Il Mercante viaggiava in grande stile. Per lui la conquista della Terra poteva anche non essere mai accaduta, e neppure i lunghi secoli che avevano segnato il declino del Terzo Ciclo. La sua terramobile era lunga quattro volte un uomo, e abbastanza larga da ospitare comodamente cinque persone; proteggeva i suoi occupanti dal mondo esterno con la stessa efficienza di un grembo materno. Una serie di schermi azionabili a comando inquadrava la strada e il paesaggio circostante, senza visione diretta. La temperatura non si allontanava mai dal valore prefissato. C’erano zipoli da cui zampillavano liquori e altre bevande più forti; un congegno forniva tavolette nutritive; poltroncine idrauliche isolavano i passeggeri dalle irregolarità del fondo stradale.
Per l’illuminazione, c’era una luce-schiava regolata sui capricci del Mercante. A fianco della sua poltroncina c’era una cuffia pensante, ma non saprei dire se il Mercante si serviva di un cervello imbalsamato nascosto nelle viscere della terramobile, o se godeva di contatti a distanza coi serbatoi memoria delle città che attraversava.
Era un uomo pomposo e voluminoso, senz’altro esperto nei piaceri della carne. Di colorito olivastro, con un gran ciuffo di capelli neri tutti unti e occhi scuri, interrogativi, egli godeva della propria sicurezza e del controllo che esercitava su un ambiente così instabile. Commerciava, apprendemmo, in generi alimentari di altri mondi; scambiava i nostri miseri prodotti con le squisitezze raffinate dei figli delle stelle. Adesso stava andando a Marsay per esaminare un carico di insetti allucinogeni, appena giunto da uno dei pianeti della Cintura.
— Vi piace la macchina? — chiese, notando il nostro stupore. Olmayne, che conosceva molto bene le comodità, stava scrutando con ovvia meraviglia la tappezzeria di broccato e diamanti. — Era di proprietà del Conte di Perris — proseguì il Mercante. — Sì, è proprio quello che voglio dire, il Conte in persona. Hanno trasformato la sua casa in museo, sapete.
— Lo so — disse dolcemente Olmayne.
— Questo era il suo carro. Doveva entrare a far parte del museo, ma l’ho comprato da un invasore disonesto. Non sapevate che anche tra loro ci sono tipi del genere, eh? — Alla grossolana risata del Mercante, il sensibilissimo manto che copriva l’interno della macchina si raggrinzì, sdegnato. — Era l’amichetto del Procuratore. Sì, ci sono anche quelli. Cercava una fantastica erbetta che cresce su un pianeta dei Pesci, tanto per dare una spintarella alla sua virilità, capite, e venne a sapere che ero io a controllare quella merce, e così siamo riusciti a combinare un affaruccio. Naturalmente ho dovuto dare qualche aggiustata alla macchina, poco poco. Il Conte si teneva nel cofano quattro neutri e faceva funzionare la baracca col loro metabolismo, sapete bene, questione di potenziali termici differenti. Be’, è un gran bel modo di far andare una macchina, se sei Conte, ma in un anno fai fuori un mucchio di neutri, e mi sembrava che una cosa del genere fosse un tantino superiore alle mie possibilità. E poi, magari mi capitavano dei guai con gli invasori. Così ho fatto smontare tutto l’impianto e l’ho sostituito con un normalissimo motore da carromobile ad alto rendimento, un lavoro da maestri, ed eccomi qua. Siete fortunati che vi abbia presi su. È solo che siete Pellegrini. Di solito non lascio salire nessuno perché poi si sentono invidiosi, e la gente invidiosa non è mica uno scherzo per uno che ha fatto qualcosa nella vita. Eppure la Volontà vi ha condotti a me. Diretti a Jorslem, eh?
— Sì — disse Olmayne.
— Anch’io, ma non ancora! Non ancora, grazie! — Si diede un colpetto sotto cintura. — Ci andrò, potete scommetterci, quando mi sentirò pronto per il rinnovamento, ma ce ne manca ancora di strada, la Volontà permettendo! Siete Pellegrini da molto?
— No — disse Olmayne.
— Un mucchio di gente si è fatta Pellegrino dopo la conquista, immagino. Be’, non sto a condannarli. Ciascuno si adatta a modo suo ai tempi che cambiano. Sentite, avete quelle pietre che i Pellegrini si portano sempre dietro?
— Sì — disse Olmayne.
— Vi spiace se ne vedo una? Quegli accidenti mi hanno sempre affascinato. C’era questo commerciante di un pianeta della Stellanera, un piccolo bastardo con la pelle scura come il catrame, che mi ha offerto quattro quintali di quella roba. Diceva che erano vere, che ti davano una comunione coi fiocchi, proprio come i Pellegrini. Gli ho detto di no, niente scherzi con la Volontà. Certe cose non si fanno neanche per soldi. Ma poi ho pensato che facevo meglio a tenerne almeno una come ricordino. Non sono mai riuscito a toccarne una. — Tese una mano verso Olmayne. — Posso vedere?
— Ci è proibito lasciare che altri tocchino la pietra di stella — dissi io.
— Non lo racconto mica a nessuno!
— È proibito.
— Sentite, qui dentro siamo al sicuro, il posto più sicuro di tutta la Terra, e…
— Per favore. Ci chiedete una cosa impossibile.
Il suo viso si rabbuiò, e per un momento pensai che avrebbe fermato la macchina obbligandoci a scendere, il che non mi avrebbe dato fastidio. La mia mano scivolò nella sacca, a sfiorare la gelida sfera della pietra di stella che mi avevano consegnato all’inizio del Pellegrinaggio. Il semplice tocco delle dita mi portò deboli echi della trance di comunione, e rabbrividii di piacere. Quell’uomo non doveva averla, lo giurai a me stesso. Ma la crisi passò senza incidenti. Il Mercante, appurata la nostra resistenza, decise di abbandonare l’argomento.
Continuammo a correre verso Marsay.
Non era un individuo piacevole, ma aveva un certo fascino primitivo, e le sue parole ci urtavano di rado. Olmayne, che dopo tutto era una donna schizzinosa e aveva passato gran parte dei suoi anni nel distacco del Collegio dei Ricordatori, lo trovava più di me difficile da sopportare; le mie avversioni erano state ampiamente mitigate da una vita di vagabondaggi. Ma persino Olmayne parve trovarlo divertente quando magnifico la sua ricchezza e le sue amicizie, quando parlò delle donne che lo aspettavano su molti mondi, quando elencò le sue case e i suoi trofei e i Maestri di Corporazione che gli chiedevano consigli, quando vantò la familiarità con quelli che erano stati Padroni e Dominatori. Parlava quasi sempre di sé e raramente di noi, del che gli fummo grati; una volta chiese come mai un Pellegrino maschio e uno femmina viaggiassero assieme, sottintendendo che fossimo amanti; ammettemmo che la cosa era un po’ irregolare e passammo a un altro argomento, e credo che lui sia rimasto convinto della nostra impurità. Le sue volgari supposizioni non m’interessavano affatto, e nemmeno interessavano, credo, a Olmayne. Avevamo peccati più seri sulla coscienza.
La vita del nostro Mercante sembrava invidiabilmente non essere stata nemmeno sfiorata dalla rovina del pianeta: egli era ricco, soddisfatto, libero di andare in giro come sempre. Ma anche a lui, di tanto in tanto, dava fastidio la presenza degli invasori, come scoprimmo a pochi chilometri da Marsay, in piena notte, quando fummo costretti a fermarci a un punto di controllo stradale.
L’occhio spia di un analizzatore ci vide arrivare, lanciò un segnale alla filiera, e una ragnatela dorata si materializzò da un lato all’altro dell’autostrada. I sensori della terramobile la scorsero, e immediatamente il veicolo s’arrestò. Gli schermi mostravano una dozzina di pallide figure umane ferme all’esterno.
— Banditi? — chiese Olmayne.
— Peggio — disse il Mercante. — Traditori. — Accigliato, si girò verso l’antenna del comunicatore. — Che succede? — chiese.
— Uscite per un’ispezione.
— Di chi è l’ordine?
— Del Procuratore di Marsay — venne la risposta.
Era una brutta cosa da vedere: creature umane che facevano da agenti stradali agli invasori. Ma era inevitabile che qualcuno di noi si mettesse al loro servizio: il lavoro era scarso, specialmente per coloro che facevano parte delle Corporazioni difensive. Il Mercante iniziò il complicato rituale dell’apertura della macchina. Il suo viso esprimeva una rabbia temporalesca, ma aveva le mani legate, non poteva sfondare la ragnatela del punto di controllo. — Viaggio armato — ci sussurrò. — Niente paura, aspettatemi qui.
Читать дальше