— State comodo — mi disse lei con gentilezza. — Ho interrotto il vostro sonno?
— No, ho dormito le mie ore.
— Io non ci sono riuscita. Ma avrò tempo in seguito per dormire. Ci dobbiamo reciprocamente delle spiegazioni, Tomis.
— Sì. — Mi alzai titubante. — Vi sentite bene? Vi ho vista prima, e sembravate perduta nella trance.
— Mi hanno dato qualche medicina — replicò lei.
— Ditemi quel che potete sulla scorsa notte.
Le sue palpebre si chiusero per qualche istante. — Voi eravate presente quando Elegro si scagliò contro di noi e venne poi allontanato dal Principe. Alcune ore dopo, Elegro tornò. Con lui c’erano il Procuratore di Perris e vari altri invasori. Elegro pareva giubilante. Il Procuratore mostrò un cubo e ordinò al Principe di posarvi sopra la mano. Il Principe esitò, ma Governatore dell’Uomo Sette lo convinse a cooperare.
Quando egli ebbe toccato il cubo, il Procuratore ed Elegro se ne andarono, lasciando me e il Principe di nuovo soli; nessuno di noi due aveva compreso nulla dell’accaduto. Vennero poste guardie all’uscita per impedire che il Principe si allontanasse. Non molto tempo dopo, il Procuratore ed Elegro fecero ritorno. Ora Elegro sembrava sottomesso e perfino confuso, mentre il Procuratore era chiaramente allegro. Nella nostra stanza il Procuratore annunciò che era stata concessa l’amnistia all’ex Principe di Roum e che nessuno doveva fargli del male. Dopo di che tutti gli invasori se ne andarono.
— Continuate.
Olmayne parlava come una Sonnambula. — Elegro non sembrava capire cosa fosse successo. Si mise a urlare che era stato commesso un tradimento; gridò che era stato ingannato. Fu una scena penosa. Elegro, nella sua ira, non sembrava più neppure un uomo: strillava come una donna; il Principe divenne sempre più altezzoso; ognuno ordinò all’altro di lasciare l’appartamento. La disputa si fece così violenta che lo stesso tappeto cominciò a morire. I petali caddero; le piccole creature boccheggiavano. E presto si giunse al culmine. Elegro afferrò un’arma e minacciò di usarla se il Principe non se ne fosse andato subito. Il Principe interpretò male lo stato di furia di Elegro; pensando che minacciasse a vuoto, si fece avanti come per gettare fuori Elegro. Elegro uccise il Principe. L’istante successivo, io afferrai un dardo dal nostro scaffale di manufatti e lo scagliai nella gola di Elegro. Il dardo era avvelenato; Elegro morì subito. Chiamai qualcuno, e dopo non ricordo altro.
— Una notte strana — dissi.
— Troppo strana. Ora parlate voi, Tomis: perché venne il Procuratore, e perché non prese in custodia il Principe?
Le dissi: — Il Procuratore venne perché glielo avevo chiesto io, dietro ordine del vostro defunto marito. Il Procuratore non arrestò il Principe perché la libertà del Principe era stata comprata.
— A che prezzo?
— A prezzo della vergogna di un uomo — le dissi.
— Parlate per enigmi.
— La verità mi disonora. Vi prego di non insistere su questo punto.
— Il Cancelliere ha parlato di un documento prelavato dal Procuratore…
— Ha a che fare con quello — confessai, e Olmayne chinò gli occhi sul pavimento senza più fare domande.
Alla fine le chiesi: — Allora avete commesso un omicidio. Quale sarà la vostra punizione?
— Il delitto fu commesso per paura e per eccitazione — rispose lei. — Non ci saranno pene da parte dell’amministrazione civile. Ma sono espulsa dalla Corporazione per l’adulterio e per il mio atto di violenza.
— Ne sono addolorato, credetemi.
— E mi è stato ordinato di intraprendere il Pellegrinaggio a Jorslem per purificare la mia anima. Devo partire entro oggi, o la Corporazione disporrà a piacere della mia vita.
— Anch’io sono stato espulso — le dissi. — E anch’io devo andare a Jorslem, sebbene per mia scelta spontanea.
— Faremo il viaggio insieme?
La mia esitazione mi tradì. Ero arrivato a Perris in compagnia di un Principe cieco; mi piaceva ben poco l’idea di partire con una donna assassina e priva di Corporazione. Forse era tempo che viaggiassi da solo. Eppure la Sonnambula aveva detto che avrei avuto un compagno.
Olmayne disse con voce soave: — Non mi parete molto entusiasta. Ma forse posso darvi un po’ d’incoraggiamento… — Si aprì la tunica. Vidi fra i suoi bianchi seni una piccola borsa grigia: non intendeva tentarmi con la carne, ma con una ipertasca. — Qui — mi disse — c’è tutto quello che il Principe di Roum portava nella coscia. Mi aveva mostrato i suoi tesori, e io li ho tolti dal suo corpo dopo che fu ucciso nella mia stanza. Ci sono anche alcune cose mie: non sono quindi priva di mezzi. Viaggeremo comodamente. Cosa ne dite?
— Trovo difficile rifiutare.
— Fatevi trovare pronto fra due ore.
— Sono già pronto — le dissi.
— Allora aspettatemi.
Mi lasciò solo. Circa due ore dopo fu di ritorno, vestita degli abiti e della maschera di un Pellegrino. Sul braccio aveva un secondo abbigliamento completo da Pellegrino, e me lo tese. Certo: ora anch’io ero senza Corporazione, ed era un modo pericoloso di viaggiare. Dunque mi sarei recato anch’io come Pellegrino a Jorslem. Indossai quegli abiti poco familiari. Poi raccogliemmo i nostri averi.
— Ho avvertito la Corporazione dei Pellegrini — mi disse, quando ci fummo lasciati alle spalle il Collegio dei Ricordatori. — Siamo registrati a tutti gli effetti. Più tardi, in giornata, possiamo sperare di ricevere le nostre pietre di stella. Come vi va la maschera, Tomis?
— Stretta.
— Così deve essere.
Sulla via per uscire da Perris capitammo nella grande piazza antistante l’antico edificio sacro, grigio, della vecchia religione. Vi era raccolta una folla numerosa; vidi invasori al centro del gruppo. Diversi mendicanti orbitavano tutt’intorno con un considerevole profitto. Ci ignorarono, poiché nessuno chiede l’elemosina a un Pellegrino; ma afferrai uno di quei bricconi per il colletto e gli domandai: — Che cerimonia si sta svolgendo, qui?
— I funerali del Principe di Roum — rispose lui. — Per ordine del Procuratore. Funerali di stato in pompa magna. E ne stanno facendo una vera celebrazione.
— Ma perché tenere una cerimonia simile a Perris? — gli chiesi ancora. — Come è morto il Principe?
— Sentite, chiedetelo a qualcun altro. Io ho da lavorare.
Si divincolò e riprese a sgattaiolare tra la folla.
— Assistiamo al funerale? — domandai a Olmayne.
— Meglio di no.
— Come volete.
Ci dirigemmo al massiccio ponte di pietra che attraversa la Senn. Dietro di noi, si levò un brillante alone azzurro quando la pira del Principe venne accesa. Quella pira ci illuminò la strada nella notte, mentre ci inoltravamo lentamente verso est, verso Jorslem.
PARTE TERZA
La strada per Jorslem
Il nostro mondo, adesso, era il loro mondo. Viaggiando attraverso l’Eyrop potevo vedere che gli invasori avevano preso ogni cosa, e che noi appartenevamo a loro come le bestie di una stalla appartengono al contadino.
Erano ovunque, come erbacce di carne attecchite dopo uno strano temporale. Camminavano con fredda sicurezza, e i loro movimenti orgogliosi parevano dire che la volontà ci aveva tolto il suo favore e ne aveva fatto dono a loro. Non erano crudeli con noi, ma bastava la loro presenza a svuotarci di vitalità. Il nostro sole, le nostre lune, i nostri musei di antiche reliquie, le nostre rovine dei cicli precedenti, le nostre città, i nostri palazzi, il nostro domani, il nostro oggi e il nostro ieri erano passati in proprietà d’altri. Ora la nostra vita non aveva più significato.
Di notte lo splendore delle stelle si faceva beffe di noi. L’universo intero guardava da lassù la nostra vergogna.
Читать дальше