— Oggi il Ponte di Terra è chiuso — disse l’invasore. — Tornate a Palerm.
La sua voce era calma. Gli invasori non sono mai perentori, mai imperiosi. Il loro atteggiamento riflette la sicurezza di chi ha il potere assoluto.
Lo Scriba rabbrividì, serrò le mascelle e non aggiunse altro.
Diversi degli uomini raggruppati ai margini della strada avevano l’aria di voler protestare. La Sentinella si girò e sputò. Un uomo, che sulle guance ostentava orgogliosamente il marchio dell’infranta Corporazione dei Difensori, strinse i pugni e tremò sotto un attacco di furia. I Diversi bisbigliarono tra loro. Bernalt mi lanciò un sorriso amaro e scosse le spalle.
Tornare a Palerm? Perdere un giorno di cammino con quel caldo? Per cosa? Per cosa?
L’invasore fece un gesto con la mano, ordinando di disperderci.
Fu allora che Olmayne si dimostrò malvagia con me. A voce bassa, mi disse: — Tomis, spiegategli che siete al servizio del Procuratore di Perris, e ci lasceranno proseguire tutt’e due.
I suoi occhi neri brillavano d’ironia e disprezzo.
Le mie spalle tremarono, come se lei vi avesse deposto il peso di dieci anni. — Perché dite una cosa del genere? — le chiesi.
— Fa caldo. Sono stanca. È stupido farci rimandare a Palerm.
— Ne convengo. Ma non posso farci nulla. Perché cercare di ferirmi?
— La verità è così dolorosa?
— Io non sono un collaborazionista, Olmayne.
Lei rise. — Lo dite talmente bene! Ma lo siete, Tomis, lo siete! Avete venduto loro i documenti.
— Per salvare il Principe, il vostro amante — le ricordai.
— A ogni modo, voi avete trattato con gli invasori. Il fatto resta, a dispetto dei motivi.
— Basta, Olmayne.
— Adesso vi mettete a darmi ordini?
— Olmayne…
— Andate da loro, Tomis. Ditegli chi siete, chiedete che ci lascino passare.
— Il convoglio ci investirebbe, e comunque io non ho nessuna influenza sugli invasori. Non sono un uomo del Procuratore.
— Morirò, piuttosto che tornare a Palerm!
— Crepate pure allora — dissi stancamente, e le girai la schiena.
— Traditore! Vecchio pazzo e intrigante! Codardo!
Finsi d’ignorarla, ma il fuoco delle sue parole bruciava dentro di me. Non erano false, soltanto malvagie. Avevo davvero trattato con i conquistatori, avevo davvero tradito la Corporazione che mi aveva offerto rifugio, avevo davvero infranto la legge che chiede un’assoluta passività come unica forma di protesta per la sconfitta della Terra. Tutto vero: eppure era molto cattivo, da parte sua, ricordarmi quelle cose. Quando avevo infranto le barriere della fiducia, non mi ero preoccupato di obbedire ad alti ideali patriottici; cercavo solo di salvare un uomo cui mi sentivo legato, un uomo di cui lei era innamorata. Era ingiusto che adesso Olmayne mi accusasse di tradimento, tormentasse la mia coscienza, solo perché il caldo e la strada polverosa l’avevano irritata.
Ma questa donna aveva ucciso il marito a sangue freddo. Perché non sarebbe dovuta essere altrettanto malvagia su un’inezia?
Gli invasori ottennero ciò che volevano: il nostro gruppo abbandonò la strada e tornò a Palerm, una città tetra, bollente, sonnolenta. Quella sera, come per consolarci, cinque Alati che volavano sulla città ci donarono un brivido d’insolita poesia, e nella notte senza luna passarono e ripassarono nel cielo: tre uomini e due donne, spettrali e minuti e bellissimi. Rimasi a fissarli per più di un’ora, finché la mia anima parve sollevarsi dal corpo e librarsi con loro in cielo. Quelle grandi ali translucide velavano appena la luce delle stelle; quei corpi pallidi, ossuti, si muovevano secondo archi pieni di grazia. Tenevano le braccia molto aderenti ai fianchi, le gambe unite, la schiena piegata in una curva morbida. La vista dei cinque Alati risvegliò in me la memoria di Avluela, e mi lasciò sommerso da emozioni conturbanti.
Gli Alati passarono per l’ultima volta, scomparvero. Subito dopo entrarono in cielo le false lune. Allora tornai all’ostello, e nel giro di pochi minuti Olmayne chiese permesso alla porta della mia stanza.
Sembrava pentita. Recava con sé una fiasca ottagonale di vino verde che probabilmente veniva da un altro mondo, perché Talya non ne produce come quello. Senza dubbio le era costato un prezzo molto alto.
— Volete perdonarmi, Tomis? — chiese. — Tenete. So che questi vini vi piacciono.
— Preferirei che voi non mi aveste detto quelle parole e che adesso non foste costretta a offrirmi il vino — le risposi.
— Il caldo mi fa perdere il controllo dei nervi. Sono spiacente, Tomis. Ho detto una cosa sciocca e sgarbata.
La perdonai, sperando che il resto del viaggio si rivelasse meno increscioso, e bevemmo quasi tutto il vino; poi lei tornò a dormire nella sua stanza, che era vicinissima alla mia. I Pellegrini debbono condurre una vita casta… non che Olmayne fosse disposta a infilarsi tra le lenzuola con un vecchio fossile come me, ma le regole della nostra attuale Corporazione impedivano il sorgere di ogni preoccupazione.
Per molto tempo rimasi sveglio, oppresso da una coltre di rimorsi. Con tutta la sua furia impaziente, Olmayne aveva colpito il mio punto più debole: ero un traditore dell’umanità. In quel dilemma mi torturai sino alle prime luci dell’alba.
— Che cosa ho fatto?
Ho rivelato ai nostri conquistatori un certo documento.
— Ma loro avevano il diritto morale di conoscerlo?
Raccontava il vergognoso trattamento che i nostri antenati hanno riservato ai loro progenitori.
— E allora, cosa c’era di male nel darglielo?
Non si deve mai venire in aiuto dei propri conquistatori, anche quando ci sono moralmente superiori.
— È possibile che un piccolo tradimento sia una faccenda così seria?
Non esistono piccoli tradimenti.
— Forse bisognerebbe chiarire la questione in tutta la sua complessità. Non ho agito per amore del nemico, ma per aiutare un compagno.
Ciò nonostante ho collaborato con i nostri avversali.
— Queste caparbie autoaccuse hanno il sapore d’un orgoglio smodato.
Ma io sento le mie colpe. Affogo nella vergogna.
Consumai l’intera notte in queste domande inutili. Quando il giorno s’illuminò, mi alzai e rivolsi gli occhi al cielo e implorai la Volontà di aiutarmi a trovare la redenzione nelle acque della casa del rinnovamento di Jorslem, al termine del mio Pellegrinaggio. Poi andai a svegliare Olmayne.
Quel giorno il Ponte di Terra era aperto, e anche noi ci unimmo alla folla che da Talya scendeva in Afrik. Era la seconda volta che traversavo il Ponte di Terra, perché l’anno prima — ma quanto sembrava lontano nel tempo! — ero giunto dalla direzione opposta. Venivo dall’Agupt ed ero diretto a Roum.
I Pellegrini che dall’Eyrop si spostano a Jorslem possono scegliere fra due strade principali. Quella più a nord traversa le Terre Oscure a est di Talya; a Stanbul si prende il traghetto e quindi si segue la costa occidentale del continente dell’Ais, da dove si giunge a Jorslem.
Era la strada che avrei preferito, perché, di tutte le grandi città del mondo, l’antica Stanbul è l’unica che non ho mai visitato. Ma Olmayne, quand’era ancora Ricordatore, vi si era recata per svolgere alcune ricerche, e il posto non le piaceva. Così prendemmo la via del sud: dal Ponte di Terra in Afrik, poi lungo le coste del grande Lago Medit giù fino ad Agupt, per sfiorare le sabbie del Deserto Arbiano e da lì risalire a Jorslem.
Un vero Pellegrino viaggia soltanto a piedi. L’idea non esercitava troppo fascino su Olmayne e così, anche se quasi sempre camminavamo, eravamo pronti a sfruttare le occasioni. Lei chiedeva i passaggi con la massima naturalezza, senza vergogna. Fin dal secondo giorno del nostro Pellegrinaggio aveva ottenuto un passaggio da un ricco Mercante, diretto alla costa; l’uomo non aveva nessuna intenzione di dividere con altri il suo lussuoso veicolo, ma non seppe resistere alla sensualità della voce calda, musicale di Olmayne, anche se quella voce usciva dallo schermo asessuato della sua maschera da Pellegrino.
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