore e spuntò un invasore per darmi il chi va là.
Spiegai che portavo importanti notizie per il Governatore dell’Uomo Sette; entro brevissimo tempo, passando per una serie incredibilmente breve d’intermediari, fui ammesso alla presenza del Procuratore.
L’invasore aveva arredato il suo ufficio con semplicità ma con evidente buon gusto. Era adorno di oggetti di produzione esclusivamente terrestre: un arazzo tessuto in Afrik, due boccali di alabastro dell’antico Agupt, una statuetta in marmo che poteva risalire ai primi imperi di Roum, e un nero vaso talyano dentro il quale languivano alcuni fiori della morte appassiti. Quando entrai, l’invasore sembrava occupato a leggere vari cubomessaggi; da quel che avevo sentito dire, sapevo che gli invasori sbrigavano gran parte del lavoro durante le ore notturne: e non fui affatto stupito di trovarlo così indaffarato. Dopo un istante sollevò gli occhi e disse: — Cos’è questa storia, vecchio? Cosa sai di un Dominatore in fuga?
— Il Principe di Roum — dissi. — Conosco il suo nascondiglio.
Di colpo i suoi occhi freddi s’illuminarono di interesse. Fece scorrere le mani dalle molte dita sul ripiano della scrivania, dove erano sistemati gli emblemi di parecchie Corporazioni: Trasportatori e Ricordatori e Difensori e Clown fra le altre.
— Continua — mi disse.
— Il Principe è in questa città. Si trova in un luogo ben preciso e non ha modo di fuggirne.
— E tu sei qui per dirmi dove si trova?
— No — dissi. — Sono qui per comprare la sua libertà.
Governatore dell’Uomo Sette parve perplesso. — A volte voi umani mi riuscite incomprensibili — disse. — Affermi di avere catturato questo Dominatore fuggitivo, e io allora penso che tu voglia vendercelo; invece dici che vuoi comprarlo. Perché allora vieni da noi? È uno scherzo?
— Permettete che vi spieghi?
Se ne stette a rimuginare fissando la sua immagine riflessa dalla lucida superficie della scrivania, mentre gli raccontavo brevemente il mio viaggio da Roum in compagnia del Principe accecato, gli parlavo del nostro arrivo al Collegio dei Ricordatori, della seduzione di Olmayne operata dal Principe Enric e del meschino, iroso desiderio di vendetta di Elegro. Dissi chiaramente che ero venuto dagli invasori solo perché costretto, e che non era mia intenzione consegnare il Principe nelle loro mani. Poi aggiunsi: — So che su tutti i Dominatori c’è la pena di morte. Ma questo ha già pagato un alto prezzo per la sua libertà. Vi chiedo perciò di notificare ai Ricordatori che il Principe di Roum è stato amnistiato, e che gli è permesso di continuare il suo viaggio a Jorslem come Pellegrino. In tal modo Elegro non avrà più alcuna autorità su di lui.
— E cosa ci offri tu — chiese Governatore dell’Uomo Sette — in cambio di questa amnistia per il tuo Principe?
— Ho svolto alcune ricerche nei serbatoi memoria dei Ricordatori.
— E allora?
— Ho trovato quello che cercate.
Governatore dell’Uomo Sette mi studiò con attenzione.
— Come puoi avere idea di ciò che cerchiamo?
— Esiste, nei più profondi recessi del Collegio dei Ricordatori — dissi con calma — una registrazione visiva della riserva nella quale vissero i vostri antenati rapiti, durante la loro prigionia sulla Terra. Mostra le loro sofferenze con particolari sconvolgenti. È una superba giustificazione per la conquista della Terra da parte di H362.
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